Come il pensiero politico di Carla Lonzi ha rivoluzionato il femminismo italiano

Il dibattito su femminismo, sessismo, parità, libertà sessuale è diventato ormai quotidiano, e ci si interroga sempre più spesso sui progressi di una società che dovrebbe offrire a tutti gli stessi diritti. Spesso se ne parla come se fosse diventato una sorta di status symbol e pochi si interrogano sul reale significato che questi termini hanno all’interno della nostra storia contemporanea.

In Italia la prima vera generazione di femministe nacque intorno al 1968, più o meno contemporaneamente ai moti di ribellione di sinistra, quando le donne iniziarono a prendere coscienza di se stesse e a chiedere maggiori diritti. Infatti, dopo la seconda guerra mondiale, erano ancora poche coloro che potevano permettersi di avere accesso a un’istruzione superiore o ad altre aspirazioni al di fuori del matrimonio, proprio perché la società non era ancora pronta ad accogliere una donna che non fosse il rassicurante “angelo del focolare”. La società italiana promuove ancora un modello femminile incorruttibile, mentre negli Stati Uniti cominciava a vedersene un altro, più anticonformista, incoraggiato dai movimenti femministi che nacquero locali: motti come “il personale è politico” divennero espressione di una generazione di donne che che leggeva Il secondo sesso di Simone De Beauvoir e praticava l’autocoscienza.

Simone De Beauvoir

Tutte queste tematiche, ancora attuali, confluirono in uno degli scritti più rivoluzionari degli anni Settanta, tradotto in Paesi come la Germania e l’Argentina ma poco conosciuto qui in Italia, Sputiamo su Hegel. La vita stessa della sua autrice, Carla Lonzi, fu la sua prima opera, un segno tangibile della sua rivolta interiore. Sin dall’infanzia, ebbe un rapporto contrastante con i genitori, riluttante piegarsi alla logica dell’autorità. Suo padre e, successivamente, anche il suo primo amore, preferirono a lei sua sorella Lucia, più quieta e tradizionalista. Le fu subito chiaro che la sua personalità poco conciliante avrebbe costituito per lei un fardello e una benedizione. Dopo gli studi divenne una figura intellettuale di spicco all’interno del mondo dell’arte, che tuttavia abbandonò proprio perché ancora dominato da convenzioni che ruotavano attorno a un sistema prettamente maschile e chiuso all’innovazione. Con Carla Accardi ed Elvira Banotti decise di dedicarsi alla fondazione del movimento Rivolta Femminile. Il testo storico che segnò l’inizio del femminismo italiano fu proprio il Manifesto di Rivolta Femminile, affisso sui muri di Roma nel 1970, in cui venivano stilati i punti cardine del movimento, partendo dall’iconica frase: “La donna è altro rispetto all’uomo. L’uomo è altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli”.

Sputiamo su Hegel porta avanti, in maniera diretta e dissacratoria, i filoni principali del Manifesto, che diventarono poi complementari nel parlare di pensiero politico e lotta al patriarcato. Il titolo rivela lo sdegno nei confronti di uno dei padri fondatori della filosofia occidentale, George Wilhelm Friedrich Hegel, ma l’analisi dell’autrice non risparmia nemmeno Karl Marx e Sigmund Freud. Queste tre personalità, considerate importanti a livello storico e culturale, sono secondo Lonzi colpevoli di aver promosso teorie patriarcali. Da Hegel a Marx a Freud, il filo conduttore attraversa tre stadi diversi ma sovrapponibili: la dialettica servo-padrone, che constata l’inferiorità della donna come processo naturale, il marxismo, che cancella il dominio sessuale ma non prevede la donna come soggetto autonomo, fino ad arrivare alla psicoanalisi, che pone il fallocentrismo a presupposto di una cultura universale.  Hegel, in un famoso passaggio della sua Fenomenologia dello spirito, aveva trovato una giustificazione per “quella condizione femminile che è il frutto dell’oppressione e viene indicata come il movente dell’oppressione stessa”, ovvero: la donna si era semplicemente adeguata al suo ruolo passivo, principio naturale della sua natura contrapposta a quella maschile. L’uomo era da sempre stato il protagonista della storia, ecco perché la donna poteva essere soltanto un “soggetto imprevisto”. Il rifiuto di un’idea di emancipazione era motivato dal fatto che un’apparente uguaglianza sarebbe rimasta comunque confinata all’interno di un sistema culturale maschile. 

Karl Marx

L’invettiva contro Karl Marx, invece, prende spunto dalla sua teoria sulla liberazione della classe operaia e dall’abolizione della proprietà privata. Marx aveva infatti dimenticato di trattare la liberazione femminile, perché non aveva preso il considerazione il fatto che l’oggettivazione sessuale della donna fosse stata la prima forma di proprietà di un essere umano su un altro, stabilendo un modello che si sarebbe poi riprodotto in altre forme di dominio, come la dinamica servo-padrone. A tal proposito, Lonzi scrive: “Al materialismo storico sfugge la chiave emozionale che ha determinato il passaggio alla proprietà privata […] l’oggetto sessuale”.  Il nascere di una società comunista non avrebbe in alcun modo riscattato il ruolo sociale della donna, lasciandola sempre subordinata a una logica di potere patriarcale. Anche questa teoria, per quanto rivoluzionaria, entrava a far parte di un’eredità culturale maschile in cui la liberazione della donna non poteva essere una semplice conseguenza di una rivolta del proletariato.

La terza contestazione è legata a Sigmund Freud e alle sue teorie sessuali, nelle quali si parla di “invidia del pene” e di incompletezza da parte della donna, che non riuscirebbe ad accettare il modello sessuale maschile: “Il rapporto tra maschio e femmina non è quindi il rapporto tra due sessi, ma fra un sesso e la sua privazione”, scrive Lonzi. Teorizzare un’incompletezza e un’immaturità nella donna imputandole all’anatomia genitale e definire la sessualità femminile come passiva deriva da un pregiudizio maschile, che cela la paura dell’uomo nei confronti di una donna sessualmente emancipata, e quindi non dipendente dalla sua virilità. Secondo Lonzi, tutta la psicanalisi di Freud e la sua visione della vita sembrano voler portare avanti il dominio di una insita superiorità maschile, negando l’identità femminile da ogni punto di vista. Questo conflitto sessuale sarà poi analizzato nell’opera successiva dell’autrice, La donna clitoridea e la donna vaginale, nella quale tenterà di ristabilire un paradigma di sessualità femminile lontano da quei modelli culturali che, troppo a lungo, l’avevano privata, condannata e soggiogata all’interno di un contesto prettamente maschile.

Sigmund Freud

 Lonzi chiama in causa l’intero sistema culturale perpetrato dal mondo patriarcale, considerando il suo rifiuto come l’unico modo per ribellarsi da un sopruso maschile sempre esistito. Scrive: “Smentire la cultura, significa smentire i fatti in base al potere”. Sputiamo su Hegel tentava quindi di prendere le distanze dal sistema maschile, proponendo un soggetto femminile libero e dotato una coscienza diversa e autonoma dalla morale patriarcale, dalla quale è necessario distaccarsi per non rimanerne “colonizzato”. La donna stava lottando per un posto diverso nella società, al di fuori di ciò che le era sempre stato concesso a causa della sua presunta inferiorità: essere moglie e madre e, soprattutto, un oggetto nelle mani dell’uomo, privo delle capacità di scelta e di autodeterminazione. Per Carla Lonzi la costruzione di una nuova identità doveva porsi su un vuoto, su una mancanza necessaria a riappropriarsi della propria autenticità e di un nuovo concetto di femminilità. La donna di Lonzi era un soggetto imprevisto, libero e trascendente: imprevisto, perché la storia l’aveva privata di ogni soggettività per millenni; libero, perché poteva definire se stessa al di fuori di ogni logica patriarcale; trascendente, perché doveva sottrarsi all’immanenza di esperienze pregresse e già determinate e alla falsa alternativa tra identità femminile e uguaglianza con l’altro sesso. Attraverso i suoi scritti, auspicava che le donne potessero compiere la loro personale rivolta: si trattava di scrivere una nuova storia, liberata dalla violenza, dalla guerra e dalla dominazione maschile.

Carla Lonzi è morta a soli 51 anni, ma ci ha lasciato una produzione di scritti che ci induce a riflettere su come sia cambiata la società di oggi rispetto a quella da lei descritta e su quali dinamiche, invece, siano in fondo ancora le stesse. I suoi testi e quelli di Rivolta Femminile sono fondamentali per capire come, in passato, le donne abbiano cercato una propria autonomia dalla storia che le aveva tenute in disparte e come, in futuro, dovranno muoversi per continuare a farlo. Il femminismo fu la sua scoperta, e vi si dedicò ininterrottamente, rifiutando i ruoli imposti, la propria posizione sociale borghese e una carriera e un matrimonio convenzionali, tutto in nome di un solo principio: rimanere fedele a se stessa e alla propria radicalità.  Chiunque entri a contatto con i suoi scritti non può fare a meno ancora oggi di rimanerne folgorato: una scrittura tagliente, incisiva, diretta, che punta al cuore delle questioni. Pubblicò i suoi diari, cercando i propri modelli in Santa Teresa di Lisieux e Giovanna D’Arco, e altri testi che oggi sono indispensabili per scoprire come si sia evoluto il femminismo e il rapporto con l’uomo. È grazie a lei e a molte altre donne che hanno combattuto contro l’inaccettabile se oggi abbiamo la possibilità di essere a nostra volta libere.

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