L’asessualità è un orientamento sessuale, non una patologia

Nell’era del hyper-sex, caratterizzata dalla comparsa sempre maggiore di nuovi modi per inquadrare gli orientamenti sessuali, sembra impossibile ipotizzare la presenza di una comunità che non inneggi al sesso e che, anzi, prenda le distanze dal bombardamento culturale che ne deriva e al quale siamo continuamente sottoposti. Eppure, secondo uno studio del 1994 fatto su un campione di 18mila inglesi, e ripreso nel 2004 dal professore di Psicologia della canadese Brock University Anthony Bogaert, circa l’1% della popolazione sarebbe asessuale. Stime più recenti ritengono però superata questa percentuale, che sarebbe invece intorno al 5%.

Nonostante lo scetticismo di molti, compresa la comunità LGBTQ+, l’asessualità è recentemente entrata a far parte degli orientamenti sessuali esistenti, anche se per molto tempo è stata percepita come una condizione patologica che impedisce alla persona di provare piacere nel pensare al sesso o nel farlo. Proprio in virtù di questa categorizzazione e dei numerosi episodi discriminatori che ne derivavano, Elizabeth F. Emens – docente di diritto alla Columbia University – si è dedicata all’argomento, contribuendo alla sua introduzione nella letteratura legale. Da qui, l’orientamento sessuale è stato reso protetto, in alcuni Paesi, ai sensi della legge antidiscriminazione. La teoria dell’asessualità, tuttavia, rinnegando uno degli istinti primari dell’essere umano e, allo stesso tempo, la validità della psicoanalisi freudiana, rimane ancora oggi un argomento tabù, sia da un punto di vista scientifico che culturale.

La scarsa presenza d’informazioni sul fenomeno dell’asessualità e sul vasto spettro di tipologie esistenti ha condotto un attivista americano, David Jay, a fondare Aven, una comunità virtuale – di cui esiste anche una versione italiana – che ad oggi conta circa 50mila iscritti. Lo scopo di Jay, infatti, era quello di fornire supporto morale, mettendo in connessione gli esponenti della categoria provenienti da diverse parti del mondo, dimostrando loro di non essere soli. Questo perché, molto spesso, la fase di auto-accettazione è quella più complessa, poiché ci si sente sbagliati rispetto a quelli che sono concepiti come i canoni di normalità.

Non è facile trovare una definizione per gli asessuali senza rischiare di ghettizzarli, anche perché sono in molti ancora a dubitare della loro esistenza (nel mondo LGBTQ+ sono metaforicamente definiti “unicorni”) e che li reputano semplicemente affetti da un disturbo del desiderio o, talvolta, da un disturbo psichico. Proprio quest’ultima definizione, infatti, è stata impiegata dalle conduttrici del programma radiofonico “Al posto del cuore”, Paola Perego e Laura Campiglio, per definire coloro che sono parte che hanno quest’orientamento. Il botta e risposta sull’argomento, fatto per lo più di derisioni e discriminazioni di ogni tipo, ha scatenato la reazione della comunità asessuale italiana. Questo intervento “Non avrà certamente portato niente di buono,” hanno dichiarato le varie associazioni tramite un comunicato stampa, “Soprattutto verso quelle persone più giovani che, appena fatto coming out in famiglia, si siano sentite derise in questo modo messe in ridicolo di fronte ai propri affetti, e a quelle che ancora non sono ‘out’, ma che si sono sentite offese e trattate come fenomeni da baraccone su scala nazionale.”

È bene innanzitutto chiarire che l’asessualità comporta una vera e propria mancanza di attrazione sessuale, che non implica necessariamente l’assenza di desiderio sessuale né tanto meno il rifiuto di relazioni. Infatti, a differenza del pensiero comune, esistono categorie di asessuali che non sono affatto schifati dal sesso, ma praticano una regolare attività sessuale sia con il partner sia intesa come autoerotismo. Esattamente come tutti gli altri orientamenti, l’asessualità non è una scelta: non è da confondere con l’astensione o il celibato, né tanto meno come frutto di un trauma infantile. È importante non assoggettare i loro comportamenti a frigidità e/o bigottismo, cosa di cui spesso vengono accusati.

Essendo quindi il fenomeno estremamente variegato, sono state create diverse categorie e tipologie, ognuna contraddistinta dall’asso di un seme. Gli aromantici (♠), ad esempio, rappresentati da quello di picche, sono coloro i quali non provano il bisogno di formare relazioni né provano attrazione per un genere in particolare, ma che sono soddisfatti nell’avere profondi legami d’amicizia. Questa, come si deduce, si presenta come la forma più radicale di asessualità e, forse, anche quella che fa più fatica ad essere accettata.  “In una società in cui se non hai una relazione vieni praticamente considerato come se avessi una qualche sorta di malattia, il non riuscire a stabilire una connessione romantica con qualcuno mi fa sentire un po’ come un pesce fuor d’acqua, come se avessi qualcosa di sbagliato,” dichiara Marta, studentessa di 20 anni, aromantica. “Poi penso che in realtà non ho bisogno di un’altra persona per sentirmi completa, che sto bene anche da sola, che posso vivere una vita piena e soddisfacente per conto mio, che non ho niente di meno rispetto agli altri e vado avanti per la mia strada.”

Procedendo nell’analisi dello spettro asessuale, si arriva agli appartenenti della cosiddetta area grigia (♣), contrassegnati dall’asso di fiori, ossia quelli che potrebbero provare attrazione molto raramente o con un’intensità molto bassa. Quest’ultima categoria, non presupponendo una scelta ben definita, non è del tutto integrata nella comunità asessuale, così come quella dei demisessuali (♦), simboleggiati dal seme di quadri. In quest’ultimo caso, l’attrazione sessuale potrebbe essere presente, ma si definisce come secondaria, cioè derivante da una connessione, solitamente emozionale.

“Per quanto riguarda la mia esperienza,” racconta Marika, 19 anni, demisessuale, “Io ho bisogno di avvertire un legame profondo, che non deve essere obbligatoriamente amore. Non tutti i demisessuali sentono la necessità di innamorarsi, prima di passare al tanto decantato ‘step successivo’. Talvolta, si tratta di un’esperienza cerebrale che presuppone la nascita di un magnetismo, quasi viscerale, con l’altro.” Gli appartenenti alla categoria, così come suggerito dallo stesso nome, si trovano in una posizione mediana tra i sessualmente attivi e coloro che si definiscono asessuali, non riuscendo a ritagliarsi una posizione in nessuna delle due comunità. “Credo che il problema stia nella concezione secondo cui non siamo tanto diversi da tutti gli altri,” continua Marika. “La maggior parte delle volte, infatti, quando spieghi a qualcuno che cosa voglia dire essere demisessuale, quasi si sentono offesi, perché ‘cosa credi, che io vada a letto con chiunque, invece?’ Quindi per i sessuali, siamo soltanto dei fiorellini che vogliono sentirsi speciali e per gli asessuali, la nostra scelta di fare sesso ci rende troppo lontani.”

Infine, l’ultima tipologia del fenomeno vede protagonisti i romantici, rappresentati dall’asso di cuori (♥) – non poteva essere altrimenti. Si tratta di coloro i quali provano desiderio di avere relazioni romantiche, ma senza la presenza dell’aspetto sessuale. Tuttavia, il fatto che quest’ultima componente sia esclusa, non significa che non vi sia alcun tipo di attrazione, o che non vi sia il desiderio di un contatto fisico. “Anche gli asessuali possono trovare una persona bella, o affascinante esteriormente, senza sentirsi attratti dal punto di vista sessuale: si tratta di attrazione estetica,” spiega Viola, studentessa napoletana, romantica. “Inoltre, non è affatto detto che un asessuale debba per forza disprezzare ogni forma di contatto fisico, come abbracci e carezze, che non rientrano nell’attrazione sessuale, ma definiscono quella sensuale.”

Molti siti d’incontri, come ad esempio Cuddle comfort, sono stati creati con lo specifico scopo di favorire scambi di coccole di questo tipo, in modo da fornire ulteriori supporti online per la comunità asessuale. “Il mondo sopravvaluta la sessualità,” ha dichiarato il fondatore David Jay. “In realtà non c’è alcun bisogno di fare sesso per essere più felici”. Tuttavia, quest’opinione non è affatto condivisa né dagli eterosessuali né dalla comunità LGBTQ+: dopotutto, la sessualità è uno degli istinti primari dell’essere umano, sia come ricerca del piacere fisico sia come atto procreativo. Risulta difficile quindi, per molti, immaginare la totale assenza di impulsi di questo tipo.

Secondo il filosofo austriaco Sigmund Freud, la libido, definita come forma di energia vitale, si sviluppa negli esseri umani, i quali quindi nascono “polimorficamente perversi”, ossia percepiscono qualsiasi oggetto come potenziale sorgente di piacere. Famigerata poi è la sua suddivisone dell’individuo in vari stadi di sviluppo: fase orale (piacere del neonato nell’allattamento), fase anale (piacere del bambino nel controllo della defecazione), fase fallica (in cui la sessualità infantile raggiunge la sua massima intensità), fase di latenza (impulsi sessuali inibiti) ed infine fase genitale (concentrazione delle pulsioni libidiche sugli organi genitali).

In quest’ottica, gli asessuali andrebbero a contraddire parte dello studio freudiano: nel loro caso, infatti, la libido non conduce allo sviluppo e alla maturazione del desiderio sessuale. L’incapacità della psicoanalisi nello spiegare l’esistenza di questo determinato orientamento fa riflettere su quanto ancora ci sia ancora da imparare sulla psiche dell’essere umano, che non è quasi mai possibile assolutizzare. La stessa tesi, infatti, è stata usata anche dallo psicoanalista e filosofo Umberto Galimberti per spiegare l’ormai scarsa autorevolezza della materia. “La crisi è dovuta alla psicoanalisi stessa, che si è chiusa nelle categorie classiche – rappresentate nelle teorie di Freud, Jung e Lacan – che probabilmente in una società radicalmente trasformata non funzionano più,” ha dichiarato Galimberti in un’intervista. “Per esempio, quando assumiamo la considerazione freudiana che parte da una base sessuale; oggi la sessualità è sostanzialmente libera e quindi non è più causa di traumi.”

In questo tipo di scenario, che si presuppone essere quello attuale, il livello di emancipazione raggiunto dovrebbe consentirebbe all’uomo di declinarsi in innumerevoli categorie o di professarsi di un orientamento sessuale piuttosto che di un altro. Tuttavia, tale raggiungimento, avendo come condizione l’abbandono delle etichette e delle classificazioni nelle quali noi stessi ci ascriviamo, appare ancora troppo lontano. Per quanto possa essere spasmodica la ricerca di un qualsiasi tipo di libertà, in cui l’affermazione del proprio sé non debba scendere a patti con i dogmi della società d’appartenenza, c’è qualcosa di estremamente confortante nel sentirsi parte di qualcosa, nell’avere in comune un nome con un altro essere umano.

Pur rifuggendo continuamente da quest’idea, il possedere un’etichetta continua ad essere l’aspirazione principale di ogni componente di una collettività, soprattutto nel caso delle minoranze. Per esempio, il motivo della creazione di nuove etichette per descrivere gli orientamenti sessuali, basata sulla ricerca scrupolosa di punti di distinzione, è proprio quello di creare una comunità intorno alla stessa diversità. La questione, infatti, così come evidenziato anche da Galimberti, si acuisce proprio nel momento in cui l’adozione delle categorie sociali esistenti diventano inadatte a spiegare gli attuali fenomeni concernenti la sfera psichica. La tendenza quasi smaniosa a etichettare qualsiasi peculiarità e sfumatura e a farne nuove categorie, ha fatto sì che queste ultime venissero inizialmente prese poco sul serio anche da appartenenti alla stessa comunità LGBT, ottenendo dunque il risultato opposto. Insomma, talvolta è l’emancipazione stessa che conduce alla discriminazione, poiché il prezzo da pagare è l’abbattimento dei canoni di normalità, ai quali siamo tanto legati.

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