L’incredibile scandalo dei balletti verdi, la più grande “caccia ai gay” italiana del Novecento - The Vision

Il 5 ottobre del 1960, il Giornale di Brescia pubblicò un breve articolo che scosse profondamente la città. Riguardava un’operazione investigativa tesa a bloccare “un dilagante circuito del vizio” e “convegni immorali” che si tenevano in città. Si trattava nel pratico degli incontri che avvenivano tra persone omosessuali in un’abitazione privata di Castel Mella. Lo scandalo divenne presto nazionale e a livello mediatico ci fu una forte eco, tanto che i giornali coniarono il termine di “balletti verdi”. “Balletti” era infatti il termine con cui all’epoca si parlava degli scandali sessuali e il verde si rifaceva al garofano che portava all’occhiello Oscar Wilde, lo scrittore travolto a suo tempo condannato al carcere per la sua omosessualità. E in effetti, le reazioni alla vicenda bresciana non furono molto diverse da quelle che si verificarono nell’Inghilterra vittoriana che devastò uno dei suoi più grandi artisti per il solo fatto di essere innamorato di un uomo. La redazione del Giornale di Brescia fu sommersa di lettere in cui veniva richiesto di rivelare i nomi dei “depravati”, c’era chi proponeva “una campagna di isolamento ed eliminazione”, chi si indignava perché tra i partecipanti alle feste probabilmente c’erano anche “persone ricche” e perché “si lascia[va] gestire fior fiore di aziende a gente che da anni e anni [era] nota come anormale e il cui nome in città [era] motivo di barzellette”.

All’epoca le persone omosessuali venivano definite “invertite”, una vera e propria aberrazione della natura e dell’umanità, e così erano costrette a vivere nell’ombra. Non solo per il popolo di provincia ma anche per l’Organizzazione mondiale della sanità l’omosessualità era a tutti gli effetti un disturbo, e solo nel 1990 venne eliminata dalla lista delle malattie mentali stilata dall’Oms. Brescia, città conservatrice di onesti lavoratori in pieno boom economico, si trasformò così nella città dei froci”. La politica, la Chiesa, il mondo dello spettacolo, la magistratura, persino gli psicologi: tutti entrarono a far parte di una vicenda che oggi ci aiuta a capire l’evoluzione dell’intolleranza e della discriminazione nei confronti delle persone omosessuali. 

Oscar Wilde (1856-1900)

Le voci su quegli incontri crearono leggende metropolitane, avallate anche dai primi arresti. C’è chi parlò di “scambi di ragazzini” tra Italia e Svizzera, chi di baccanali in presenza di minori, fino a quando arrivò un super testimone, un giovane cameriere dell’aristocrazia romana che per la gioia del grande pubblico snocciolò una serie di nomi noti, dicendo che avevano partecipato agli incontri di Brescia personaggi del calibro di Dario Fo, Franca Rame, Gino Bramieri e Mike Bongiorno. Arrivarono subito le querele dei diretti interessati, ma ormai il danno era fatto e per mesi girarono vignette di Bongiorno in reggicalze e tacchi a spillo.

Il 20 ottobre iniziarono gli interrogatori e gli inquisiti vennero ridicolizzati dalla stampa locale, con articoli dove si parlava di “squallidi individui, tra cui due giovani biondi ossigenati con vistosi maglioni verdi azzurro e calzoni attillati. Qualche genitore non nascondeva la propria intima sofferenza”. Gli stessi genitori mandavano lettere ai giornali per chiedere consigli riguardo ai loro figli, temendo che potessero entrare nella spirale di quella che veniva considerata una vera e propria perdizione. Gianna Preda, del settimanale Il Borghese, consigliò alle madri di distribuire ai figli fotografie di “vere” donne, portandoli sulla retta via e controllando le loro preferenze sessuali. Disse anche di assumere una “domestica giovane, sana e allegra” per svezzarli e iniziarli al sesso, e di controllare le letture dei figlioli, “bruciando quelle che tratta[va]no del vizio”.

Mike Bongiorno
Gino Bramieri
Dario Fo e Franca Rame

La prima testata a pubblicare i nomi degli inquisiti fu Le Ore, giornale scandalistico. Come documenta il libro di Stefano Bolognini Balletti verdi. Uno scandalo omosessuale, queste persone finirono in carcere senza alcuna colpa, persero il lavoro e in alcuni casi tentarono il suicidio. Bolognini ha intervistato uno degli arrestati, che ha dichiarato: “Avevo diciannove anni e mi piacevano gli uomini. Fui arrestato alle cinque di mattina, i carabinieri dissero a mia madre che ero omosessuale. Lei, stordita, non capiva nemmeno bene cosa ciò potesse significare”. Dopo gli arresti entrò poi in gioco la politica, dimostrando di essere ancor più primitiva delle chiacchiere di provincia.

All’epoca i comunisti italiani – ancora influenzati dalla persecuzione degli omosessuali in Unione Sovietica e nonostante la nuova linfa di intellettuali come Pasolini – consideravano in larga parte l’omosessualità come un capriccio borghese. Approfittarono così della vicenda dei balletti verdi per attaccare la Chiesa, sospettando che fossero coinvolti anche dei sacerdoti. Il Vescovo di Brescia smentì le voci intervenendo sui quotidiani locali e fecero lo stesso i giornalisti cattolici, che si affrettarono a ribadire che “i loro oratori non avevano nulla a che vedere con l’abominio sodomitico”. A destra, gli eredi del fascismo, confluiti nel Movimento sociale italiano, provarono addirittura a portare in Parlamento una proposta di legge in cui l’omosessualità veniva considerata come un reato, ma senza successo. Tutti gli ambienti, da quelli più ieratici alle presunte alcove della libertà, confluirono in un unico assioma: le persone omosessuali erano anormali, contro natura, immorali e di conseguenza andavano condannati e puniti.

Alcuni si appellarono persino al parere degli psicologi, che al tempo vedevano appunto l’omosessualità come una malattia e quindi come un fenomeno da risolvere alla radice per arrivare a una sorta di conversione. Lo psicanalista Emilio Servadio scrisse nel 1961 su Psicologia dell’Attualità: “Sono uomini dalla personalità piuttosto ristretta, del tutto incapaci di esporsi apertamente a valutazioni psicologico-cliniche, ad anatemi ed ostracismi sociali. Sono dei bambini camuffati che cercano di risolvere un conflitto interno che li tortura. Ci sembra che queste penetranti definizioni si applichino assai bene al fenomeno dei balletti verdi. Essi mostrano che c’è da modificare e sanare in profondità”. 

Pier Paolo Pasolini

Tra madri preoccupate, dottori sul piede di guerra e politici pronti a condannare, le però ben presto si incepparono. Fu smontata la tesi della tratta di minorenni tra Italia e Svizzera, venne definitivamente smentito il coinvolgimento dei personaggi del mondo dello spettacolo e, soprattutto, non emerse alcun episodio di pedofilia dalla vicenda. Lo scandalo si rivelò un’esasperata montatura. Persino il luogo degli incontri venne ridimensionato: la prestigiosa casa d’appuntamenti si rivelò una modesta cascina dove gli uomini si incontravano mentre gli anziani genitori del proprietario dormivano nella stanza accanto. La sentenza finale arrivò il 29 gennaio del 1964, e smontò definitivamente il caso. Dei sedici imputati arrivati a giudizio sui quasi 200 inquisiti iniziali, quindici furono assolti o poterono fruire dell’amnistia perché condannati per reati minori. Venne invece condannato il proprietario della cascina per favoreggiamento della prostituzione anche se, in ragione di quanto emerso nel corso del processo, tale conclusione appare ancora oggi contraddittoria.

La vicenda dei balletti verdi ci resta però come testimonianza di una psicosi collettiva, l’esaltazione mediatica di una mentalità retrograda oggi ancora radicata. Ormai quasi nessuno parla più di “invertiti”, è vero, ed è cambiato molto – anche se non ancora abbastanza – il nostro lessico quotidiano e scientifico. Le radici di quel pensiero, però, sono ancora vive e mostrano le loro diramazioni nell’Italia dei Pillon e degli Adinolfi, di tutte quelle persone che considerano ancora l’omosessualità come qualcosa di anormale, sbagliato o immorale. I tratti del Family Day sono gli stessi della Brescia del 1960, semplicemente rielaborati alla meglio in uno scenario che dovrebbe essere attuale e invece appare spesso come la brutta copia del passato . Oggi per fortuna non si può più pronunciare impunemente la parola “froci” in televisione, ma questo non significa che le violenze verbali e le discriminazioni siano finite, gli attacchi cambiano semplicemente forma, si adattano, diventano più sottili, ma la sostanza resta la stessa: si appellano a presunte lobby, ostacolano il riconoscimento di alcuni basilari diritti per le minoranze, denigrano e ostracizzano intere categorie. Oggi magari può farci sorridere la chiusura mentale di quel periodo, ma il ghigno si trasforma in fretta in una smorfia quando leggiamo ancora, nel 2020, di persone omosessuali picchiate selvaggiamente, uccise dai loro stessi famigliari, di intolleranza diffusa e baratri legislativi. Purtroppo c’è sempre tanta strada da fare, e i balletti verdi non sono poi un passato così remoto.

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