Alberto Angela è il rimedio all’anti-intellettualismo di oggi

Non so se stiamo davvero attraversando un ritorno al Medioevo, ma di certo siamo in un momento storico in cui la diffidenza verso tutto ciò che è ritenuto “accademico” o che provenga da una fonte autorevole in materia risulta indigesto a una gran parte della popolazione italiana. Il sentimento di sfiducia nei confronti di chi canonicamente dovrebbe avere i mezzi per poter parlare di materie piuttosto complesse pervade il presente tanto da dare spazio a “varicella party” o a regalarci scene in cui alte cariche dello Stato tirano fuori santini di Padre Pio in diretta nazionale con gli occhi lucidi dalla commozione. Certo, non abbiamo la peste né pratichiamo pene corporali ai sovvertitori della legge, ma un principio di involuzione sembra comunque farsi strada. Negli anni dei no Vax e dei ministri che collegano la crescita del Pil alle escursioni termiche, un faro nella notte sembra contraddire ogni percezione di totale scetticismo nei confronti della conoscenza “tradizionale” e di quel tanto fastidioso “intellettualismo” che fa passare la cultura per mero accessorio snob: Alberto Angela.

Alberto Angela

Un divulgatore pacato e razionale, in totale contraddizione con gli urlatori da balcone che ultimamente ci intrattengono, il paleontologo del sabato sera continua a dare prova del suo enorme successo, confermandolo e aumentandolo di anno in anno. Anche di recente, con la sua storica trasmissione Ulisse, nonostante si sia trovato a competere con l’imperatrice dell’intrattenimento Maria De Filippi, ha comunque dato prova di straordinaria efficacia. E il risultato è stato smentire almeno per qualche ora la sensazione che l’Italia oggi sia fatta solo di persone che credono di sapere già tutto e di non aver bisogno che qualcuno che ha studiato di più gli spieghi che non è così. Ma la contraddizione tra lo spirito positivista e la tendenza oscurantista odierna avrà pur qualche ragione, e il “fenomeno Angela” è un mix di elementi che, se analizzati, danno una spiegazione logica al perché quasi quattro milioni di persone, lo scorso sabato, abbiano preferito una trasmissione sulla Cappella Sistina a Belén Rodriguez che lancia appelli ai quarantenni.

Prima di tutto, a fare da base solida alla carriera di questo divulgatore c’è l’eredità di un padre che merita di essere menzionato quanto meno per la grande intelligenza con cui ha saputo importare il modello anglosassone fino a renderlo un cult della nostra televisione. Chi non ha mai trascorso una serata ad ascoltare la voce angelicata di Piero Angela che spiega come si riproducono le api e a farsi cullare da Aria sulla quarta corda di Bach, probabilmente non conosce il vero piacere del servizio pubblico. Quando c’è di mezzo un “figlio di”, solitamente, la sensazione è che si tratti o di una copia scadente dell’estro genitoriale, o di una probabile assenza di talento che viene in qualche modo mascherata da qualche squallida pratica familista.

Piero Angela

Nel caso degli Angela, invece, il lavoro è sempre stato in perfetta sinergia, riuscendo a rendere il figlio forse ancora più acclamato e apprezzato del padre. Allo stesso tempo, se non ci fosse stato Super Quark a fare da apripista ad Alberto, tra le improvvisazioni jazz di Piero e le meraviglie della savana, l’erede del documentario di Rai Uno non avrebbe certo avuto lo stesso successo. Ma l’elemento che aggiunge quel tocco in più alla semplice narrazione dell’Angela senior è ben chiaro: Alberto sembra sempre una sorta di Indiana Jones alle prese con qualche tomba egizia che contiene l’anima di una mummia vendicativa pronta a distruggere il mondo intero a meno che lui, il buon divulgatore, non ci salvi con la potente arma della conoscenza.

E in effetti, proprio questo suo look sobrio e pratico da studioso di dinosauri, combinato con una biografia da personaggio di film d’avventura anni Novanta, rende la figura di Alberto Angela un modello a cui guardare, specialmente per i bambini cresciuti con i giochi Clementoni. La sua storia è stracolma di quegli aneddoti che ci piacerebbe poter sfoggiare in società, tipo “Quella volta che un cannibale mi ha dato un passaggio sorridendomi con i suoi denti aguzzi” o “Quell’altra volta che mi hanno intitolato un asteroide e hanno dato a una conchiglia il mio nome (prunum albertoangelai, esiste sul serio)”, fino a “Quella in cui mi hanno rapito in Niger”. Un naturalista e paleontologo che sembra vivere in una perenne spedizione per svelare i misteri della Terra, ma sempre con garbo. Oltre alle strabilianti vicende personali che già di per sé costituiscono oggetto di interesse da parte di più o meno tutti, Alberto Angela ha dalla propria anche un’innegabile avvenenza. A conferma della sua dedizione – spontanea, s’intende – al concetto greco di kalokagathìa, infatti, Alberto Angela non è solo bravo, colto, a modo, interessante, ma è anche bello. Una dote che non sfugge di certo al suo pubblico, tanto da conferirgli un ruolo – da lui umilmente respinto, sia chiaro – di sex symbol, di idolo di masse in adorazione, tanto compatte nella loro idolatria da riunirsi in gruppi Facebook con più di ventimila iscritti e rispondere al nome di Angelers.

E qua si spiega anche un’altra caratteristica che contribuisce al successo di questo personaggio apparentemente perfetto: Angela è una figura estremamente compatibile con internet e con i suoi codici. In una rete in cui l’apprezzamento ironico e l’adorazione sfrenata fanno da base per un linguaggio condiviso, il divulgatore che non rinuncia alla vita alta e alle giacche con le toppe ai gomiti diventa un eroe di internet. Anche se le pagine di meme a lui dedicate non sono le prime a essersi accorte del suo cocktail peculiare di contenuti e movenze, visto che già all’inizio degli anni ’00 Neri Marcorè ne aveva fatto un’imitazione molto efficace e divertente, coinvolgendo lo stesso Angela in uno dei suoi sketch. Alberto, dunque, non sta bene solo in televisione circondato da fossili o da affreschi cinquecenteschi ma anche sul web, il che gli conferisce un permesso speciale per entrare nella corsia preferenziale del gradimento, andando a riempire quel famoso spazio che separa le nuove generazioni dalle vecchie. Perché in sostanza, Ulisse – e le altre trasmissioni – può piacere a tutti: dal liceale al parrucchiere, Angela junior arriva potenzialmente a tutti, sia per il linguaggio accessibile che usa per affrontare gli argomenti delle sue “lezioni”, che per il fascino magnetico che esercita su chi lo guarda. È una di quelle cose che rispettano alla lettera il concetto di bollino verde, “trasmissione adatta a tutta la famiglia”, un collante tra adulti e bambini, nativi digitali e buongiornisti che inoltrano a tutta la rubrica Whatsapp gli auguri di Pasqua con pulcini che escono dalle uova. E lui, che di certo non è inconsapevole del suo tanto decantato charme, come un gentiluomo aggraziato si ritira a un imbarazzato “preferisco non commentare”. Sia mai che l’adone della cultura per tutti abbia uno slancio di egocentrismo.

Forse però, la ragione che rende davvero così allettante la sua trasmissione da record di ascolti è dovuta alla sostanza di ciò che dice. Che gli italiani abbiano l’abitudine a parlare sempre male del loro Paese è risaputo, e che gli italiani parlino male del loro Paese oggi, per molti versi, è anche comprensibile. Alberto Angela, con le sue trasmissioni, al contrario, ha fornito un modo sano e costruttivo di interpretare uno Stato che sebbene abbia quintali di difetti conserva anche una marea di pregi. Senza scadere in becero patriottismo da “siamo il Paese più bello del mondo”, né in ridicoli nazionalismi che assumono forme grottesche di rivendicazioni territoriali primitive, Angela ha semplicemente dato spazio al bello che c’è in Italia, un patrimonio che spesso non conosciamo nemmeno noi che decantiamo tanto l’eccellenza nostrana. È forse quello di cui abbiamo bisogno, non tanto come forma di anestetico alle brutture del presente ma più come promemoria di una realtà che ci circonda praticamente tutti, dall’ultima provincia del Nord Italia fino al Lampedusa, ed è ancora lì, sempre se non decidiamo di abbandonare definitivamente ogni forma di tutela del nostro patrimonio artistico e culturale.

Che si tratti di un meme o di un sex symbol per cantanti pop, è evidente che la figura di Alberto Angela racchiude in sé una formula che funziona bene. E il fatto che continui a destare tutto questo interesse non può che essere interpretato come la prova che se le cose si fanno bene, con dedizione e chiarezza, alla fine i risultati possono anche arrivare. È un esempio di come il servizio pubblico può e deve continuare a svolgere un ruolo fondamentale nella cultura, anche quella più popolare e divulgativa della televisione del sabato sera, mantenendo gusto, senza piegarsi per forza alla banalità del contenuto facile e immediato, che non per forza andrebbe abolito, ma che può convivere anche con un’idea di intrattenimento più articolata del semplice varietà. Alberto Angela magari è stato fortunato a essere il figlio di Piero Angela, a essere un oratore disinvolto e un esploratore piacente, a essere così affascinante da sfondare la parete di internet, ma ciò non toglie che il suo successo sia meritato. E lo è ancora di più se lo contestualizziamo con il periodo in cui ci troviamo.

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