L’assurda battaglia complottista contro Cuties, film denuncia sulla sessualizzazione delle bambine

Ad oggi la petizione lanciata giovedì 10 settembre su Change.org da una cittadina americana che invitava a cancellarsi da Netflix ha superato le 650mila firme. Trainata dall’hashtag #CancelNetflix, la campagna per annullare l’abbonamento al colosso di streaming statunitense è diventata virale in pochi giorni su tutti i social, in particolare su Twitter. Un fenomeno che ha avuto pesanti conseguenze economiche per Netflix, che in un solo giorno ha perso 9 miliardi di dollari in borsa.

Il motivo che ha scatenato questa guerra ideologica contro la piattaforma si cela dietro alla decisione di Netflix di ospitare nel suo catalogo il controverso film francese Mignonnes (Cuties, in inglese). L’accusa è di istigazione alla pedopornografia per la presunta ipersessualizzazione delle preadolescenti che sarebbe promossa dalla pellicola. Sotto la lente d’ingrandimento dei moralizzatori è finita anche l’immagine promozionale della pellicola diffusa da Netflix (poi subito sostituita), che poteva facilmente essere fraintesa. La regista ha riferito, infatti, di aver ricevuto minacce di morte per la scelta dell’immagine, per la quale, in realtà, non era mai stata consultata.

Ma le cose in questo caso non stanno esattamente come vengono raccontate sui social. L’intento della regista franco-senegalese Maïmouna Doucouré, infatti, era infatti diametralmente opposto a ciò di cui è stata accusata: il film, infatti, è proprio una denuncia all’ipersessualizzazione delle minorenni, un pericolo derivante dal mondo dei social, spesso privo di filtri e regole, e dall’assenza dei genitori, spesso distanti e disinteressati alle vite dei propri figli.

Il film, prima di arrivare su Netflix il 9 settembre scorso, era stato premiato quest’estate per la regia al Sundance Festival e il 21 agosto era già uscito nelle sale francesi, senza suscitare particolare scalpore. Come si è arrivati, allora, alla campagna di boicottaggio, ai post sui social con la scritta, nel noto font rosso della piattaforma, “Pedoflix”, alle successive scuse di Netflix e al frettoloso cambio del poster promozionale del film con uno più “casto” e meno provocante rispetto al precedente? Per capire da dove è nata quest’incontenibile ondata di indignazione, è necessario partire dalla trama di Mignonnes, che in molti, tra coloro che l’hanno criticato,  hanno ammesso di non aver neanche visto per intero.

Mignonnes racconta la storia di Amy (Fathia Youssouf), undicenne senegalese che vive a Parigi con la sua famiglia musulmana. Le regole stringenti e severe della tradizione islamica iniziano a star strette alla protagonista che trova in una dance crew di sue coetanee anticonformiste la strada per l’emancipazione. Giorno dopo giorno, comincia così l’iniziazione di Amy al mondo degli adulti, fra vestiti succinti, pose ammiccanti e atteggiamenti disinibiti. L’infanzia della ragazza viene negata in cambio dell’ingresso in un mondo frivolo, fatto di oggettificazione, balletti sexy e ostentazione. La partecipazione a un contest di ballo diventa la ragione di vita per tutto il gruppo di adolescenti e una vera e propria ossessione per Amy, che arriva addirittura a spingere in un canale una delle sue amiche per prendere il suo posto alla competizione. La famiglia e la scuola, le uniche due istituzioni in grado di salvarla dal vortice in cui è rimasta intrappolata, sono assenti o vittime delle proprie stesse regole, rigide e anacronistiche. La madre, che finge di essere felice per la decisione del marito di prendere in sposa una seconda donna (così come previsto dalla fede musulmana), non si accorge del dramma esistenziale che sta attraversando la figlia, mentre la zia, più anziana, considera la nipote una figura degenere, squilibrata, una peccatrice ormai irrimediabilmente compromessa. Così Amy, lasciata a se stessa, finisce per diventare proprio come una di quelle ragazze sfrontate e disinibite che prima osservava di nascosto con ammirazione e invidia. Il problema è che tutto questo ha un prezzo non indifferente. Fra la madre schiava e succube del marito e la donna “libera” e disposta a tutto per raggiungere il successo, Amy sceglie la seconda, non senza conseguenze e traumi. Soltanto alla fine, proprio mentre si trova sull’agognato palco a simulare gesti e movimenti espliciti, Amy realizza improvvisamente di essere ancora una bambina e che tutto quello che sta facendo non solo non ha senso, ma è profondamente sbagliato. L’ultima scena del film, con lei che ritrova l’ingenuità perduta, saltando la corda per strada e salendo sempre più in alto fino a librarsi in aria, racchiude in sé il messaggio di Mignonnes: un film che vuole essere una denuncia alla sessualizzazione precoce delle bambine e ai rischi collegati a questo fenomeno, come quello, ad esempio, della pedopornografia. Rischi che a differenza del film di finzione, sono molto concreti.

I dati del Dossier “Abuso sessuale e pedofilia” di Telefono Azzurro pubblicati nel 2020 e relativi al 2019 ci dicono che in Europa, ogni anno, quasi 18 milioni di bambini sono vittime di abusi sessuali. Online, ogni 7 minuti una pagina web mostra immagini di bambini abusati sessualmente. Soltanto negli Stati Uniti oltre 65mila minori sono vittime di abusi sessuali, di cui circa il 40% sotto i 10 anni di età, mentre il 30% con un’età compresa tra gli 11 e i 17 anni. In India, invece, ogni 15 minuti un bambino viene abusato sessualmente. Rispetto all’anno precedente sono aumentate, in percentuale, le segnalazioni di abusi sessuali sia offline (70,5% nel 2019 contro il 67,9% nel 2018) che online (9,6% nel 2019 contro il 6% nel 2018). Il dato allarmante è che la maggioranza delle vittime di abuso ha meno di 10 anni (47% dei casi), mentre il 74% delle vittime è costituito da bambine (con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente).

Nell’ultimo periodo, a causa della pandemia di coronavirus e del conseguente lockdown, sono aumentati i fattori e le condizioni di rischio a cui sono esposte le vittime, soprattutto se minorenni. Primo fra tutti l’utilizzo massiccio di Internet e dei social durante la quarantena e con esso l’aumento di produzione e scambio di contenuti personali di carattere intimo o sessuale attraverso la rete; poi la diminuzione del controllo da parte dei genitori per via dell’aumento di responsabilità da fronteggiare in contemporanea, infine la mancanza di reti extra-familiari a cui fare riferimento, come la scuola. Non è un caso, quindi, se in Italia tra il primo marzo e il 15 aprile, come denunciato dalla Direttrice del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni Polizia postale, Nunzia Ciardi, si sia assistito a un vertiginoso incremento delle denunce relative alla pedopornografia online rispetto allo stesso periodo dello scorso anno: 181 casi, comprensivi di tentativi di adescamento attraverso la rete e scambio di video e foto di minori, a fronte di 83 denunce relative al 2019.

Anche se bisognerà attendere la fine dell’anno per avere un quadro completo della situazione, è chiaro che pedopornografia e ipersessualizzazione dei minori siano fenomeni strettamente collegati e potenziati da internet e dai new media in particolare. A confermarlo è l’indagine “Adolescenti e stili di vita”, realizzata da Laboratorio Adolescenza e Istituito di Rircerca Iard, secondo la quale l’età media di accesso agli smartphone e ai social si è abbassata drasticamente. Circa il 60% degli intervistati ha affermato di aver ricevuto il suo primo cellulare tra i 10 e gli 11 anni, anche se oltre il 28% lo ha avuto in regalo prima dei 10. Per quanto riguarda i social network, il 54% dichiara invece di accedervi per la prima volta tra gli 11 e i 12 anni, e il 12% addirittura prima dei 10. Anche se molti social prevedono un’età minima per potersi iscrivere, il 20% dei bambini inserisce un’età fasulla, mentre il 23% dichiara di essere maggiorenne. Questa è proprio la deriva di fronte alla quale sembra volerci mettere in guardia Maïmouna Doucouré, la regista di Mignonnes. Ne è un esempio la scena in cui Amy decide di rubare lo smartphone di un suo parente per poter utilizzare anche lei, come le sue amiche emancipate, i social dove postare i suoi selfie ammiccanti.

La regista ha raccontato di essersi ispirata ad un talent show a cui ha assistito nel quartiere in cui viveva qualche anno fa a Parigi. “C’erano queste ragazze sul palco vestite in modo davvero sexy con abiti corti e trasparenti”, ha detto a Screen Daily. “Ballavano in un modo sessualmente molto allusivo. Ero paralizzata, le guardavo con un misto di shock e ammirazione. Mi sono chiesta se queste ragazze capissero cosa stavano facendo”. Incuriosita, Doucouré ha trascorso più di un anno a fare ricerche sull’argomento, intervistando diversi gruppi di ragazze che incontrava per strada, nei parchi o in associazioni giovanili, cercando di scoprire cosa le spingesse a vestirsi e ballare in modo provocatorio e poi a pubblicare online le clip. “Sono arrivata a capire che la presenza sui social network era estremamente importante per queste giovani, che spesso cercavano di imitare le immagini che vedevano attorno a loro, nelle pubblicità o sui social stessi”, racconta. “La cosa più importante per loro era ottenere il maggior numero di ‘Mi piace’ possibili”.

La polemica, piuttosto pretestuosa, scatenatasi su Mignonnes nasce quindi da un’ignoranza di fondo e dall’incapacità di lettura critica della maggior parte dei suoi detrattori puritani. Non a caso, i primi attacchi arrivati alla pellicola sui social sembrerebbero essere partiti da esponenti della destra trumpiana e dagli estremisti di QAnon, gruppo di complottisti che ha pericolosamente preso piede negli Stati Uniti, per poi diffondersi in Europa e anche in Italia. Secondo la loro teoria, Donald Trump e tutti i capi di Stato sovranisti del mondo sarebbero le uniche figure in grado di sconfiggere il potere occulto costituito da pedofili e satanisti, mimetizzatisi tra le file dei democratici americani e fra le star del cinema e dello show-biz. Nel giro di poco tempo, però, anche i democratici progressisti e alcuni esponenti della black culture si sono aggiunti alla lista dei boicottatori. Le motivazioni riguardano sempre l’incitamento alla pedopornografia e l’accusa di una presunta “normalizzazione” della sessualizzazione precoce delle bambine. Per la prima volta, tutti uniti per un solo obiettivo: cancellare Mignonnes dal catalogo Netflix.

Quest’episodio, incredibile e a tratti inquietante, è espressione delle insidie nascoste nell’universo digitale e delle fragilità del nostro sistema di valori. Tra fake news, polarizzazione portata all’estremo e scarsa conoscenza del mondo e dei meccanismi dei new media, gli utenti sono sempre più confusi e influenzabili. A farne le spese sarà anche la brillante regista di origine senegalese, al suo debutto, ora al centro di un’enorme polemica del tutto insensata. La sua opera, nonostante si proponesse di denunciare apertamente fenomeni pericolosi e tristemente attuali, è finita per diventare il bersaglio di critiche grette e approssimative, scritte da chi ha completamente travisato (e in alcuni casi neanche mai visto) il film.

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