"L'agnello" racconta la storia di una Sardegna segnata dall'attività militare di cui nessuno parla

Esistono battaglie e rivendicazioni sociali talmente radicate in un territorio da averne modificato la stessa immagine nell’inconscio collettivo dell’intero Paese. Ce ne sono poi altre che, pur proseguendo da decenni, sono rimaste perlopiù relegate ai propri confini geografici, oltrepassandoli solo raramente per finire sulla stampa nazionale, e lasciando inalterata la narrazione di quei luoghi. È il caso della Sardegna, una terra dove la guerra arriva solo tangenzialmente, ma negli anni ha prodotto una considerevole quantità di vittime. Ed è proprio qui, negli ampi spazi aridi dell’isola, che il regista sassarese Mario Piredda ha ambientato L’agnello, il suo primo lungometraggio. Il film – prodotto da Articolture e la francese MAT Productions, con RAI Cinema, e con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, della Fondazione Sardegna Film Commission e del Comune di Cagliari – era stato presentato l’ottobre scorso ad Alice nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma, ma al momento della distribuzione in sala è stato bloccato dalla pandemia.

Piredda aveva messo in scena la provincia sarda già in due cortometraggi precedenti – Io sono qui (2011) e A casa mia (2017), vincitore di un David di Donatello – soffermandosi sulla natura selvaggia dell’isola e sul dramma della disoccupazione giovanile e dell’assenza di prospettive, con uno sguardo capace di rappresentare la quotidianità e l’animo delle persone che la abitano senza cedere alla retorica e agli stereotipi. Mettendo in scena il conflitto tra la generazione che ha subito l’invasione militare straniera e quella più giovane, che ne vive le conseguenze, L’agnello racconta con semplicità la realtà sarda di tutti i giorni, spesso sconosciuta a chi vive sul continente. “Sono partito con l’idea di girare un film di pseudo-finzione, raccontando le traversie quanto mai attuali di un padre e una figlia che vivono vicino a un’ipotetica base militare in Sardegna”, racconta il regista. “Una delle tante storie di persone che risiedono in quei territori, in cui la convivenza forzata tra civile e militare è ordinaria quotidianità. È proprio in questa normalità che ho scelto di ambientare il racconto”. Una narrazione dalla valenza universale, che per certi versi accomuna Piredda ai fratelli Taviani, che proprio sull’isola girarono Padre padrone (1977), facendola diventare un’astrazione.

Quella di Anita, la figlia, interpretata da Nora Stassi, al suo esordio, è la storia di una figura femminile capace di ergersi al di sopra del mondo modellato e dominato dai torti e dal passato delle figure parentali maschili con cui vive: Tonino, il nonno, il padre Jacopo, affetto da una grave forma di leucemia, e lo zio Gaetano, allontanatosi da tempo e unico possibile donatore per il necessario trapianto di midollo. I tempi d’attesa per la ricerca di un donatore dal sistema sono infatti troppo lunghi e, anche se di solito i parenti sono più probabilmente compatibili, Anita e Tonino non lo sono. È la ricerca disperata di quell’ultima possibilità a muovere la ragazza nel tentativo di far riappacificare il padre e lo zio, divisi da un vecchio rancore che nessuno dei due sembra disposto a mettere da parte.

Piredda ha scelto come location i dintorni di Urzulei, Cagliari, Marina di Tertenia e Siliqua, dove a emergere è il contrasto tra l’ambientazione rurale, in cui è la vegetazione a far da padrona, e la costante presenza delle forze militari stabili in Sardegna, che pur rimanendo sullo sfondo della rappresentazione, costituiscono un elemento fisso della scena e della vita dei personaggi. “Tanto se non c’ammazzano subito, lo fanno piano piano”, dice Anita dopo esser stata beccata a oltrepassare la zona militare, convinta che sia proprio l’operato militare ad aver causato la malattia del padre e la morte della madre, molti anni prima.  A rincarare il tema della pellicola è anche la scena iniziale: con un potente primo piano, assistiamo al parto di due agnelli, “Quella è sempre stata la scena iniziale del film. Volevo un elemento metaforico, che, in genere, non mi piace inserire nei film, ma, a un certo punto, pensavo di metterlo”, spiega Piredda in un’intervista a Teorema. “Devo dire che, però, nel fare il film, la metafora non è cresciuta e, alla fine, non ho voluto dare all’agnello un significato chiaro e preciso”. Mentre uno sopravviverà e verrà accudito da Anita, l’altro nascerà morto e deforme. La Sardegna ospita infatti il 60% di tutto il demanio militare italiano e negli anni le attività belliche hanno mostrato una forte correlazione con l’aumento di disastri ambientali e dell’incidenza di tumori e malformazioni negli abitanti e negli animali dell’isola. Oltre 35mila ettari di territorio sono assoggettati al vincolo militare e, in alcuni periodi dell’anno, gli spazi aerei e marittimi vengono interdetti alla pesca e alla navigazione per poter effettuare esercitazioni, chiudendo uno specchio di mare di 20mila km, pari all’estensione dell’intera regione. A essere interessati sono soprattutto i poligoni di Quirra, Teulada e Capo Frasca, i tre più grandi d’Europa.

Il regista, originario di Badesi, sceglie di non realizzare un’opera apertamente di denuncia, concentrandosi sui rapporti umani e puntando di conseguenza su un racconto intimo, fondato sul dramma famigliare, impostazione che gli permette di elevare la propria storia al di là del luogo, dando corpo alle esperienze di tutti i sardi segnati dalle conseguenze delle servitù militari e creando contemporaneamente una forma diversa di racconto di formazione, rivolta a chi è costretto a crescere troppo in fretta, finendo spesso per sovvertire il ruolo genitore-figlio. Proprio questo rapporto è uno degli elementi più potenti del film, non solo perché costituisce il vero nucleo fondante che Piredda era interessato a studiare, ma anche grazie all’interpretazione di Nora Stassi e Luciano Curreli, capaci di trasporre sullo schermo l’intesa creata sul set. Il personaggio di Anita rappresenta la tenacia della Sardegna, che pur continuando a difendere la propria libertà, non si arrende mai.

Meraviglia proprio l’intensità di Stassi, alla sua prima esperienza cinematografica, scelta dal regista dopo una lunga ricerca condotta insieme a Stella La Boccetta, la casting director che l’ha individuata per caso in un bar e l’ha fermata per chiederle se fosse interessata a fare un provino. L’intenzione di Piredda era infatti quella di trovare un volto nuovo, accompagnandolo ad attori professionisti. Stassi e Curreli non sono i soli a distinguersi, grazie allo spessore donato a ciascun personaggio dalla sceneggiatura, scritta a quattro mani con Giovanni Galavotti. Anche Michele Atzori, che in L’agnello impersona lo zio Gaetano, è alla sua prima volta da attore, ma la capacità di inchiodare lo spettatore alla scena la si deve probabilmente alla sua esperienza come musicista del gruppo CRC Posse. È lui il protagonista di una delle scene più belle del film – dove le inquadrature indagano sempre a fondo gli spazi e i corpi – momento insolito e inaspettato, quasi si avesse la sensazione che da lì in poi stesse per iniziare un’altra storia: all’interno di un bar, balla da solo Vodka fraise, una canzone francese dei primi anni Duemila, e la camera si sofferma sugli sguardi e i gesti di tutti gli altri clienti, mentre la fotografia curata da Fabrizio La Palombara ne esalta i tratti duri e introspettivi, in una breve carrellata delle varie anime del paese.

È la stessa Sardegna a imporre la propria presenza nella storia, come quando, a tavola, Anita spezza il pane carasau in un impeto di rabbia, raccontando al nonno che ogni pezzo, non importa come sia rotto, richiama sempre la forma dell’isola. La regione è protagonista anche di molti dialoghi in cui si è scelto di mantenere la lingua sarda (tutelata dallo Stato solo in quanto dialetto, nonostante faccia parte delle lingue neolatine come l’italiano, il francese e lo spagnolo, tanto da ricordare nelle sue strutture, più di tutte, la radice d’origine) dopo che Atzori e Piero Marcialis (rispettivamente Gaetano e Tonino), leggendo la sceneggiatura originale, hanno scelto di improvvisarla adattandola dall’italiano. Il fatto che un’opera cinematografica contemporanea scelga di valorizzarla, l’attualizza, e il suo recupero crea un solido ponte fra la tradizione e la modernità delle storie raccontate. Non solo è utile a tratteggiare pienamente i personaggi, i loro stati d’animo e i valori culturali, ma rivela i rapporti di ognuno con l’ambiente e sostiene la drammaturgia, evidenziando scelte e stili di vita che, come in questo caso, fanno parte del tema stesso del film.

Le servitù militari sono state affrontate spesso nel cinema sardo. Fu Giuseppe Ferrara, nel 1961, a indagare per primo questa situazione attraverso il suo documentario Perdasdefogu, raccontando come la costruzione delle basi missilistiche avesse comportato l’esproprio di territori a pastori e contadini, che ora devono pagare una tassa annuale per poterne usufruire. In questo senso L’agnello non solo costituisce una grande prova d’esordio sul lungometraggio di Piredda, ma si unisce agli altri capolavori sul tema, come Piccola pesca di Enrico Pitzianti (2004), Materia oscura (2013) di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti e Balentes (2018) di Lisa Sardo, distaccandosene però per la scelta di andare al di là della forma documentaristica e di mettere in scena una narrazione a tratti molto poetica, per raccontare un dramma quotidiano comune a tutta l’isola e per ricordarci che chi abita la Sardegna ha diritto alla salute e alla cura e alla tutela della stessa, nonché di poter fruire liberamente del proprio territorio, scegliendo la vita senza l’obbligo di alimentare una già proficua industria destinata alla guerra.

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