La violenza della polizia contro gli afroamericani è inaccettabile

George Floyd, un uomo afroamericano di 46 anni, è morto lunedì 25 maggio dopo essere stato trattenuto dalla polizia di Minneapolis. In un video girato da un passante che ha assistito alla scena si vede un poliziotto che preme il ginocchio sul collo di Floyd, che con un filo di voce ripete più volte: “Non riesco a respirare”, per poi rimanere a terra privo di sensi. Secondo la ricostruzione fornita dai quattro agenti – che sono stati licenziati e nei confronti dei quali sta indagando l’FBI – Floyd si trovava in stato alterato dentro un’auto e all’ordine degli agenti di uscire avrebbe opposto resistenza. Altri video delle telecamere di sicurezza e le testimonianze dei passanti sembrano smentire questa versione: Floyd appare collaborativo o comunque non ha un atteggiamento violento tale da giustificare la reazione della polizia, sempre che una reazione del genere possa essere giustificabile in un Paese democratico.

La morte di George Floyd arriva in un momento complesso per la società americana. Le rivolte esplose a Minneapolis contro la polizia subito dopo l’accaduto sono state represse duramente con manganellate e lacrimogeni, e sono in molti a rimarcare la differenza nella risposta rispetto alle proteste contro il distanziamento sociale, guidate soprattutto da bianchi repubblicani: solo un paio di settimane fa, alcuni manifestanti erano entrati indisturbati nel campidoglio del Michigan con fucili d’assalto e armi pesanti, con l’appoggio di Trump che le ha chiamate “bravissime persone”. La pandemia non ha fatto altro che inasprire le profonde disuguaglianze tra bianchi e neri: molti attivisti hanno denunciato la maggiore ostilità della polizia verso gli afroamericani che violano il lockdown (35 arrestati su 40 sono neri) e gli americani stessi si sentono in dovere di intervenire laddove la legge non arriva: nel febbraio scorso in Georgia, padre e figlio bianchi hanno ucciso Ahmaud Arbery, un ragazzo nero che stava facendo jogging nel loro vicinato, dopo averlo rincorso con un pick up. L’arresto dei due, che si sono giustificati dicendo di aver visto Arbery rubare in un appartamento, è arrivato soltanto 74 giorni dopo l’omicidio, soprattutto grazie al clamore suscitato dal video dell’uccisione diventato virale online.

Corteo di protesta ‘I Can’t Breathe’, Minneapolis, Minnesota, 2020.

I can’t breathe” (“Non riesco a respirare”) è ormai diventata la frase simbolo della lotta contro la brutalità e la violenza della polizia americana nei confronti della comunità afroamericana. Nel 2014, Eric Garner la pronunciò 11 volte mentre Daniel Pantaleo, un agente della New York City Police Department, lo soffocava con il suo corpo, dopo averlo fermato per la vendita di sigarette di contrabbando. La morte di Garner, assieme a quella del diciottenne Michael Brown, ucciso durante un controllo in auto, e all’assoluzione del poliziotto che nel 2012 sparò al diciassettenne Trayvon Martin hanno dato vita al movimento Black Lives Matter. Tutte le persone uccise erano disarmate. Daniel Pantaleo non è stato incriminato per l’omicidio di Garner, così come Darren Wilson per quello di Michael Brown, ed è molto probabile che lo stesso accadrà per i responsabili della morte di George Floyd.

Come spiegato da Hasan Minhaj in Patriot Act, il problema della brutalità della polizia non è individuale, ma sistemico: “Il problema non si riduce a qualche poliziotto cattivo. C’è un quadro giuridico e politico separato che ripara gli agenti dalle conseguenze, dà loro poteri speciali quando si difendono e spesso li addestra a temere le comunità che dovrebbero proteggere”. Uno dei problemi è infatti l’addestramento della polizia americana. Ai poliziotti viene insegnato ad agire ancora prima che la minaccia si manifesti, invece che a reagire: è il principio della “Stand-your-ground law”, la legge di autodifesa che solleva una persona dalla responsabilità penale nel caso agisca per ragioni di difesa personale. La legge è oggetto di dibattito perché, sebbene sia una sorta di legittima difesa, di fatto non prevede una dinamica aggressione-reazione, ma basta una minaccia percepita a giustificarne l’applicazione. Lo stesso accade per la polizia: basta che qualcuno costituisca potenzialmente una minaccia per legittimare una risposta, anche violenta, delle forze dell’ordine. Questo approccio viene chiamato “Fear-based training”, perché abitua gli agenti a temere costantemente per la propria vita. Proprio lo scorso anno, la polizia di Minneapolis responsabile oggi della morte di George Floyd aveva sospeso gli addestramenti di questo tipo poiché “viola[no] le regole al cuore della sicurezza di comunità”, dal momento che considerano la sicurezza del poliziotto prioritaria rispetto a quella della comunità. Nel 2016, proprio un poliziotto di Minneapolis che aveva seguito uno di questi controversi training tenuti dal tenente Dave Grossman aveva ucciso un afroamericano a un posto di blocco, pochi secondi dopo che l’uomo gli aveva pacatamente detto di avere addosso una pistola. E la “Stand-your-ground law” solleva gli agenti dalle accuse di omicidio in casi come quello di Floyd: nel 99% dei casi, nessun poliziotto ha affrontato un processo per aver ucciso un sospettato.

Ferguson, Missouri, 2015

Se questo aiuta a comprendere perché la polizia americana è così incline a usare la violenza, però non spiega perché le prime vittime di questa violenza, agita in prevalenza dai bianchi – che rappresentano il 77% delle forze di polizia – siano afroamericane. Secondo i dati di Mapping Police Violence, lo scorso anno 1099 persone sono morte per mano delle forze dell’ordine di cui il 24% neri, nonostante siano solo il 13% della popolazione americana. Gli afroamericani hanno infatti il triplo delle probabilità di essere uccisi dalla polizia rispetto ai bianchi, sebbene siano, in media, il gruppo etnico meno armato. Si tratta di mera profilazione razziale, che l’American Civil Liberties Union definisce “la pratica discriminatoria delle forze dell’ordine per prendere di mira individui sospetti di aver commesso un crimine sulla base della loro razza, etnia, religione o origine nazionale”. Se sei nero, insomma, sarai sempre considerato una persona sospetta anche se, come Ahmaud Arbery, stai solo facendo jogging. Nonostante spesso si cerchi di giustificare la profilazione razziale con la scusa che i neri commettano più crimini rispetto ai bianchi, è chiaro che si tratta di un problema di razzismo istituzionale.

E, in tutto questo, c’è ancora chi considera esagerate le proteste di Black Lives Matter, accusa il movimento di essere “razzista al contrario” e di fomentare odio contro la polizia. Ma, come disse Malcolm X in un famoso discorso del 1962, dopo che alcuni membri della moschea di Los Angeles furono attaccati e uccisi alle spalle dalla polizia locale, sono i bianchi ad aver istituzionalizzato e diffuso la cultura dell’odio. La morte di George Floyd è l’ultima di una lunga serie di persone nere disarmate uccise dalla polizia perché nere, perché quel “Fear-based training” ha insegnato loro ad avere paura soprattutto nella nerezza e della presunta minaccia che rappresenta di fronte ai bianchi. Pretendere che questa comunità che si vede di continuo strappare vittime innocenti – perché al di là del crimine commesso, nessuna persona merita di essere uccisa in assenza di un pericolo reale – risponda in modo accomodante o porgendo l’altra guancia, è l’ennesima richiesta di uno sguardo bianco che si rifiuta di assumere le proprie responsabilità. “Essere nel margine”, scrive l’autrice femminista bell hooks in Elogio del margine, “significa appartenere, pur essendo esterni, al corpo principale […]”, sapendo di non potervi mai stare al centro. bell hooks considera la marginalità “un luogo in cui abitare, a cui restare attaccati e fedeli, perché di esso si nutre la nostra capacità di resistenza”. Essere nel margine però non deve essere una condanna a morte, men che meno nel Paese che si fregia di essere la più antica democrazia del mondo.

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