I bambini non sono immuni al coronavirus e potrebbero essere causa di molti contagi

In queste settimane milioni di nonni salutano i nipoti dai vetri delle finestre, sorridono loro dai balconi, o in videochiamata se abitano lontano. Quando non li priva della vita, la pandemia di COVID-19 toglie agli anziani il contatto diretto con gli affetti più cari, che nella terza età sono spesso la loro ragione di vita. Una sofferenza necessaria, che nasce in realtà da un profondo atto di amore delle generazioni più giovani, dovuto alle evidenze scientifiche che con il tempo emergono sul nuovo coronavirus. E cioè al timore che la COVID-19, molto contagiosa, si propaghi dentro le famiglie attraverso le relazioni tra i più giovani, che in genere superano la malattia senza ricoveri, con i genitori e i nonni. Già durante l’epidemia a Wuhan medici e scienziati avevano notato un comportamento abbastanza diverso della COVID-19 in base all’età anagrafica: il virus sembrava risparmiare i bambini, e propagarsi molto di più tra gli over 30.

Dai dati ufficiali arrivati dalla Cina all’11 febbraio 2020, e ripresi dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), solo il 2,4% dei contagi totali confermati era giovane: poche centinaia di bambini e altrettanti ragazzi (549 tra i 10 e i 19 anni e 416 tra gli zero e i 10) con sintomi per la grande maggioranza lievi (2,2%). Al contrario, la malattia si manifestava in modo più pesante, e con complicazioni spesso letali, tra gli over 60 e in particolar modo tra gli over 75 e 80, come confermano anche i dati sul decorso e sulla letalità in Italia forniti dall’Istituto superiore di sanità (Iss). Nelle fasi iniziali, però, le informazioni mediche sugli infetti da COVID-19 in Cina si ricavavano dalle cartelle cliniche dei pazienti ospedalizzati, o comunque dalle diagnosi dei casi più seri, in larga parte di adulti e per la maggioranza uomini. Una più ampia ricerca sulla diffusione del nuovo coronavirus tra i minori, pubblicata a marzo sulla rivista Pediatrics, svolta dallo Shanghai Children’s Medical Center su 2.143 tra bambini e teenager cinesi dell’Hubei (la provincia con capoluogo Wuhan) e di aree limitrofe, ha messo in luce invece come la diffusione di COVID-19 interessi anche le fasce di età tra gli 0 e i 18 anni.

La differenza è che tra i più giovani il nuovo coronavirus è più difficile da riconoscere. Il 52% del campione studiato ha manifestato solo i sintomi lievi di un raffreddore (tosse, naso che cola e starnuti, mal di gola e a volte qualche linea di febbre o disturbi digestivi). Un altro 39% ha avuto un’infezione moderata con tosse più forte, febbre più alta e una polmonite più leggera, ma senza mancanza di respiro: quella che d’inverno è scambiata spesso per una brutta influenza. Un 4% del campione è risultato invece positivo al virus, senza alcun tipo di sintomo. Questo quadro ha fatto esprimere ai ricercatori di Shanghai la preoccupazione che i “bambini possano rappresentare un fattore cruciale nella rapida diffusione della malattia”. Anche il presidente del Consiglio superiore della sanità (Css) Franco Locatelli, pediatra, pensa sia fondamentale monitorare i bambini: “Una fascia protetta dai quadri più gravi” della malattia, ma potenzialmente “fonte di contagio per la famiglia e i nonni”. Proprio il sospetto che i più piccoli, passando molte ore a stretto contatto nelle classi e rientrando poi nelle case, possano fare da grandi incubatori e vettori della pandemia ha portato alla chiusura delle scuole e delle università nel mondo.

Sempre Locatelli ha precisato che, al 22 marzo 2020, non risultavano in Italia “né morti né ricoverati in terapia intensiva tra i positivi dagli zero ai 20 anni” (in Cina l’unica vittima minorenne da coronavirus è un 14enne) e che più in generale “i morti da coronavirus sotto i 50 anni rappresentano l’1% del totale”. Ma abbassare la guardia sull’effetto della COVID-19 nei bambini e sottovalutarlo sarebbe un grave errore: lo studio dello Shanghai Children’s Medical Center evidenzia allo stesso tempo che una parte di loro, “in particolare i neonati”, è vulnerabile a forme più forti di COVID-19, e che per alcuni senza un ricovero tempestivo le condizioni di salute si deteriorerebbero rapidamente. “Benché tra i bambini e gli adolescenti le infezioni da coronavirus siano per oltre il 90% dei casi moderate, leggere o persino asintomatiche”, si avverte, “il 5% di casi più critici con gravi problemi respiratori (lo 0,4% che richiede una terapia intensiva), si concentra nei bambini tra gli zero e i cinque anni”.

Franco Locatelli

Anche in Italia, alcuni neonati, dimessi qualche giorno dopo o in via di miglioramento, hanno avuto bisogno di cure ospedaliere indispensabili, sebbene non intensive. Lo stesso è accaduto in vari Paesi con altri pazienti molto giovani, 20enni o appena 30enni, ricoverati in rianimazione per la COVID-19: ragazzi molto spesso più fragili della norma, perché immunodepressi o con patologie croniche preesistenti. Un’analisi del Wuhan Children’s Hospital su 171 tra bambini e adolescenti positivi al virus, tra gli zero e i 16 anni, pubblicato a marzo sul New England Journal of Medicine, ha rintracciato una fascia della prima infanzia più a rischio, da curare in ospedale, perché già malata e molto più debole della maggioranza di bambini e teenager con sintomi lievi.

Nel complesso secondo le ricerche di questi mesi la fascia tra la popolazione più protetta dalle polmoniti fulminanti che può dare la COVID-19 risulta quella dei bambini al di sopra dei cinque anni, degli adolescenti e dei ragazzi fino ai 20 anni. Anche dai 20 ai 30 anni i sintomi del virus si manifestano nella grande maggioranza dei casi come lievi o moderati, risolvibili da soli o in altri casi addirittura asintomatici; la stessa condizione che riguarda anche diversi calciatori positivi al test del coronavirus.

Al contrario che tra gli anziani, nei bambini il comportamento della COVID-19 si presenta molto diverso da quello delle influenze, e per gli scienziati questa particolarità potrà in prospettiva rivelare molto sulla vera natura del virus. Alcuni ricercatori ipotizzano che i più giovani siano più schermati per via delle recenti vaccinazioni, o perché il loro sistema immunitario in formazione è diverso da quello degli adulti. Ma nelle reazioni dei bambini alla COVID-19 gli studiosi rintracciano soprattutto una similarità con Sars e Mers. Anche nelle precedenti sindromi respiratorie gravi ( Sars nel 2002 in Cina, Mers nel 2012 in Medio Oriente) causate da nuovi coronavirus entrati in contatto con l’uomo, i contagiati in giovane età mostravano sintomi quasi sempre blandi rispetto agli adulti. La chiave di questa diversità potrebbe risiedere, per alcune teorie, nell’enzima Ace2: i recettori delle cellule umane, alle quali le spike, (le particelle a punta dei coronavirus) si agganciano per penetrare in profondità nei polmoni e replicarsi, potrebbero essere meno sviluppati nell’infanzia che nell’età adulta.

Ultimamente la curiosità della comunità scientifica si sta focalizzando anche sui diversi contagiati asintomatici da COVID-19. Una presenza invisibile, ma che nel focolaio veneto di Vo’ Euganeo è risultata la “grande maggioranza degli infettati, tra il 50% e il 75% del totale. Soprattutto, anche se non solo, tra i giovani”, ha commentato l’immunologo Sergio Romagnani, coinvolto nello studio accademico sullo screening dei circa 3mila abitanti del paese. L’esperimento, compiuto su ispirazione del modello dei tamponi su larga scala della Corea del Sud, fa anche comprendere perché in Europa la mortalità da COVID-19 sia per esempio estremamente bassa in Germania (0,4% dagli ultimi dati), se paragonata al record dei decessi dell’Italia (9%). È vero infatti che i tedeschi dispongono di posti in terapia intensiva cinque volte maggiori degli italiani (25mila), ma la divergenza sull’andamento del virus è spiegata anche dall’elevato numero di tamponi fatti, in alcuni Land tedeschi, anche ai contatti dei contagiati, o ai rientrati da zone a rischio, con sintomi lievi come il raffreddore o il mal di gola. Questa strategia avrebbe permesso di limitare il numero di contagi, limitando gli spostamenti di chi già infetto.

Al contrario in Lombardia, a causa dell’emergenza, si sottopongono a test ormai solo i soggetti fortemente sintomatici, arrivati spesso al punto dell’insufficienza respiratoria. La panoramica del virus in Germania è, come in Corea del Sud, allargata a tutto lo spettro dei malati da COVID-19. Invece, la fotografia dell’Italia riprende “solo” la nostra – grande – punta dell’iceberg, il 20% di malati più gravi che nelle statistiche globali rientra nel totale dei contagiati. Il risultato è che tra gli oltre 31mila positivi tedeschi ci sono molti con manifestazioni miti del virus. Una maggioranza, ha fatto sapere anche l’Istituto Robert Koch (Rki), punto di riferimento scientifico nazionale per le malattie infettive, formata soprattutto da migliaia e migliaia di giovani. Appresa questa evidenza, gruppi di studenti e ragazzini tedeschi hanno iniziato a ritrovarsi illegalmente tra di loro nei “Corona party”, convinti di poter superare facilmente il virus e di creare l’immunità di gregge tra la popolazione.

Il messaggio di bambini e ragazzi immuni al virus e principali responsabili della sua diffusione è sbagliato e non deve passare: l’Oms, il Rki, l’Iss e tutto il mondo scientifico ammoniscono che la COVID-19 è certamente più letale per le età avanzate, ma può essere pericoloso per tutti. Specie nei focolai, dove possono non liberarsi subito posti negli ospedali, anche diversi giovani adulti e alcuni 30enni sono morti o sono stati ricoverati in fin di vita. Nei Paesi in via di sviluppo, o privi di servizi sanitari pubblici o adeguati, tutte le generazioni sono esposte e rischiano la morte. Ognuno di noi può scoprirsi fragile di fronte a un virus ancora in larga parte da conoscere e che non possiamo permetterci la leggerezza di sottovalutare.

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