Sacha Baron Cohen ha creato la satira più demenziale e intelligente degli ultimi 20 anni - THE VISION

Quando si parla di British humour di solito si fa riferimento alla capacità tipica del popolo anglosassone di fare lo slalom tra il detto e il non detto. Il Regno Unito ha infatti una lunga tradizione umoristica, figlia anche della cultura vittoriana e censoria, che fa leva su giochi di parole detti pun – ed espedienti ironici molto sottili, carichi di un senso del pudore che non vede l’ora di esplodere. Questa idea di comicità sottintesa è senza dubbio alla base di molte delle produzioni cinematografiche, televisive e teatrali britanniche, ma le freddure che fanno ridere sotto i baffi non sono l’unico cuore pulsante dell’ironia che nasce in Uk. Forse è proprio in questa doppia anima – che da un lato nasconde e dall’altro esagera – che si cela l’essenza della britishness, un costante dialogo schizofrenico tra puro formalismo ed eccesso di libertà. Basti pensare per esempio ai Monty Python, collettivo di comici che hanno creato un filone narrativo umoristico surreale ma anche estremamente colto e raffinato, che ha influenzato chiunque abbia lavorato in quel campo; o i Little Britain, un duo che, proprio di quella esagerazione che a tratti diventa esplicitamente fastidiosa, ha rinnovato ancora una volta la tradizione umoristica inglese.

La ciliegina sulla torta della comicità britannica degli ultimi vent’anni, però, è un personaggio che con i pun, gli sketch surreali e le declinazioni più assurde dello humour anglosassone ha a che vedere fino a un certo punto, dal momento che ha creato un genere talmente specifico e personale da poter essere considerato un mondo a parte. Sacha Baron Cohen, infatti, è una combinazione di elementi tanto inglesi quanto universali e non è facile inquadrare il suo lavoro in nessuna categoria precisa, nonostante attinga da molte. E il 23 ottobre, a distanza di due anni dalla sua ultima serie Who is America? e di ben sedici dal primo lungometraggio dedicato a questo personaggio, torna a far parlare di sé con Borat 2, stavolta non al cinema ma su Amazon Prime Video. Una data d’uscita non casuale, che il comico ha voluto fortemente subito prima delle elezioni americane, dal momento che il tema centrale del film sarà proprio Trump, il suo elettorato, gli Stati Uniti durante la pandemia di Covid-19 e il modo in cui questo Paese la sta ancora affrontando, compresi negazionisti vari e complottisti no mask.

La prima sensazione che si ha guardando uno sketch del comico inglese famoso per aver trollato praticamente chiunque è che sia pazzo. Solo un folle infatti potrebbe inventarsi un personaggio come Borat e riutilizzarlo addirittura per un secondo capitolo della “saga” iniziata nel 2006: ottuso, offensivo, volgare, misogino, omofobo, antisemita, inappropriato in qualsiasi contesto. Così come Ali G, il rapper bianco che prova a fare il gangster che intervista personaggi in giro per le televisioni occidentali, uno sbruffone insopportabile che non riesce nemmeno a distinguere tra il concetto di “bilingue” e “bisessuale” durante un incontro con il linguista Noam Chomsky. Per non parlare di Brüno, il finto esperto di moda austriaco, parodia degli addetti al settore palesemente omosessuale, in modo ostentato e caricaturale, un personaggio che nella sua ingenuità “arcobaleno” prova a risolvere la questione israelo-palestinese con una stretta di mano. Tutti questi nomi e questi volti, quelli più famosi della lista compilata in vent’anni di carriera di Sacha Baron Cohen, sono ciascuno a modo suo la quintessenza del fastidio. Ed è per questo che guardando anche solo qualche breve estratto delle gag che li coinvolgono, la valutazione automatica che si genera nello spettatore non può essere altro che un misto di stupore, indignazione, disappunto – elementi che precedono inevitabili risate liberatorie, magari colme di senso di colpa e di vergogna, ma inevitabili. La verità è che Sacha Baron Cohen ha trovato il modo di fregare chiunque trasformando in comicità infiniti spunti di critica sociale: tutto ciò che sembra disgustoso, fuori luogo, anche offensivo nei confronti sia di gruppi etnici che di singole persone, non è altro che una riproduzione caricaturale di un modo di pensare attuale, pervasivo e dannoso.

Il primo grado di lettura delle sue gag, portate avanti grazie alla forma narrativa del mockumentary, un finto documentario in cui le persone coinvolte non sanno di essere parte di una pagliacciata, è infatti quello più demenziale: stereotipi, caricature, personaggi che sembrano abbozzati da un riproduttore automatico di cliché. L’antisemitismo di Borat è talmente didascalico da risultare quasi naïf, dal momento che canta canzoncine sugli ebrei da gettare in un pozzo; così come la carica iper-razzista delle affermazioni di Brüno quando dice apertamente di aver comprato un bambino di colore come fosse un accessorio da aggiungere al suo outfit. Questa rappresentazione così elementare – in modo apparente, perché i personaggi sono invece costruiti nel minimo dettaglio – fa sì che la persona coinvolta nello sketch a sua insaputa possa esprimersi nel modo più sincero e onesto possibile. Per intenderci, quando Donald Trump  – che in Borat 2 sarà molto presente, dal momento che il tema del film ruota proprio attorno alla fine del suo primo mandato da Presidente e all’ipotetico inizio del secondo, senza tralasciare tutte le conseguenze sociali e culturali che ha avuto il suo operato negli ultimi quattro anni – si trova davanti un idiota vestito da rapper che gli presenta un progetto pionieristico di un guanto che serve a mangiare il gelato, il suo fastidio verso l’interlocutore è palpabile. Sacha Baron Cohen è in realtà la presenza più neutra che si possa desiderare proprio per la sua esagerazione, è come una sorta di tela bianca che con la sua assurdità rende la persona coinvolta un distillato di ciò che pensa davvero. Che si tratti di omofobia, di odio razziale, di antisemitismo, di misoginia, tutto ciò che avviene grazie ai personaggi di Sacha Baron Cohen è una sceneggiatura che si scrive quasi da sola, dal momento che saranno proprio le reazioni – filtrate dalla libertà che ci si prende davanti a un “cretino” qualsiasi – a determinare l’andamento delle interviste.

Tutt’altro che stupido e superficiale, il mondo che vediamo attraverso le lenti distorte di Baron Cohen è un mondo in cui la sobrietà camaleontica di un intellettuale del suo calibro – laureato in Storia a Cambridge con una tesi sull’attivismo nero ed ebraico – indossa la maschera dello scemo del villaggio per catturare il peggio di chi, non appena intravede un briciolo di subalternità, non aspetta altro che prevaricare. Allo stesso modo, però, chi ne esce bene è proprio chi riesce a metterlo in difficoltà reagendo in modo saggio e comprensivo alle sue trovate assurde, come succede per esempio con l’astronauta Buzz Aldrin che invece di sbroccare e liberarsi dalla presenza fastidiosa di Ali G risponde con educazione e pacatezza. Una prova del nove che, come conferma Sacha Baron Cohen anche a distanza di diversi anni da quando ha cominciato con i suoi mockumentary e dopo aver girato un’intera serie, Who is America?, travestendosi da nuovi personaggi, oggi più che mai è necessaria. Non perché adesso a differenza dall’inizio del Ventunesimo secolo siamo più misogini o più razzisti, ma perché la politica di oggi, filtrata soprattutto dall’esposizione di massa che garantiscono i social media, ha fatto sì che ciò che restava più taciuto e nascosto, i lati oscuri del pensiero occidentale, oggi venga sbandierato pubblicamente senza nessun pudore.

Sacha Baron Cohen, infatti, come ha confermato in diverse interviste, ha intrapreso nei suoi anni di carriera una missione civile e sociale, quella di far sì che l’odio e le discriminazioni di qualsiasi tipo che infestano Internet vengano moderati il più possibile. Sembra assurdo che un uomo che ha impostato un suo personaggio, Borat, su uno stereotipo razzista sul Kazakistan possa pensare di voler veicolare un messaggio di tolleranza e di profondo cambiamento sociale. E invece è proprio grazie a questo suo utilizzo comico e paradossale di personaggi simili che Baron Cohen riesce a evidenziare e a rivelare il peggio di chi non è razzista o antisemita per finta e perché indossa una maschera, ma perché lo è davvero; persone spesso tanto ignoranti da non cogliere nemmeno il fatto che Borat parli una lingua inventata che mescola polacco ed ebraico.

Proprio tramite l’effetto comico, straniante e assurdo che si genera con le sue scene di pseudo-realtà, in cui si crea una dissonanza così forte da farti chiedere sempre se in effetti, la persona intervistata non sia il vero cretino. Come nel caso di Dick Cheney, ex vice-presidente degli Stati Uniti che autografa un kit di tortura waterboarding senza farsi nessun problema. Un umorismo che non richiede solo l’intuizione di capire qual è il match perfetto tra personaggio finto – che sia Ali G o Borat o qualunque altro – che possa creare il risultato comico migliore, ma che necessita anche di una capacità di immedesimazione con la maschera che non consente errori, al punto di rimanere per esempio bloccati cinque ore nel bagno di un edificio in cui si teneva un comizio di Mike Pence, come è successo durante le registrazioni di Borat 2. Mai un secondo vediamo Baron Cohen tradire il suo travestimento fisico, linguistico e, soprattutto, mentale; nemmeno quando una volta si addormenta ubriaco in una discoteca nei panni di Ali G e si risveglia che è sorprendentemente ancora Ali G.

Sacha Baron Cohen promuove non solo attraverso i film e i suoi personaggi assurdi, ma anche in prima persona discorsi di sensibilizzazione contro la violenza che si propaga online ogni giorno, strumentalizzata dalla politica: Stop Hate for Profit è il nome del movimento nato per fare sì che Internet diventi un posto più sicuro, non un far west del razzismo e dell’odio da cui attingere per campagne elettorali. Secondo Baron Cohen, infatti, come ha dichiarato qualche tempo fa, se Hitler avesse avuto Facebook avrebbe promosso la soluzione finale come contenuto sponsorizzato sul social media; una dichiarazione abbastanza forte ma che ben riassume il suo intento, sia come comico che come personaggio pubblico. La sua ironia è infatti uno strumento sconvolgente per comprendere quanto ancora sia necessario utilizzare la cultura, anche nelle sue forme più divertenti e di intrattenimento, non solo per comprendere il mondo attorno a noi ma per disinnescare meccanismi violenti e dannosi attraverso il senso di ridicolo di cui si coprono involontariamente.

Il British humour è sempre stato utilizzato da comici e attori per dire qualcosa di proibito in modo velato e allusivo, cosicché fosse l’ascoltatore stesso a comporre questo puzzle di ironia sottintesa. Lo humour di Sacha Baron Cohen capovolge questo processo, spiattellando in faccia a tutti, pubblico compreso, la realtà meschina e deprecabile di cui è fatto molto del nostro mondo che riteniamo tanto evoluto e civile, ma che non è proprio così. Il risultato è che fa ridere come pochi, andando ben oltre quella superficie di demenzialità dietro cui lui stesso si nasconde.


Questo articolo è stato scritto in collaborazione con Amazon Prime Video in occasione dell’uscita del secondo film di Sacha Baron Cohen Borat, in esclusiva da venerdì 23 ottobre sulla piattaforma.

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