Nella società della prestazione permanente, dobbiamo tornare ad annoiarci

Sembra ormai passato moltissimo tempo dai giorni in cui girava in rete Fiorello che ci invitava a riscoprire le gioie dello stare a casa, sembrava che un nuovo mondo fosse appena sbocciato davanti ai nostri occhi, ricco delle infinite promesse di divertimento che portava con sé. E invece era soltanto l’8 marzo e dopo queste settimane la sensazione dominante è di trovarci ospiti nelle nostre stesse abitazioni. Dobbiamo ricostruire la confidenza con una realtà che pensavamo familiare e ciò significa, per chi non abita da solo, fare innanzitutto i conti con quei conviventi che non può più evocare o bandire a proprio piacimento con un semplice click della porta, essendo invece concreta e ineludibile presenza sempre sul punto di sconfinare nei nostri spazi ristretti. Ma il vero ospite inquietante che ci viene sbattuto davanti è quel rapporto vergognosamente intimo, e difatti volentieri negletto, con noi stessi. Nell’impossibilità di evadere dalle mura domestiche riaffiorano alla mente le celebri parole del pensatore francese Blaise Pascal, secondo il quale “Tutta l’infelicità degli uomini viene da una cosa sola, non sapersene stare in pace in una camera”. 

La reazione più immediata che molti hanno avuto è stata quella di rivoltarsi contro la disgregazione della propria ordinaria routine, tentando di riempire il vuoto che si era venuto a creare e di aiutare gli altri a nostra volta a riempirlo. Così è esplosa l’offerta di contenuti di qualsiasi tipo sul web. Siamo talmente abituati a essere immersi in un ossessivo flusso di attività che non riusciamo più a tollerare la stasi, perché ci appare come una resa o, nel migliore dei casi, una perdita di tempo distillata in latente senso di colpa. Non a caso uno degli hashtag più ricorrenti di questi giorni è stato #nonsiferma. D’altronde chi si ferma è, come si suol dire, perduto.

Nel suo libro La società della stanchezza il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han illustra come depressione, burnout, deficit di attenzione e iperattività derivino dall’angoscia di non essere all’altezza delle proprie aspettative, di ciò che ci si era proposti, dei piccoli e quotidiani doveri e delle performance che tutti noi sentiamo nel nostro intimo di dover perseguire. Insoddisfazione che, lungi dal quietarci, ci spinge invece a essere sempre più produttivi, consumandoci alla ricerca di tale asintotico appagamento.

In un orizzonte dove niente è più impossibile, dove virtualmente tutto può essere raggiunto, la paura di scoprirci inadeguati, nuovi inetti al tempo della società del sii ciò che vuoi e vivi senza porti dei limiti, funziona da perfetto stimolo per farci adattare alle regole della prestazione e della produttività. A ben vedere il foucaultiano paradigma disciplinare – ovvero l’essere sottoposti, mediante specifici condizionamenti esterni, a determinate forme di obbedienza – non è scomparso, semplicemente è stato introiettato da noi stessi, combinandosi con un altro fattore: il desiderio. Viene così a crearsi una condizione particolare dato che il desiderio, infinito e sempre manchevole per definizione, funge da perfetto polo dialettico per alimentare indefinitamente il nostro anelito performativo. Il risultato è il cosiddetto “animal laborans”, termine coniato da Hannah Arendt nel suo Vita activa, ben disposto a sfruttarsi in modo del tutto volontario, lietamente incosciente di essere al contempo carnefice e vittima di se stesso.

Come ogni evento, anche il virus, come d’altronde sottolinea il filosofo Rocco Ronchi in un articolo su Doppiozero, apre una finestra di possibilità, ha cioè una virtù: mostra ciò che prima del suo accadimento era impossibile, ci concede un margine di virtualità, un’occasione per niente teorica, ma profondamente pragmatica e trasformativa. Si tratta di sentire la fatica, la noia che la situazione attuale porta con sé come nuovo sguardo capace di illuminare possibilità nuove per il domani. È un invito innanzitutto a dimettere la velleitaria pretesa di contrapporre all’attuale stato di cose un movimento meramente oppositivo, di rispondere ad attività con altra attività, affinché la noia non sia concepita come un semplice vuoto da riempire ma come stasi feconda. Questa riottosità a lasciarsi trascinare dalle correnti performative è riassunta così mirabilmente nella celebre frase dello scrivano Bartebly di Melville: “Preferirei di no”. Si tratta di quell’arresto, del “no soprannaturale” che Simone Weil indica come momento fondamentale per ripulirsi dalle escrescenze virulente dell’io egotico, troppo preso dalle proprie scorribande per potersi vivere autenticamente. Cos’è d’altronde questa fuga nell’iperattivismo che stiamo constatando in questi giorni se non il rifugiarsi in quello che Pascal indicava come divertissement: il “di-vertimento”, ovvero movimento eccentrico di fuga da sé?

La noia invece può fungere da terapia contro gli eccessi del nostro “Io” schizoide e, in definitiva, come occasione dalla quale ripartire per mettere in discussione il nostro abitare il mondo. Questa stanchezza non è noia logorante, non è disfacimento del sé, o meglio lo è ma solo nelle sue caratteristiche più tossiche, mentre invece rappresenta l’ottenimento di una nuova prospettiva dalla quale guardare le cose che ci stanno attorno e alle quali troppo spesso, offuscati come siamo dalla vita, non riusciamo a porre dovuta attenzione.

Verrebbe quindi da chiedersi se possa esserci spazio, nel mondo iperproduttivo e performativo nel quale viviamo, per qualcosa di così inattuale come un diritto alla pigrizia. Roland Barthes se lo domandava, stupito del fatto che sempre più parliamo di diritto agli svaghi e quasi mai riusciamo ad abbandonarci alla noia: “Anche persone che hanno una vita completamente diversa dalla mia, più alienata, più dura, più laboriosa, quando sono libere non fanno nulla; fanno sempre qualcosa”. La vera pigrizia è diversa da quella che il pensatore francese definisce “imbronciata”, immagine felice per caratterizzare il nostro modo di vivere subdolamente risentito, frustrato dall’indolente impotenza di non essere all’altezza di ciò che desideriamo. Nella “vera” pigrizia, invece, il soggetto si trova detronizzato, vittima di un irriverente sbadiglio che quasi gli impedisce di dire ancora “io”. In questa talvolta possibile “buona manchevolezza” riposa una pace priva di vergogna, libera dall’angoscia di non essere abbastanza e perciò capace di renderci veramente attivi.  

Assecondare tale abbandono è inevitabilmente complicato. Specialmente oggi, all’epoca della prestazione permanente. Eppure questo potrebbe rappresentare un esercizio interessante per trarre qualcosa di nuovo da ciò che ci sta capitando. Ne Il mondo come volontà e rappresentazione Schopenhauer scriveva che “La noia ha la sua rappresentazione ufficiale nella domenica”. Giorno improduttivo per eccellenza, rituale codificato nel quale tutti siamo graziati dal fare qualcosa. Eppure, proprio in questa “dépense” batailliana di noi stessi, possiamo trovare la nostra libertà.

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