Nero e queer nell’America degli anni 80: la più potente opera di Basquiat è la sua vita - THE VISION

Sessant’anni fa, il 22 dicembre del 1960, da padre haitiano e madre statunitense di origini portoricane nasceva a Brooklyn quello che sarebbe diventato il padre fondatore del graffitismo americano, nonché uno degli artisti contemporanei più quotati della storia – la sua opera più costosa, “Untitled” (1982), nel 2016 è stata battuta all’asta da Christie’s per più di 57 milioni di dollari. Il suo nome è Jean-Michel Basquiat. Basquiat si avvicina all’arte fin da piccolo: a quattro anni inizia infatti a disegnare ispirato dai cartoni animati che vede in televisione, dimostrando fin dall’inizio un’innata predisposizione al linguaggio visuale e una curiosità spontanea fuori dall’ordinario, che caratterizzerà tutta la sua carriera. Nel 1968 viene coinvolto in un incidente stradale che gli provoca gravi lesioni interne che obbligano i medici del King’s County Hospital ad asportargli la milza. Segue una lunga degenza in ospedale, durante la quale Basquiat, pur avendo solo otto anni, sviluppa una forte passione per l’anatomia, che studia sul famoso manuale di Henry Gray (sì, il famoso Gray’s Anatomy), regalatogli dalla madre. In un’intervista, dichiarerà che il momento in cui venne investito da quella macchina è stato il suo primo vivido ricordo d’infanzia. Lo stesso anno i suoi genitori divorziano.

A quindici anni Basquiat scappa di casa e si ritrova a dormire su una panchina, ma presto viene arrestato per vagabondaggio – quando gli verrà chiesto, in un’intervista, se fosse mai stato la pecora nera della famiglia, risponde “Be’, lo ero finché non ho cominciato ad andare bene”. E così Basquiat inizia ad “andare bene”: inizia a frequentare una scuola per ragazzi dotati – la City-as-School a Manhattan – e conosce Al Diaz, con cui crea l’alter ego SAMO©. SAMO© ricopre i muri e le finestre di New York di graffiti: “Una notte stavamo fumando erba e io dissi qualcosa sul fatto che fosse sempre la stessa merda, The Same Old Shit. SAMO, giusto? Immaginatevi: vendere pacchi di SAMO! È così che iniziò, come uno scherzo tra amici, e poi crebbe”. L’adolescenza di Basquiat passa tra graffiti e trip di acidi: “È stato fantastico, è stato assolutamente fantastico. mi ricordo quando mi sono trasferito per la prima volta a New York e metà delle mura del centro erano ricoperte di graffiti SAMO. Era criptico. Era politico. Era poetico. Era divertente. Ed è sempre stato firmato SAMO, con un simbolo di copyright accanto al nome, la ‘c” con il cerchio intorno. Per tutto il primo anno in cui sono stato a New York,  tutti cercavano di capire chi fosse SAMO. E si è scoperto che era Jean-Michel”. Ben presto, però, il sodalizio tra Al Diaz e Jean-Michel si rompe e Basquiat dichiara SAMO© morto scrivendo per le strade del centro “SAMO© IS DEAD”. In seguito Basquiat cercherà di guadagnarsi da vivere vendendo i suoi disegni e la sua vita cambierà drasticamente quando in un ristorante di Soho Andy Warhol ne comprerà uno.

Era la fine degli anni Settanta e New York era un posto magico dove tutto era possibile. A Manhattan potevi essere chiunque tu volessi essere, soprattutto se frequentavi i locali giusti, e il Mudd Club era uno di questi.  Il proprietario Steve Mass lo aveva inaugurato nel 1978 insieme al curatore d’arte Diego Cortez e Anya Phillips, una sorta di influencer antelitteram dell’ambiente no wave newyorchese. Il Mudd Club ebbe una vita piuttosto fulminea – considerato che chiuse i battenti solo cinque anni dopo – ci potevi incontrare Warhol, Madonna e Keith Haring, ed è quello che infatti succede a Basquiat: lui e Madonna si frequentano per alcuni mesi, mentre tra lui e Haring nasce un’amicizia che durerà fino alla morte di Basquiat nel 1988 (alla quale solo due anni dopo seguirà quella di Haring, consumato dall’AIDS). Nel 1981 Basquiat realizza la sua prima personale a Modena, alla galleria d’arte Emilio Mazzoli e sempre lo stesso anno partecipa alla collettiva New York/New Wave, insieme – tra gli altri – a Robert Mapplethorpe, Keith Haring e Andy Warhol. 

Basquiat viene velocemente fagocitato dal mondo dell’arte, in cui lui stesso non ha mai creduto: “Io non penso che ci sia davvero un mondo dell’arte. Ci sono alcuni bravi artisti e poi tutto il resto è extra. Non credo proprio che il mondo dell’arte esista. […] Voglio dire, ci sono persone a cui piacciono i dipinti e poi ci sono i commercianti e poi ci sono persone che lavorano al museo, ma io non penso che siano collettivamente un mondo dell’arte”. Anche tra Jean-Michel e Warhol nasce una forte amicizia, che determinerà il successo e la fama del giovane Basquiat. Nel 1984 i due producono un ciclo di oltre cento opere realizzate a quattro mani: per l’opinione pubblica e la critica Basquiat diventa l’erede del padre della Factory, ma ne vive anche all’ombra, tanto che il New York Times lo definisce “la mascotte di Warhol”. Il 12 agosto 1988, poco più di un anno dopo la morte di Warhol, Basquiat, ormai trascinato sul fondo dall’eroina dalla quale aveva tentato – senza successo – di disintossicarsi, viene trovato morto nel suo loft dalla fidanzata Kelly Inman.

Jean Michel Basquiat, Andy Warhol, e Fred Braithwaite
Jean-Michel Basquiat, Tina Chow, e Andy Warhol, 1986

Per descrivere il lavoro di Basquiat potremmo dire che l’artista si ispira al primitivismo dell’Art Brut di Jean Dubuffet. Dubuffet conia questo termine in contrapposizione alle cosiddette belle arti canoniche, per raccogliere l’arte creata ai margini della società, che non segue alcun canone, che diviene la forma espressiva necessaria e impellente dei “popoli primitivi” – come i bambini, o chi soffre di una patologia psichiatrica – e torna a essere quasi pittografica, rupestre. Basquiat è un ragazzo brillante, ironico, istintivo e in continua lotta con la salute mentale e la tossicodipendenza. Per lui il graffitismo è soprattutto un medium espressivo e comunicativo ed è per questo che le scritte nelle sue opere sono di fondamentale importanza, soprattutto quelle cancellate, che assumono valore proprio nel loro essere sbiadite, mancanti, ipotetiche. Un altro punto fisso nell’opera di Basquiat è l’anatomia, alla quale nel 1982 dedica una serie di 18 stampe, Anatomy. L’artista rappresenta i corpi di chi vive ai margini come – a detta della biografa Phoebe Hoban – “ragazzi che non diventano mai uomini, ma scheletri e crani”. Basquiat dipinge l’essere umano nella sua forma organica e destinata alla decomposizione, che si disfa prima di aver raggiunto l’acme del suo potenziale. Ed è ciò che avvenne allo stesso Basquiat. Nella sua poetica il cinismo è talmente “puro” che finisce col diventare naïf, bambinesco, e non può non portare alla conclusione che alla fine ogni vita ha la stessa importanza, perché se siamo prima di tutto corpi, strutture organiche, non possono esistere privilegi di classe o di razza. Per capire più a fondo l’atteggiamento e i lavoro di Basquiat è interessante vedere l’intervista che rilasciò nel 1985. L’intervistatore gli domanda se nei suoi dipinti ci sia rabbia e lui risponde di sì. Ma quando gli viene chiesto per cosa fosse arrabbiato il suo sguardo si perde nel vuoto e, dopo una lunga pausa in cui sembra concentratissimo e un sorriso enigmatico, risponde: “Non mi ricordo”.

Nonostante la storia di Basquiat sia la storia di un ragazzo appartenente all’alta borghesia, e quindi in una situazione di agio economico privilegiata, la sua rabbia nasce dall’essere un ragazzo nero nell’America degli anni Ottanta, l’unico artista nero in un sistema prevalentemente bianco e un ragazzo queer che vive nel pieno della crisi dell’AIDS. La struttura di razzismo sistemico e abuso di potere da parte della polizia, come sappiamo, a oggi si è mantenuta invariata e questo ci riporta alla famosa domanda: “Per cosa sei arrabbiato?”. Sono passati sessant’anni dalla nascita di Basquiat, ma quella rabbia esiste ancora. Suzanne Mallouk, la sua storica fidanzata, disse :“Tutto quello che ha fatto è stato un attacco al razzismo e l’ho amato per questo”. Basquiat, che voleva essere un artista e non un artista Nero, realizza opere come “The Death of Michael Stewart” (nel 1983) – meglio nota come “Defacement” – dipingendola su una parete dello studio di Haring pochi giorni dopo la morte di Michael Stewart, artista nero morto per mano della New York City Transit Police, presumibilmente dopo aver taggato un muro in una stazione della metropolitana dell’East Village. L’opera, estremamente intima, è stata raramente esposta in pubblico, se non in tempi recenti – nel 2019 il Guggenheim di New York gli ha infatti dedicato un’intera mostra, Basquiat’s “Defacement”: The Untold Story. Con questa e con molte altre opere Basquiat ha esplorato l’identità nera denunciando il razzismo e gli abusi sistematici della polizia, creando un nuovo linguaggio estetico che nasce dalla strada e si fa largo nelle istituzioni museali con una potenza dirompente.

La struttura di razzismo sistemico e abuso di potere da parte della polizia ad oggi si è mantenuta invariata e questo ci riporta alla famosa domanda: “Per cosa sei arrabbiato?”. Sono passati sessant’anni dalla nascita di Basquiat, ma quella rabbia esiste ancora. E le sue opere sono ancora il grido degli emarginati che si ribellano al razzismo e alla violenza. Basquiat si è distinto, nel corso della sua breve e intensa vita, grazie alla sua selvaggia ironia, emersa in opere come Irony of the Negro Policeman. Con quest’opera, che rappresenta una grottesca figura nera che indossa la divisa della polizia, l’artista rende palese un tipo di razzismo quasi subliminale, interiorizzato dalle stesse persone nere, che si ritrovano sotto un nuovo tipo di schiavitù, meno evidente ma altrettanto reale, che li porta a schierarsi contro la propria stessa comunità, mossi dalla volontà di essere integrati in una società razzista – qualcosa si simile al fenomeno che si riscontra tra le donne rispetto al maschilismo e al patriarcato. Basquiat, però, è riuscito grazie alla sua enorme intelligenza a veicolare  in un sistema prevalentemente bianco – e quindi avverso – un messaggio tanto complesso con estrema facilità, in modo quasi giocoso e assolutamente diretto, con un’ironia che gli ha permesso tutto. L’enorme acume di Basquiat – che non assunse mai le sembianze di presunzione, superbia o immodestia – gli permise di prendersi gioco del venerato sistema dell’arte come un brillante infiltrato, un bambino insolente e geniale con un’innocenza perduta e fu proprio questa sua forza inarrestabile e spontanea ad affascinare un’intera generazione, rendendolo uno dei più grandi artisti di sempre.

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