Jurassic Park ci ricorda che l’uomo non è infallibile di fronte alla natura

Jurassic Park è senza alcun dubbio l’occasione che ogni editore e ogni produttore cinematografico vorrebbero avere tra le mani almeno una volta nella vita. Il romanzo scritto da Michael Crichton e pubblicato nel 1990, diventò un best seller negli Stati Uniti con 150 milioni di copie vendute, e l’omonima pellicola uscita nel 1993 fu il terzo film sci-fi coi più alti incassi nella storia del cinema: un miliardo e trentadue milioni di dollari in tutto il mondo. L’immutabile fascino che questa storia sul ritorno dei dinosauri – resa possibile dall’allora avveniristica ingegneria genetica – continua a suscitare sul grande pubblico, non si riduce però al divertimento del vedere i personaggi interagire con uno scenario alternativo a quello reale e non è ascrivibile solo a un furbo soddisfacimento della nostra voglia di svago.

L’intramontabile successo di Jurassic Park è motivato anche dall’inquietudine che induce negli spettatori la prospettiva che lo sviluppo tecnologico di cui l’umanità si fa vanto è un’arma che le si può ritorcere contro, in particolar modo quando turba gli equilibri della natura credendo di poterli controllare. Jurassic Park è una riflessione sul disprezzo che parte del genere umano ha mostrato e continua a mostrare per la Terra e le sue conseguenti implicazioni. “Non c’è alcuna umiltà dei confronti della natura”, scrive Crichton nel suo libro, sintetizzando il paradigma con cui l’uomo ha caratterizzato il suo stare al mondo. Nel romanzo quanto nel film, il vero fulcro narrativo non è tanto il ritorno dei dinosauri, ma la consapevolezza di coloro che riconoscono la filosofia su cui si regge il parco – la dominazione incontrastata dell’uomo sulla natura – come la miccia di un potenziale disastro.

Con Jurassic Park, Crichton compì un piccolo miracolo editoriale: unì le sue conoscenze scientifiche a temi di attualità, mescolati con argomenti popolari e accattivanti tanto per i bambini quanto per gli adulti. Il libro e il film omonimo diretto da Steven Spielberg presentano, come spesso accade nelle trasposizioni, alcune differenze ma l’impianto e la filosofia alla base del romanzo furono rispettate anche sul grande schermo e a questo contribuì la circostanza per cui Crichton venne assunto come sceneggiatore dalla casa di produzione che si accaparrò i diritti del libro, niente meno che la Universal.

John Hammond, il miliardario proprietario della azienda di bioingegneria InGen, invita il paleontologo Alan Grant, la paleobotanica Ellie Sattler, il matematico specializzato nella teoria del caos Ian Malcol, accompagnati dall’avvocato Donald Gennaro, a visitare e valutare il suo nuovo parco divertimenti progettato a Isla Nublar, in Costa Rica. In gran segreto, la InGen ha lavorato alla clonazione dei dinosauri popolando l’isola con diverse razze di animali preistorici, il cui DNA è stato estratto da frammenti fossili e ricostruito grazie all’ingegneria genetica, addizionandolo con quello di altre specie animali. Gli scienziati della InGen ritengono di aver reso sicuro il parco facendo in modo che le attrazioni siano tutte di sesso femminile – evitando in tal modo la riproduzione allo stato brado – e rendendo gli animali dipendenti dall’amminoacido lisina, così da non poter sopravvivere al di fuori dell’isola. Ben presto gli eventi precipitano: a causa della cupidigia di Nedry, l’informatico del parco che per rubare alcune fiale di embrioni disattiva tutti i sistemi di sicurezza, i visitatori si trovano a dover sfuggire alla ferocia dei dinosauri che vengono liberati dai loro recinti.

La storia si trasforma in una corsa contro il tempo per avere salva la vita riattivando l’elettricità del parco. Nel frattempo due specie separate da più di 65 milioni di anni, come ricordava prima del disastro il professor Grant, entrano in contatto e l’uomo si rende conto che la natura ha trovato comunque il modo di progredire, perché i dinosauri, a causa di un errore di valutazione degli scienziati, iniziano a procreare liberamente. Michael Crichton, con Jurassic Park è riuscito raccontare le più grandi ambizioni dell’umanità – lo sviluppo tecnologico e il dominio completo sulla natura – portando il pubblico a porsi domande estreme sulla nostra capacità, in termini etici, di riuscire a gestire le nostre brame e di come queste incidano pericolosamente su equilibri che si sono costruiti in milioni di anni.

Il film e il libro non propugnano un messaggio ostile al progresso. Sono uomini di scienza come il paleontologo Grant e il matematico Malcom a rappresentare il sapere consapevole dei suoi limiti. Il messaggio che trasmettono è lo stesso della cultura greca, per i quali la conoscenza non doveva peccare di “hybris“, la massima colpa del genere umano: l’arroganza di credersi superiori alle leggi della natura, come disse Eraclito, “Colei che nessun uomo e nessun Dio fece”.

Jurassic Park è anche una critica alla scienza subordinata al guadagno e alla società dei consumi: “C’è solo la filosofia del diventa-ricco-presto, fatti-presto-un-nome. Imbroglia, menti, falsifica: non ha importanza. Non per te, o per i tuoi colleghi. Nessuno ti criticherà. Nessuno ha standard etici”, scrive Crichton nel romanzo. “Stanno tutti cercando di fare la stessa cosa: fare qualcosa di grande, e farlo presto. E poiché puoi arrampicarti sulle spalle dei giganti, ti è possibile realizzare qualcosa velocemente. Prima ancora di sapere di preciso di cosa si tratti, sei già lì a divulgarlo, brevettarlo e venderlo. E il compratore avrà ancora meno disciplina di te. Il compratore si limita ad acquistare il tuo potere, come una qualsiasi merce. Il compratore non concepisce nemmeno l’idea che una qualche disciplina possa essere necessaria”. Crichton ha espresso la paura che coloro che tra gli uomini hanno le possibilità economiche per contribuire allo sviluppo della tecnologia, non hanno i riferimenti morali per condurre realmente l’umanità verso il progresso.

Michael Crichton quando scrisse Jurassic Park, nel 1990, non era nuovo ai trionfi editoriali e cinematografici. All’epoca Crichton aveva già all’attivo numerosi romanzi di successo in seguito trasposti sul grande schermo, tra cui Andromeda, un thriller fantascientifico in cui l’umanità veniva falcidiata da un misterioso virus di origine aliena; Congo, che narra di una sfortunata spedizione alla ricerca di diamanti; e Sfera un thriller psicologico che racconta di viaggi nel tempo e sconosciute civiltà aliene. L’autore nordamericano, poco prima della pubblicazione di Jurassic Park, aveva anche sperimentato il linguaggio cinematografico dirigendo film scritti da lui, come il cult Westworld – recentemente riadattato nell’omonima serie di HBO con Anthony Hopkins. La pellicola del 1973 narra di un parco divertimenti in cui robot antropomorfi vengono utilizzati per intrattenere facoltosi visitatori, fin quando le macchine si ribellano agli uomini causando una strage.

La peculiarità delle storie raccontate da Michael Crichton, deceduto all’età di 66 anni a causa di un cancro, è insita nei suoi molteplici interessi e nei suoi studi scientifici. Nel 1969 l’autore si laureò in medicina e chirurgia ad Harvard, ma decise di non proseguire la carriera di medico e di lasciare tutto per coltivare la sua passione: la scrittura. Michael Crichton non verrà ricordato come uno dei più grandi autori della storia, come scrisse un po’ ingiustamente il New York Times, ma sicuramente come uno dei più perspicaci del Ventesimo secolo, capace di acute riflessioni sulle tematiche care all’umanità del nuovo millennio. Ne è un’ulteriore prova una sua intervista risalente al marzo 1999 in cui dichiarava che la sua più grande paura per il futuro era proprio rappresentata dal diffondersi di una pandemia.

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