Come Taiwan sta sconfiggendo la pandemia senza il lockdown

Da quando, nel gennaio scorso, è esplosa la pandemia di COVID-19 le diverse nazioni hanno tentato con diversi mezzi di arginare la diffusione del virus. L’obiettivo primario, per tutti, è quello di non sovraccaricare il sistema sanitario, in attesa di un vaccino o di protocolli di cura più efficaci.

Dopo l’esempio della Cina, anche l’Italia e molti altri Paesi europei si sono affidati a metodi drastici di chiusura e isolamento, esempio che negli ultimi giorni è stato seguito anche dagli Stati Uniti e, solo in parte, dal Regno Unito, in cui si continua ad affidarsi al buon senso dei cittadini. Ma c’è una realtà che fino a questo momento ha affrontato l’emergenza in modo diverso e, al momento, con buoni risultati.  

Si tratta di Taiwan, a meno di 150 chilometri dalle coste cinesi. L’isola ha 23 milioni di abitanti, 404mila dei quali lavorano in Cina. Solo nel 2019, 2,7 milioni di persone hanno viaggiato tra la Cina e Taiwan. Per questa sua vicinanza geografica ed economica, si dava quasi per scontato che avrebbe avuto un altissimo numero di infetti, ma per ora non è stato così. Il 17 marzo scorso i positivi al coronavirus a Taiwan erano appena 77, con aumenti giornalieri di pochissime unità, tutte tracciabili e per la maggior parte provenienti dall’estero. 

Taipei, Taiwan

Eppure, come riporta il Guardian, a Taiwan la maggior parte delle persone vive la sua vita normalmente, con uffici e scuole aperte, e ristoranti, palestre e bar affollati nella capitale Taipei, anche se i gestori di alcuni locali misurano la temperatura ai clienti e offrono disinfettanti per le mani all’ingresso. Molti cittadini portano le mascherine, la cui vendita è regolata e contingentata dal governo: non è possibile acquistare più di tre mascherine alla settimana. 

Come sia possibile che sull’isola la vita vada avanti come al solito mentre nel resto del mondo si mettono in atto misure drastiche di contenimento lo racconta ora nei dettagli un articolo di Jason Wang, docente di pediatria all’Università di Stanford, pubblicato lo scorso 11 febbraio sul Jama (Journal of the American Medical Association). Il piano messo in atto dal governo di Taiwan dal 31 dicembre 2019 al 21 febbraio si basa su 124 punti che integrano tecnologia, un coordinamento centrale e un’estrema rapidità nei tempi di azione. 

Quello che sicuramente ha aiutato l’esecutivo è stata l’esperienza maturata con l’epidemia di Sars del 2003.  Per i primi due mesi successivi all’allerta diramata dall’Organizzazione mondiale della sanità sulla Sars, infatti, Taiwan contò solo ventinove casi sospetti e nessun morto. La situazione però cambiò drasticamente nel mese di aprile, quando all’ospedale di Taipei vennero registrati sette casi infetti. Nella speranza di limitare il contagio, i malati vennero suddivisi tra altri ospedali, causando una serie di contagi a catena che, in sole due settimane, portarono il numero di soggetti infetti a 116 e i morti a 10. All’inizio di giugno i contagi erano aumentati in modo esponenziale, con 680 casi e 81 morti, dieci dei quali tra il personale sanitario. 

Alla fine dell’emergenza, la colpa dell’aumento nel numero dei contagi venne data alla mancanza di preparazione e di coordinamento. Così, per non farsi trovare di nuovo impreparato, nel 2004 il governo taiwanese istituì il National Health Command Center (Nhcc), costituito da un istituto centrale e molti altri distaccamenti sul territorio, per far fronte a emergenze di carattere biologico-sanitario e minacce di bioterrorismo. Il centro serve da coordinamento delle comunicazioni tra le diverse autorità a livello statale, regionale e locale, ed è un istituto che si è rivelato di fondamentale importanza anche con la recente pandemia. 

L’esplosione dell’epidemia di COVID-19 è iniziata appena prima del Capodanno Lunare, periodo in cui moltissimi cinesi e taiwanesi si mettono in viaggio per le vacanze o per raggiungere le regioni di origine. Il governo ha quindi messo in campo velocemente delle misure per permettere l’identificazione immediata dei casi sospetti, attuando al contempo efficaci misure di contenimento e stanziando nuove risorse per la protezione della salute pubblica. 

A fare la differenza sono stati i tempi di azione rapidissimi: già il 31 dicembre dello scorso anno, quando all’Organizzazione mondiale della sanità sono stati notificati per la prima volta alcuni casi di una polmonite sconosciuta a Wuhan, gli ufficiali taiwanesi hanno iniziato i controlli a bordo degli aerei in arrivo dalla città cinese, misurando la temperatura e verificando l’eventuale sintomatologia dei passeggeri ancora prima del loro sbarco. Il 5 gennaio, i controlli sono stati estesi a chiunque avesse viaggiato tra Taiwan e Wuhan nei 14 giorni precedenti e avesse febbre o sintomi respiratori. I passeggeri con questi sintomi sono stati messi in quarantena domiciliare o, se necessario, portati in ospedale e testati per 26 tipologie di virus, tra cui quello della Sars e della Mers. Il 20 gennaio, quando la Cina ha parlato per la prima volta di epidemia e Wuhan ancora non era stata messa in quarantena, i Taiwan Centers for Disease Control (Cdc) hanno attivato la procedura di emergenza attraverso il Nhcc, coinvolgendo i ministeri dei Trasporti, dell’Economia, del Lavoro, dell’Educazione e della Protezione dell’ambiente. Da quel momento, e per le successive cinque settimane, sono state stilate e implementate mano a mano le 124 azioni per fermare il virus, che includono controlli sui confini, quarantena dei casi sospetti, ricerca attiva dei casi, informazione ed educazione della popolazione per combattere la disinformazione e le fake news, applicazione di nuove politiche per le scuole e le attività educative, misure di sostegno per le imprese. 

La tecnologia ha avuto un ruolo fondamentale: per la ricerca di nuovi casi tra i viaggiatori in arrivo a Taiwan è stato utilizzato il database della National Health Insurance (Nhi), integrato con quello del dipartimento immigrazione e delle dogane. Sono stati così realizzati degli alert in tempo reale, utilizzati durante il controllo sanitario per l’identificazione dei casi sospetti, in modo da risalire non solo alla storia degli spostamenti dei soggetti ma anche agli eventuali sintomi clinici. Mediante dei QR code è stato poi classificato il livello di rischio di ogni viaggiatore. Le persone a basso rischio hanno ricevuto subito via sms il via libera all’ingresso nel Paese, mentre quelli a rischio più elevato sono stati mandati a casa in quarantena per quattordici giorni. La loro posizione è stata poi tracciata, attraverso il loro telefono cellulare, per assicurarsi che non si muovessero dalla propria casa per il tempo necessario. Sempre grazie ai database della Nhi tutti i pazienti con sintomi respiratori testati per l’influenza sono stati sottoposti anche al test per la COVID-19. Il governo stesso ha provveduto a fornire ai contagiati in isolamento domiciliare cibo, controlli sanitari frequenti e supporto nel corso della quarantena. Inoltre, sono stati attivati in ogni città dei numeri verdi gratuiti per fornire informazioni, dare indicazioni e rassicurare i cittadini. 

Per Jason Wang, la strategia di Taipei è stato un “esempio di come una società può rispondere rapidamente a una crisi e proteggere gli interessi dei suoi cittadini”. In parte questo è anche merito dello scetticismo riguardo ai dati ufficiali che la Cina fornisce durante le emergenze sanitarie, come già accaduto durante l’epidemia di Sars del 2003. “Quello che abbiamo imparato dall’epidemia di Sars è che dobbiamo essere molto scettici sui dati provenienti dalla Cina”, ha detto Chan Chang-chuan, rettore del National Taiwan University College of Public Health. “Abbiamo imparato una lezione molto dura allora, ed è un’esperienza che molte altre Nazioni non hanno”.

Le polemiche con la Cina non si fermano a questo: Taiwan, infatti, non è un membro dell’Organizzazione mondiale della sanità a causa delle obiezioni del governo di Pechino, perché la Cina considera Taiwan parte del proprio territorio, anche se di fatto è uno stato sovrano con un governo indipendente e democraticamente eletto. Dal 2017 Taiwan non ha più partecipato alla World Health Assembly, appuntamento annuale tra gli aderenti all’Organizzazione mondiale della sanità, a causa delle pressioni fatte da Pechino. Anche ora, durante la pandemia di COVID-19, Taiwan è stata esclusa dagli incontri dell’Oms per fronteggiare l’emergenza.  Solo il 12 febbraio scorso, alcuni esperti di Taiwan sono stati ammessi a partecipare, a distanza, a un forum sulla COVID-19. Un’esclusione interrotta solo grazie al supporto dai primi ministri canadese e giapponese e che il governo di Taipei ha definito come un grande svantaggio per la tutela della salute pubblica. 

“Per noi, ricevere informazioni in tempo reale è molto importante. Vogliamo anche far sapere all’Oms che Taiwan non può condividere le esperienze positive se non viene ammessa a partecipare”, ha detto Kolas Yotaka, portavoce del consiglio dei ministri del governo di Taiwan. “Dobbiamo lavorare insieme per far finire questo incubo”.  E aggiunge, in riferimento all’utilizzo del tracciamento tramite la rete cellulare, che “Non stiamo utilizzando nessun metodo di sorveglianza avanzato. Semplicemente tracciamo gli spostamenti attraverso le sim card del telefono cellulare. Vogliamo proteggere le persone, e per prevenire l’infezione e l’aumento delle vittime sono misure che vanno prese”.

Queste misure,  probabilmente, verranno presto adottate anche da noi: in Lombardia si sta iniziando a fare lo stesso per evitare che i cittadini, in un momento in cui viene richiesto di non lasciare le proprie abitazioni, continuino a spostarsi inutilmente. Nonostante il valore della democrazia e delle libertà che ci garantisce ogni giorno, l’intera salute della popolazione vale rinunciare a una piccola parte di queste, per un periodo che tutti sperano sia il più breve possibile.

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