Perché dovresti vedere Dogtooth, il gioiello di Lanthimos arrivato in Italia con solo 11 anni di ritardo

Alcuni dibattiti legati al mondo del cinema italiano probabilmente non si estingueranno mai, fornendoci per sempre ottimo materiale da conversazione di circostanza per cene noiose. Il più celebre è sicuramente il luogo comune che riguarda la questione del doppiaggio. Non metto in dubbio che nella storia del doppiaggio italiano siano esistiti nomi straordinari – il Woody Allen di Oreste Lionello o l’Eddie Murphy di Tonino Accolla – e che alle volte, come recita la vulgata, “I doppiatori hanno migliorato la performance dell’attore in lingua originale”, ma nel mondo di Netflix, YouTube e del fu Torrent il doppiaggio sembra essere ormai superato. Ai tempi del web, infatti, è quasi controproducente perdere tempo con un ulteriore ostacolo tra il film e la sua uscita. Per non parlare dei casi in cui la questione del doppiaggio si unisce al grande tema della “censura” – che in Italia ufficialmente non c’è più dal 1998 ma che in realtà si può ancora manifestare con il boicottaggio e la mancata distribuzione. Questa combinazione sembra essere toccata a Dogtooth, il film del regista greco Yorgos Lanthimos uscito originariamente nel 2009 ma arrivato da noi solo in agosto di quest’anno, con giusto undici anni di ritardo. Non ricordo da cosa fosse impegnato il mercato del cinema italiano nel 2009, quando nel resto del mondo le persone potevano vedere in sala Kynodontas (titolo originale di Dogtooth), ma sta di fatto che, nonostante il film venisse premiato a Cannes quello stesso anno e candidato come miglior film straniero agli Oscar del 2011, in Italia non si poteva vedere da nessuna parte.

La questione Dogtooth mi sembra abbastanza cruciale per comprendere lo stato delle cose nel nostro Paese a livello culturale, dal momento che, se da un lato si lamenta la scarsa affluenza nei cinema, dall’altro non si fa quasi nulla per contrastarla, se non aumentare il costo dei biglietti, aprire multisale in centri commerciali e lasciare che il cinema dei supereroi fagociti ogni brandello di ambizione artistica rimasta. Un film come Dogtooth, che gli affezionati del regista greco probabilmente avevano già visto, ma che tutti gli altri non sapevano nemmeno che esistesse, è il classico esempio di opera che non solo merita un grande schermo per essere vista ma anche, possibilmente, una proiezione in lingua originale. Ma questo è chiedere troppo, è già tanto che sia uscito in riapertura post-covid.

Yorgos Lanthimos è uno di quei registi che oggi sembrano bestie rare – i famosi autori del cinema d’essai – che è riuscito nella grande impresa di uscire dal selciato autoriale per sbarcare anche in quelle sale da secchiate di pop corn e file interminabili. Lanthimos non è certo un regista da Avengers né un Christopher Nolan che sbanca a ogni film, ma è comunque un nome di riferimento per il cinema degli ultimi dieci anni, merito che si è guadagnato mettendo in scena la parte più essenziale e interessante del suo Paese d’origine, o meglio della sua tradizione narrativa.

La Grecia, di cui ultimamente sentiamo parlare solo in qualità di parco turistico per italiani a cui Eolie e Salento non bastano mai, è infatti centrale nei film di Lanthimos, nonostante non si veda quasi mai: i temi della tragedia e la sua intensità disturbante e catartica sono spesso alla base dei film del regista, come in The Lobster o ne Il sacrificio del cervo sacro, entrambi usciti dopo Kynodontas e con cui condividono alcuni elementi centrali. Il fatto che Dogtooth sia arrivato così tardi nelle nostre sale è probabilmente una conseguenza della sua storia cruda, sconvolgente, più simile a un incubo che alla realtà – elementi centrali nella tragedia greca, ma a quanto pare troppo disturbanti per lo schermo, anche se non mi pare che si tappi la bocca ai professori di greco dei nostri licei. Lo stesso ritardo ha interessato anche altri registi come Lars Von Trier, anche lui non a caso oggetto di dibattiti simili.

Come spesso avviene nei film di Lanthimos, il set della storia è principalmente confinato a una dimensione circoscritta, che in questo caso è familiare, domestica – proprio come i luoghi della nostra quarantena. Una villa di cui non sappiamo nulla, in un luogo che sembra essere fuori città, in cui vive una famiglia composta da cinque persone, due sorelle, un fratello, una madre e un padre. Un assetto alto-borghese ma allo stesso tempo ospite di una decadenza strisciante e palpabile, che fa da sfondo a una realtà che, purtroppo, conosciamo bene adesso anche noi abitanti della realtà “normale”, ossia quello della clausura forzata. I figli e la madre – quest’ultima però volontariamente partecipe alle regole del padre, a differenza della progenie inconsapevole – vivono segregati in questa sorta di prigione che più che dorata definirei placcata in oro, un contesto di neutralità spaesante e finto benessere dove non esistono nomi precisi, non esiste nessun contatto con la realtà e in cui i tre giovani – ma non così giovani da comportarsi come bambini, al contrario di ciò che fanno – abitano perennemente in pigiama. Il dettaglio dei loro abiti, che magari nel 2009 non mi avrebbe detto nulla, è stato invece un elemento del racconto che mi ha particolarmente inquietata, dal momento che ho rivisto nella loro alienazione indotta quel senso di ripetitività angosciante e indistinguibile di un’esistenza confinata tra le mura di casa che ci ha fatto conoscere il lockdown.

Così come in altre storie raccontate da Lanthimos, anche in Kynodontas la figura centrale è quella del padre, inteso come despota che detta una legge interna alla famiglia che si contrappone, in questo caso con il contatto assente con il mondo esterno, a ciò che c’è fuori. La decisione di questo patriarca di isolare completamente dalla realtà i suoi figli ha come fine di mantenere la loro purezza, l’integrità di cui invece manca qualsiasi cosa provenga dal mondo al di là di quel cancello che lui stesso varca ogni mattina per andare a lavoro. I figli vivono quindi in questo stato di surrogato di vita e seguono regole precise e molto severe che infrangono le leggi della realtà: la lingua, per esempio, è corrotta, ambigua, plasmata in base alle esigenze di un genitore di sottomettere i propri figli trattandoli – come suggerisce il nome stesso del film, i canini sono anche simbolo dell’aggressività che in questo caso viene sedata – più da cani da compagnia che da esseri umani. Quando una saliera viene chiamata “telefono” o quando il figlio chiede alla madre cosa sia uno zombie e la risposta è “un fiorellino giallo”, si manifesta l’atmosfera ovattata e quasi onirica in cui vivono perennemente i tre fratelli. Un rigore estremo che si basa sull’anarchia di senso e significato, un patriarca che, in una casa che sembra un set di Buñuel, decide le sue regole e ciò che è vero o falso, un conflitto tra leggi – quella della famiglia e quella dello Stato – che ricorda temi centrali di tragedie come Antigone di Sofocle.

L’unico elemento che può portare a una rottura tra il mondo che vivono i tre fratelli prigionieri e ciò che c’è fuori è l’immagine, il racconto dell’esterno. Se l’unica cosa che possono guardare su uno schermo è un filmato che ritrae loro stessi in questo loop di autoreferenzialità, una videocassetta barattata con una ragazza che viene in casa per prostituirsi con il fratello diventa una chiave fondamentale per l’evasione. Il padre ha plasmato anche l’interpretazione dell’arte, dicendo per esempio ai figli che Frank Sinatra che canta Fly Me To The Moon è loro nonno, traducendo in modo del tutto arbitrario il testo della canzone; ma un film come Rocky o Flashdance, che la sorella maggiore guarda di nascosto, si insinua nella sua testa, accendendo il bisogno fino a quel momento assopito di oltrepassare il confine della realtà imposta.

E come nell’Elettra rivisitata da Hofmannsthal e, portata in scena con le musiche di Strauss, la ragazza viene colta da una sorta di trance estatica, una danza irrefrenabile che ripete i passi di Flashdance, ma che appare come una ribellione oscura alla dimensione di prigionia in cui si trova, senza nemmeno saperlo. Dogtooth è quindi al contempo l’angoscia dell’alienazione domestica e familiare, ma anche il simbolo del rigore imposto, della dittatura patriarcale di un despota che decide cosa è verità e cosa menzogna.

Il fatto che proprio oggi il sospetto per la regola imposta e la sfiducia nei confronti della politica sono  diventati un elemento centrali del presente rende il film di Lanthimos ancora più inquietante, ma proprio per questo, così come succedeva per la tragedia greca, anche profondamente catartico. Non si capisce perché l’uscita di questo film sia stata posticipata di tanti anni, ma sembrerebbe che il clima sociale portato dalla pandemia abbia contribuito i distributori a rischiare su questo prodotto, che resta un film di altissima qualità, che anche a distanza di un decennio resta attuale, così come lo sono ancora le tragedie greche da cui attinge.

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