La vita normale e felice dei soldati israeliani mentre a Gaza si muore è la nuova banalità del male - THE VISION
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A maggio, le Forze di difesa israeliane (IDF) hanno insignito 120 soldati e soldatesse dell’annuale riconoscimento di “Uomini illustri del presidente”. Sul sito dell’IDF i premiati sono comparsi in ritratti ufficiali di spalle, senza nomi e cognomi che li identificassero, “a causa del timore di persecuzioni in tutto il mondo” come si legge sul sito di news israeliano Ynet. Dall’inizio dell’anno, infatti, l’IDF ha ordinato a tutti i soldati in servizio di nascondere il proprio volto e di non rivelare il proprio nome in interviste o post social, specie se in possesso di doppia cittadinanza. L’ordine era arrivato pochi giorni dopo la notizia del mandato di arresto per crimini di guerra nei confronti di un ex soldato israeliano che si trovava in vacanza in Brasile, fatto rimpatriare in tutta fretta dal ministro degli Esteri. Una scena simile si è ripetuta a luglio in Belgio, quando due soldati israeliani sono stati fermati e interrogati al festival di musica elettronica Tomorrowland, durante il quale avevano sventolato la bandiera della brigata Givati, responsabile di uccisioni e devastazioni a Gaza.

La vita dei militari e dei riservisti israeliani, infatti, va avanti, mentre il mondo comincia finalmente ad aprire gli occhi sulle atrocità commesse dall’IDF nei territori palestinesi. Da novembre 2024, sul premier israeliano Benjamin Netanyahu e sull’ex ministro della difesa Yoav Gallant pende un mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte penale internazionale per i crimini di guerra commessi a Gaza, ma per i soldati che hanno compiuto materialmente quei crimini non c’è nessuna restrizione di movimento. Nelle scorse settimane, per esempio, alcuni attivisti sardi hanno denunciato la presenza di decine di militari un resort in Sardegna, mentre in precedenza alcune guide turistiche avevano avvistato un gruppo di soldati dell’IDF in vacanza alle Grotte di Frasassi, accompagnato dalla Digos.

Non solo sono liberi di andare all’estero senza problemi, ma nemmeno nel proprio Paese devono affrontare alcuna conseguenza per la loro condotta sul campo. Secondo AOAV (Action on Armed Violence), una ong che misura l’impatto della violenza armata, nove indagini su dieci aperte dall’IDF su abusi o possibili crimini di guerra commessi dai propri soldati vengono chiuse senza giungere ad alcuna conclusione. Tra queste, c’è anche quella sul “massacro del pane” di marzo del 2024, dove sono state uccise più di cento persone in fila per procurarsi della farina, e il bombardamento del campo profughi di Rafah meno di tre mesi dopo, dove hanno perso la vita quarantacinque palestinesi.

Jabalia, Gaza, 2025

Intanto, mentre la conta dei morti a Gaza ha superato i 60mila (di cui l’83% civili, secondo il Guardian), i soldati dell’IDF girano il mondo e postano foto sorridenti sui social, a dispetto degli ordini dei vertici dell’esercito. Tutti i cittadini residenti in Israele hanno l’obbligo di svolgere un servizio militare della durata dai 18 ai 36 mesi, divenendo riservisti per i successivi dieci anni. Al termine è molto comune compiere un viaggio “zaino in spalla” all’estero di sei mesi, che si stima coinvolga ogni anno 50mila giovani israeliani, e che viene finanziato con il bonus di buonuscita che si riceve dopo aver completato il servizio. Molti di loro vanno in America Latina o in India per percorrere quello che è ormai diventato noto come “il cammino dell’hummus” per la massiccia presenza di israeliani.

Come ha scritto sulla rivista Vashti Sara Radha Pelham, giornalista ebrea di origine bengalese e nata a Gerusalemme, le tappe del cammino dell’hummus – che comprendono le città di Pushkar, la regione dell’Himachal Pradesh e l’isola di Goa – sono disseminate non solo dalle tracce del passaggio dei giovani soldati, ma anche da quelle dello sterminio dei palestinesi. Il cammino dell’hummus è diventato un “programma di detox dal genocidio” che rifletterebbe lo spirito colonialista inculcato ai giovani militari, che sfruttano le risorse di queste terre ma al contempo disprezzano la popolazione locale. Già prima del 7 ottobre, i comportamenti degli israeliani nel Sudest asiatico erano stati oggetto di critica, in particolare per l’uso smodato di droghe e per gli atteggiamenti aggressivi.

Anche se negli ultimi tempi i vertici dell’IDF hanno cercato di limitare sempre di più l’uso dei social ai propri militari, la condotta dei soldati e veterani dell’IDF online svela un orizzonte di sadica normalità. Uomini e donne in divisa alternano video di bombardamenti a balletti e gag con i propri commilitoni. Centinaia di screenshot dai profili dei soldati sono stati anche utilizzati dal Sudafrica come prova nella propria richiesta alle Nazioni Unite di riconoscimento del genocidio in corso: “Ciò che è documentato riflette il senso prevalente di impunità tra agenti e soldati israeliani che senza vergogna continuano a postare frasi, video e fotografie sui social media, senza paura di essere puniti”, si legge nel documento. A volte, il senso di impunità diventa talmente forte da andare contro gli stessi interessi dei soldati: nonostante Le Monde avesse dimostrato già nel 2022 quanto fosse facile risalire alla posizione dei militari attraverso i dati della geolocalizzazione dell’app Strava, che si usa per fare jogging o andare in bici, i soldati continuano a condividere queste informazioni sensibili.

Nel primo “genocidio in diretta social” è impossibile non notare l’aspro contrasto tra i post di giornalisti, fotoreporter e palestinesi comuni, che documentano le atrocità quotidiane e chiedono disperatamente aiuto all’Occidente, e la vita che scorre indisturbata al di là dei checkpoint. Un sondaggio dello scorso anno del Pew Research Center ha anzi mostrato come la maggior parte degli israeliani sia infastidita dai post sulla guerra e posti meno contenuti politici rispetto al 2022.

Gaza City, 2023

Al momento, secondo l’IDF, sarebbero 14.500 i disertori e i renitenti alla leva in Israele, su una popolazione di 9,5 milioni di abitanti e a fronte di un esercito composto da quasi 170mila soldati. Non tutti coloro che saltano la chiamata lo fanno perché contrari allo sterminio dei palestinesi: all’appello mancano quasi 10.000 giovani ultraortodossi, che fino a giugno del 2024 erano esentati dalla leva per motivi religiosi. Come ha spiegato a France24 Guy Poran, ex ufficiale dell’IDF, la maggior parte dei soldati dimissionari ha motivazioni finanziarie o di salute. In preparazione all’assedio totale di Gaza previsto per il 7 ottobre 2025, Netanyahu ha annunciato che richiamerà 12mila riservisti e che inasprirà le pene per chi fugge dal servizio militare, che al momento consistono in novanta giorni di carcere.

La filosofa Hannah Arendt si occupò proprio del tema della responsabilità individuale nei crimini di guerra nel 1961, quando assistette al processo nei confronti del criminale nazista Rudolf Eichmann a Gerusalemme, che racconterà nel celebre libro La banalità del male. L’autrice rimase colpita dal fatto che il funzionario non ricordava quasi niente dei momenti che per la giuria erano stati più decisivi per la pianificazione dello sterminio degli ebrei. Piuttosto, scrive Arendt “ricordava assai bene le svolte della propria carriera, e tuttavia si constatava che non necessariamente queste svolte coincidevano con quelle della storia dello sterminio degli ebrei o della storia in generale. Per esempio, egli aveva sempre difficoltà a ricordare la data esatta dello scoppio della guerra, o quella dell’invasione della Russia. E invece non aveva dimenticato una sola delle frasi che, da lui pronunziate in questo o in quel momento della sua vita, avevano avuto su lui stesso un effetto esaltante”. Per Eichmann, insomma, la sua vita di genocida era infinitamente meno significativa della sua vita quotidiana. Il modo in cui pensava alla propria esistenza non era scandito dai meticolosi passaggi che avevano portato allo sterminio di cinque milioni di ebrei, ma da piccole e insignificanti svolte di carriera e vittorie personali. La sua vita quotidiana scorreva tranquilla, come scorre tranquilla quella di chi, contribuendo attivamente o passivamente alla morte di decine di migliaia di persone, si preoccupa solo di come fare affari una volta che “l’inconveniente dei palestinesi” sarà sistemato.  

Adolf Eichmann, 1961

L’assenza di qualsiasi complessità interiore in Eichmann costituì un problema tanto per i giudici israeliani, nella valutazione dell’elemento psicologico delle sue azioni, quanto per Arendt, che individuò nella disamina di questo aspetto il principale fallimento del processo: nella trattazione si finì per mettere in risalto proprio il fatto che Eichmann non avesse mai espresso in maniera esplicita l’intenzione di compiere il male, arrivando così a interpretare la sua condotta come l’incapacità di distinguere chiaramente tra il bene e il male stesso. In chiusura del libro, Arendt immagina cos’avrebbe potuto dire la corte all’imputato per un processo veramente equo: “Noi qui ci occupiamo soltanto di ciò che tu hai fatto, e non dell’eventuale non-criminalità della tua vita interiore e dei tuoi motivi, o della potenziale criminalità di coloro che ti circondavano […] anche supponendo che soltanto la sfortuna ti abbia trasformato in un volontario strumento dello sterminio, resta sempre il fatto che tu hai eseguito e perciò attivamente appoggiato una politica di sterminio”. Ma se per Arendt il processo a Eichmann avrebbe dovuto concludersi comunque con una condanna a morte – seguendo l’esempio di Norimberga – resta tuttavia aperta la questione della legittimità della pena capitale, che non può mai essere considerata una risposta giusta né efficace, nemmeno di fronte ai peggiori crimini della Storia.

Hannah Arendt

Per Arendt, poi, Eichmann non avrebbe dovuto essere processato da un tribunale israeliano, ma da un tribunale internazionale. Gli stessi giudici, concentrandosi su un disegno di vendetta privata, infatti, secondo lei fallirono nel riconoscere che ciò che Eichmann aveva compiuto era più grande di una sequela di “azioni malvagie”, dettate dall’assenza di bontà nel suo cuore. Solo inquadrando la sua “spaventosa normalità” messa al servizio dello sterminio di un popolo si sarebbe potuto impedire la ripetizione di un crimine simile in futuro. Osservando i soldati dell’IDF che dopo aver contribuito al genocidio di un popolo vanno a fare festa nei festival musicali in giro per il mondo, mentre si pensa già a come trasformare la sua terra in un resort, il concetto spesso abusato di “banalità del male” sembra raggiungere una nuova vetta di incredulità.

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