Anche quella climatica è un’emergenza. Dovremmo affrontarla come il coronavirus.

Nel periodo del lockdown in Cina dovuto alla COVID-19 si è osservato un crollo del 25% nelle emissioni e nel consumo energetico rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. La maggiore riduzione è stata osservata nell’Hubei, regione messa in quarantena a fine gennaio – immobilizzando circa 35 milioni di persone e provocando un rallentamento della produzione e generazione di energia. Un calo più contenuto del biossido di azoto si è notato anche in Corea del Sud, dove il governo non ha imposto il blocco totale, ma ha incoraggiato il distanziamento sociale chiudendo scuole e università, chiedendo alla gente di lavorare da casa e annullando i grandi eventi. 

Ora qualcosa di simile sta accadendo in Italia: come in Cina, adesso anche da noi i satelliti hanno evidenziato una netta riduzione dell’inquinamento da emissioni. I livelli biossido di azoto, in particolare, sono molto più bassi nel Nord Italia – che normalmente soffre dei livelli di smog elevatissimi, specialmente in inverno – rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. In uno studio dell’Università Bocconi pubblicato di recente, i ricercatori hanno rilevato, durante il lockdown a Milano, un considerevole declino del livello di diversi inquinanti, tra cui biossido di azoto e particolato, altamente dannoso per la salute. Gli studiosi sottolineano come questo sia il risultato della riduzione degli spostamenti, dato che le emissioni dei veicoli sono la maggiore fonte di particolato e di altri inquinanti in gran parte delle città italiane. 

Milano

La correlazione tra attività umane e inquinamento è più che mai evidente. Questo non significa che si debba immobilizzare un Paese per poter respirare, ma impone delle riflessioni sul nostro sistema economico e sulle strategie per affrontare l’emergenza climatica. Il blocco dovuto al coronavirus è temporaneo e anche l’inquinamento tornerà alla normalità quando le restrizioni verranno eliminate. Tuttavia, alcune nuove abitudini potrebbero, se mantenute, continuare a influenzare l’evolversi delle emissioni anche in futuro. Questo vale soprattutto per chi può permettersi di lavorare in modalità agile attraverso lo smart working: una riduzione dei viaggi a lungo raggio, a cui preferire i meeting online, potrebbe essere infatti mantenuta anche dopo la fine della pandemia. 

Ma a saltare all’occhio in queste settimane è anche la differenza tra l’impegno profuso dai governi e dai cittadini per fronteggiare l’epidemia e quello speso per risolvere l’emergenza climatica. Quasi ovunque i membri delle istituzioni si sono consultati per stabilire una strategia, hanno messo in campo tutto il proprio potere, e la polemica sterile da perenne campagna elettorale si è (quasi) arrestata. Tutti (o quasi) si sono mobilitati per contenere il virus. Il modo in cui tutto è stato bloccato per rispondere alla crisi sanitaria e per fermare la diffusione del virus – a prescindere dal suo grado di efficacia – dimostra che la politica è perfettamente in grado di prendere provvedimenti drastici e immediati per affrontare le situazioni di crisi, a patto di lasciare in secondo piano gli interessi delle lobby per il bene comune. La politica ha dimostrato di avere le capacità e il potere di mettere in atto provvedimenti urgenti per rispondere anche all’emergenza climatica, facendo cadere la scusa dei tempi lunghi necessari per contenere l’emergenza climatica. La rapidità d’azione è una questione di volontà politica e la reazione all’epidemia lo dimostra. 

Parallelamente alle iniziative politiche, l’emergenza climatica merita anche una copertura mediatica pari a quella che ora è dedicata al coronavirus, innanzitutto perché la situazione è altrettanto urgente, come dimostra uno studio dell’Università di Chicago per il quale, entro il 2100, la crisi ucciderà circa tante persone nel mondo quante oggi ne muoiono di cancro e infezioni. Ma anche perché è ora sotto gli occhi di tutti che le persone sono pronte a fare la propria parte se messe nelle condizioni di percepire la gravità e l’urgenza del problema. Con la differenza che non si tratterebbe di contenere e mitigare un disastro, come si sta facendo ora con Sars-Cov-2, ma di vivere in un Pianeta più sano. Se il mondo rispondesse all’emergenza climatica con la decisione e la rapidità con cui sta rispondendo a quella sanitaria di questi mesi, lo stato di salute della Terra sarebbe molto meno allarmante. 

Ovviamente le due situazioni – l’emergenza climatica e l’epidemia virale – sono molto diverse, ma presentano elementi in comune: in entrambi i casi la comunità scientifica manda avvertimenti e indica strategie e la politica deve agire su quella base. Entrambi i casi coinvolgono la sanità e la salute pubblica, dato che anche di crisi climatica la gente muore, per ondate di calore estremo e disastri naturali, oltre a subire il peggioramento della disponibilità e della qualità del cibo e la crescente scarsità d’acqua. Inoltre, le sostanze nocive che contribuiscono all’inquinamento e quindi all’emergenza climatica hanno un ruolo nel peggiorare la diffusione e la virulenza del nuovo coronavirus e dei virus più in generale. I due casi sono poi accomunati dal fatto che diverse malattie (come malaria e dengue) hanno probabilità di diffondersi con l’espansione dell’habitat degli insetti vettori, per effetto del surriscaldamento globale. Infine, in entrambi i casi le persone che subiscono più duramente l’impatto di queste crisi sono quelle che hanno meno disponibilità di risorse economiche e sociali. 

Una reazione decisa della politica in campo ambientale latita perché molte aziende continuano a considerare la transizione ecologica un danno e quindi non sono interessate a metterla in atto, quando non la ostacolano direttamente. D’altro canto non riusciamo a preoccuparci nello stesso modo per l’emergenza climatica, che pure è altrettanto urgente, per il modo in cui ragiona il nostro cervello. Elke Weber, psicologa comportamentale della Princeton University, sostiene che non riusciamo a preoccuparci del cambiamento climatico perché siamo evolutivamente programmati per occuparci del qui ed ora e non per pensare al futuro, per quanto prossimo. Il virus si muove velocemente insieme alle persone e colpisce i singoli individui, mentre è percezione diffusa – ed errata – che il cambiamento climatico sia qualcosa di remoto nel tempo e nello spazio. 

Proprio per questo bisogna comunicarlo con un linguaggio più efficace, innanzitutto insistendo sulle sue conseguenze più vicine – come quelle che colpiscono l’Africa sub-sahariana, per esempio – e poi mettendo in maggiore evidenza gli impatti dell’emergenza climatica sulla salute pubblica, perché questo può indurre dei cambiamenti nel comportamento delle persone. Evitando i sensazionalismi e senza seminare il panico, si può informare in modo costruttivo i cittadini sugli scenari disastrosi che ci aspettano tra pochi anni e su come i governi (e loro stessi) possono impegnarsi per evitarli. La mente umana fatica a preoccuparsi del futuro, di qualcosa che non vede concretamente succedere, e proprio per questo è importante che siano i leader politici ad assumersi il compito di prendere decisioni rigorose in proposito.

Invasione di locuste a Sanaa, Yemen (2019)

Oltre ad averci aperto gli occhi sulle possibilità politiche di agire davanti all’emergenza per fronteggiare la crisi, questa situazione ci ha anche mostrato che possiamo e dobbiamo modificare le nostre abitudini. Quando l’epidemia sarà più contenuta e l’emergenza passata, gran parte di queste torneranno alla normalità, ma alcune pratiche potrebbero affermarsi per ridurre le emissioni. Infatti, ogni volta che evitiamo di salire su un aereo o in auto stiamo facendo qualcosa per il clima, come sottolinea Kimberly Nicholas del Centro studi sulla Sostenibilità dell’Università svedese di Lund. Mentre i consumi domestici – come quelli legati all’accensione del termostato per più ore al giorno ora che siamo a casa – dipendono da diverse variabili, nel complesso in questo periodo la maggior parte delle persone sta mettendo in atto, anche involontariamente, diverse scelte che riducono le emissioni, che in alcuni casi potrebbero essere mantenute.

Quella imposta da Sars-Cov-2 è una situazione da cui dobbiamo cercare di uscire migliori: la tragedia che stiamo vivendo ha evidenziato le fragilità del nostro sistema e la cosa migliore è imparare qualcosa dalla dolorosa esperienza che stiamo vivendo, dando una scossa al nostro sistema economico e ripensando a quegli investimenti nella ricerca che in questo momento si rivelano quanto mai fondamentali. Trarre il meglio dalle attuali circostanze è anche quanto chiede un gruppo di economisti e accademici statunitensi in una lettera aperta rivolta ai membri del Congresso di Washington. Nel documento gli esperti sottolineano l’importanza di approfittare del cambiamento imposto da questa crisi per ripartire in modo migliore, ripensando il nostro sistema socio-economico per dare all’equità sociale e alla transizione ecologica un ruolo di primo piano. Le richieste prendono a modello la società statunitense, caratterizzata da sprechi persino maggiori di quella europea, ma l’occasione vale per tutti il mondo industrializzato. È un peccato farlo in circostanze così infelici, ma a causa della COVID-19 ci stiamo ricordando che i governi e i cittadini hanno ancora il potere di cambiare davvero le cose con le loro scelte, a patto di avere una forte volontà di farlo. Presto sarà il momento di mettere in pratica questa lezione fondamentale.

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