Vedere l’intervista in TV di Rose McGowan al late show di Stephen Colbert è stato disturbante quanto scoprirsi improvvisamente guardoni. Di fronte alle risposte irriverenti dell’attrice, alle provocazioni, soprattutto alla rabbia della donna che è stata tra le prime a raccontare i ricatti sessuali di Harvey Weinstein ho provato la stessa sensazione di quando si è testimoni inconsapevoli di qualcosa che dovrebbe rimanere privato. La sua apparizione così poco in linea con il tradizionale ospite patinato da talk show, con la sua felpa abbondante arancione, con un atteggiamento niente affatto compiacente o allineato con le false risate in studio e per nulla a proprio agio sulla sedia, mi ha disturbato al punto da farmi domandare se potesse davvero essere questo il volto ‘credibile’ di una delle protagoniste e delle voci del #metoo. Sia come vittima di ricatto sessuale sia come icona antiviolenza. Nel frattempo il tema della violenza sulle donne si prendeva prepotentemente la scena italiana con ben altri toni e destini. La brutale uccisione di Jessica Faoro e la quasi certezza del movente sessuale nel suo caso, hanno messo d’accordo opinione pubblica e media provocando una grande, comprensibile e multilaterale empatia.

Al di là delle differenze sostanziali tra un tentativo di violenza sessuale culminato con un tragico epilogo e un ricatto sessuale dall’esito meno definitivo e nella ferma volontà di non voler cadere nell’inutile tentativo di fare una classifica delle vittime, mi sembra che alcune delle differenze di atteggiamento dipendano anche dall’idea e dai preconcetti che abbiamo sulla vittima ‘ideale’ di violenza. E pur con grandi distinzioni, mettere in relazione le differenze di reazione alle vicende è voler capire qualcosa in più sugli stereotipi che ancora non ci permettono di comprendere bene i meccanismi con cui si scatena la violenza sulle donne a più livelli e di difenderle adeguatamente.

Harvey Weinstein

Pensiamoci bene. C’è una vittima perfetta e ce n’è una imperfetta, una che scatena una compassione netta e un’altra di cui ci sentiamo di mettere in dubbio continuamente le ragioni basandoci su un’analisi accurata di alcuni aspetti che riguardano la sua personalità, il suo modo di vestire, il modo di denunciare, il modo di vivere, il modo di parlare, le scelte professionali. Si tratta di un processo che abbiamo imparato a conoscere come victim blaming e che trae la sua forza e la sua resistenza da un fattore preciso: l’idea diffusa che ci sia solo un modo – tragico, definitivo, assoluto – di essere vittima di violenza. Per cui solo la condizione in cui la vittima è del tutto annichilita oppure ha visibilmente pagato un prezzo altissimo per sottrarsi alla violenza, è accettabile. Una visione che in effetti non fa altro che ricalcare i preconcetti sui quali tendiamo a far ruotare in toto l’universo femminile e le sfumature della violenza sulle donne. Dalla parte di chi la subisce, c’è l’idea della santa e dell’eroina che ha il coraggio di sottrarsi con forza a ciò che non ritiene giusto e quella della poco di buono, che invece, per minore virtù personale non riesce a dimostrare lo stesso atteggiamento di integrità morale. Dal lato di chi la compie, l’aguzzino, esso viene pensato più facilmente come un estraneo che sfida e spesso valica il confine dell’altra persona con la sola minaccia della forza fisica.

Rose McGowan

L’unica vittima che siamo tutti pronti a definire come tale è la vittima prostrata e brutalmente segnata nell’animo e nel corpo. Questo ci dice quanto ancora poco sappiamo sulla violenza contro le donne.

Torniamo a Rose McGowan. Dopo la partecipazione allo show di Colbert è stata chiamata pubblicamente ‘problematica’ e ‘bizzarra’. Ed è vero, lo era. Ma è anche vero che Rose McGowan era lì dall’altra parte dello schermo a sfidare tutti i miei pregiudizi sul tema della vittima perfetta. E il fatto che la stampa americana le abbia affibbiato subito una delle etichette più infamanti che le donne si guadagnano ogni volta che provano a mostrare pubblicamente la loro rabbia – persino quando la motivano – cioè quella di isterica ed eccentrica, è solo l’ennesima conferma di come la nostra società tenda a trattare negativamente il nervosismo, il rancore, e le ragioni del femminile quando vengono rivendicate anche in contesti più ampi. Al contrario, l’ipotesi che le donne siano persone ‘normali’ e che come tali soprattutto di fronte a un torto, percepito o reale, si incazzino e reagiscano a modo loro, viene scarsamente contemplata. Così l’ira del movimento #metoo e la determinazione che stanno dimostrando le sue sostenitrici vengono viste con sospetto; perché provengono da un lato dell’universo a cui non viene riconosciuta la libertà di incazzarsi. Rose McGowan è disturbante in televisione come è disturbante la rabbia espressa dal femminile, perché siamo abituati a ben altra accondiscendenza.

Stephen Colbert

È anche vero che il victim blaming non è solo il frutto di uno stereotipo superato sul femminile e di una prospettiva sulla violenza che cerca indici di colpevolezza in luoghi quantomeno stravaganti. Non è un processo capace di avanzare esclusivamente per grandi semplificazioni, né il riflesso del modo di trattare a livello mediatico certi temi, spettacolarizzandoli. Esso rappresenta anche il tentativo di spiegarsi il Male e di identificarlo nelle forme che ci sembrano più rassicuranti. L’orco cattivo e violento solo fisicamente e non psicologicamente, magari povero, magari brutto, magari diverso, magari estraneo. Come se il male non fosse anche terribilmente banale, per citare Arendt, invisibile e ambiguo nella sua natura più profonda. Come insomma se un ricco produttore ben sbarbato e potente non potesse essere capace di fare del male a qualcuno. Lo scandalo Weinstein ha invece mostrato a tutti un’atroce verità sulla violenza contro le donne e ben fotografata dai dati Istat disponibili: non ha etnia, non ha conto in banca, non esiste solamente in un tragico epilogo o nell’atto di un estraneo, non viene perpetrata solo per strada e mai in un posto di lavoro. Banalmente invece le vittime esistono e meritano di essere ascoltate anche se non sono perfette, anche se non sono come le immaginiamo, perché ci mettono di fronte alla complessità del fenomeno e ai nostri pregiudizi più stupidi che dobbiamo affrontare al più presto.

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