Con il coronavirus chi ha una Partita Iva è stato abbandonato a se stesso

Nelle ultime settimane, l’epidemia causata dal COVID-19 ha monopolizzato l’attenzione dell’opinione pubblica. La necessità di contenere la diffusione del Coronavirus ha portato il governo italiano ad assumere misure più restrittive per i cittadini, per alleggerire il più possibile la pressione sul Sistema sanitario nazionale, con ripercussioni evidenti sull’economia e il mondo del lavoro.

Per reagire, sempre più imprese stanno facendo ricorso al lavoro da remoto per i loro dipendenti. Per il momento, in Italia lo smart working può essere attivato attraverso procedure semplificate, ma rimane comunque soggetto alla discrezione delle singole aziende. Nonostante le raccomandazioni delle autorità, molti lavoratori non hanno beneficiato di questa possibilità, vuoi perché svolgono mansioni incompatibili con il lavoro da remoto, vuoi perché la tradizionale visione per cui si lavora soltanto in ufficio è difficile da sradicare nella mentalità di molti dirigenti. La legge impone ai datori di lavoro di tutelare l’integrità fisica e la salute dei dipendenti. Far finta di niente e continuare a produrre come se non fosse in atto un’emergenza sanitaria definita pandemia globale dall’Organizzazione mondiale della sanità, è da irresponsabili e rischia di esporre le aziende a pesanti ripercussioni economiche e reputazionali.

Il governo sta implementando ulteriori misure di contenimento da affiancare al lavoro agile, che vanno dall’estensione degli ammortizzatori sociali, come la Cassa integrazione guadagni, alla previsione di congedi parentali straordinari per consentire ai genitori di gestire la chiusura delle scuole e degli asili. Sono tutte misure utili, ma il principale ostacolo è la loro estensione. Il mercato del lavoro continua infatti a essere diviso tra le persone che godono di tutele da parte della legge e precari e partite Iva.

I liberi professionisti e i lavoratori autonomi titolari di partita Iva sono senza dubbio tra i soggetti più esposti alla crisi. Secondo un sondaggio lanciato da Acta, un’associazione che rappresenta i freelance, il 47% dei rispondenti ha subito la cancellazione di una commessa a causa del Coronavirus negli ultimi giorni, mentre il 57% ha ricevuto la comunicazione di sospensione o il rinvio a data da destinarsi di almeno una commessa. Tre freelance su quattro ritengono che nei prossimi mesi ci saranno ulteriori cancellazioni e rinvii. Nello specifico, le persone che lavorano a contatto con i clienti risultano essere tra i soggetti maggiormente vulnerabili. Quasi tutti gli interpreti, gli organizzatori di eventi e i formatori hanno infatti già subito perdite a causa dell’epidemia.

Il sondaggio mette in evidenza un altro dato molto preoccupante. Le donne sembrano essere più esposte rispetto agli uomini, e questo avverrebbe per due ordini di ragioni. In primo luogo, le professioni più colpite sono esercitate in maggioranza da soggetti di sesso femminile. Inoltre, la chiusura delle scuole sta avendo un impatto maggiore sulla loro disponibilità lavorativa, anche a causa di una mentalità che non riesce ancora a considerare la professionalità delle donne al pari di quella degli uomini. In pratica, sono spesso le donne che restano a casa per occuparsi dei figli durante questo periodo di chiusura degli istituti scolastici. Secondo il decreto del 2 marzo, i lavoratori autonomi di Codogno e dintorni possono richiedere un’indennità di 500 euro mensili, per un massimo di tre mesi. È verosimile che il governo finirà per estendere la possibilità di richiedere l’indennità a tutte le partite Iva presenti sul territorio italiano. Delle misure particolari, inoltre, dovrebbero essere predisposte per i liberi professionisti iscritti ad albi, come gli architetti e gli ingegneri.

Questa categoria di lavoratori non ha accesso agli ammortizzatori sociali previsti per i lavoratori dipendenti, come ad esempio le varie forme di Cassa integrazione. Un libero professionista o un lavoratore freelance se non lavora non guadagna, al contrario di moltissimi impiegati che attualmente continuano a percepire la retribuzione pur restando a casa. Per questo motivo è essenziale prevedere una serie di misure in grado di non lasciare sul lastrico una parte produttiva importante del nostro Paese. La sospensione dei mutui, la proroga delle scadenze fiscali e contributive, sono soltanto alcune delle misure che devono essere adottate per contenere l’impatto devastante del COVID-19 sulle partite Iva.

La preoccupazione diffusa tra la popolazione italiana e internazionale ha provocato un drastico calo degli introiti anche nel settore turistico, già evidente prima dell’ultimo decreto sugli spostamenti non necessari. Venezia è stata costretta a concludere in anticipo i tradizionali eventi di carnevale. Milano ha dovuto rinviare a giugno il salone internazionale del mobile. Moltissimi lavoratori del settore operano con contratti interinali o a tempo determinato che vengono rinnovati di volta in volta a fronte di esigenze stagionali come manifestazioni, eventi o festività religiose e civili. In questo momento, secondo le stime di Alleanza Cooperative, si rischia di lasciare a casa almeno 130mila persone, senza un lavoro e senza ammortizzatori sociali adeguati ad accompagnare la transizione in questa fase complicata.

Se per i precari la crisi è molto grave, non va molto meglio per i contratti più stabili. A Milano, infatti, si è già registrato uno dei primi licenziamenti collegati direttamente all’epidemia. Un lavoratore di una società che gestisce affitti a breve termine in appartamenti di lusso ha ricevuto una lettera di licenziamento che fa esplicito riferimento ai danni causati dal Coronavirus nel settore del turismo.

Il turismo, incluso l’indotto, è un settore strategico che vale circa il 13% del nostro prodotto interno lordo e occupa più di 4 milioni di persone. Federturismo ha stimato perdite per 7,5 miliardi di euro soltanto nei prossimi tre mesi. È molto probabile che in un primo momento le aziende faranno scadere i contratti di lavoro con gli interinali e con i dipendenti a termine senza rinnovarli. Poi si taglieranno le consulenze non essenziali. Infine si prospetta anche la possibilità di licenziamenti collettivi dei dipendenti assunti con contratto di lavoro a tempo indeterminato. In questo contesto, è verosimile che saranno i giovani a pagare il prezzo più alto. Assunti, spesso, senza le tutele previste dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, rappresentano la fascia meno tutelata degli occupati in Italia. Il governo ha comunque promesso che nessuno perderà il posto di lavoro a causa del COVID-19.

Tutte le organizzazioni sindacali hanno espresso forte preoccupazione per una recessione che sembra ormai inevitabile. Il segretario della Cgil Maurizio Landini ha proposto di concedere sgravi contributivi e fiscali alle aziende che si impegnano a non licenziare i dipendenti. La segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan ha criticato il ritardo nello sblocco delle risorse destinate alle infrastrutture. Al momento mancano soluzioni comuni in grado di arginare le gravi ripercussioni negative che già si vedono all’orizzonte.

Ogni caso è una storia a sé, ma è fondamentale ricordare che il licenziamento è il rimedio estremo per risolvere una crisi aziendale e che prima di licenziare bisogna almeno tentare di seguire le strade alternative offerte dalla legge: dalle riduzioni di orario, alle sospensioni del lavoro, fino ad arrivare alla cassa integrazione in deroga appositamente prevista dal governo. Riscoprire il concetto di equità in queste situazioni è fondamentale per non accentuare una situazione di disagio sociale dagli effetti imprevedibili.

Abbiamo trascorso gli ultimi 30 anni a elogiare la concorrenza, il libero mercato e la flessibilità del lavoro senza nessuna forma di regolamento. Abbiamo accettato forme di lavoro precario e con poche tutele con la convinzione che fosse più importante difendere il numero di posti lavoro che i singoli dipendenti. Adesso l’intera società italiana si trova vulnerabile ed esposta a una minaccia da cui non sappiamo ancora difenderci con efficacia. In questi momenti apprezziamo l’efficienza di molte strutture sanitarie pubbliche e l’abnegazione di medici e personale ospedaliero, ma allo stesso tempo ci troviamo spaesati davanti a un mercato del lavoro che considera interscambiabili i dipendenti e parla solo di flessibilità. Oltre la logica emergenziale, la tutela delle persone si garantisce anche e soprattutto attraverso la dignità del lavoro. È fondamentale capirlo, se vogliamo che i danni del Coronavirus non abbiano ripercussioni sul Paese in grado di durare per i prossimi decenni.

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