Eravamo la generazione dei weekend all’estero, adesso viaggiare sembra un’utopia - The Vision

Non so se è così per tutti, ma ho un ricordo estremamente nitido della prima volta in cui ho sentito parlare del coronavirus: era gennaio, ero all’estero. La scena è questa: apro gli occhi in un letto d’albergo, fuori c’è Vienna e i suoi meno 3 gradi, dentro la tv, lasciata accesa dalla sera prima, sintonizzata su un canale all news. La Cina, spiega il giornalista, ha notificato tre morti a causa di un nuovo ceppo di polmonite virale e oltre 200 infezioni. Il team di investigazione della Commissione nazionale per la Salute ha appena confermato, per la prima volta, che tale virus, ancora misconosciuto, può essere trasmesso da persona a persona. Tre giorni dopo, il governo cinese metterà in quarantena decine di milioni di persone, saranno sospesi i collegamenti aerei e ferroviari da Wuhan e, in seguito, da altre città, interrotto il trasporto pubblico, chiuse le autostrade, bloccata la vendita dei pacchetti turistici interni e internazionali; ma io in quel momento non ne so niente di cosa sarà, sono solo piena di sonno. Mi alzo dicendomi che ho visto troppe volte Contagion e spengo la televisione. È il giorno del mio compleanno e nulla, mi dico, lo rovinerà. Perché sono dove voglio essere – in viaggio – e sto facendo una delle cose che più amo al mondo: scoprire una nuova città. Non ho idea del fatto che, a distanza di nove mesi, la cosa mi apparirà come una specie di miraggio da un universo parallelo. Non so che la memoria di quella mattina resterà cristallizzata a lungo e più che un ricordo mi apparirà come una specie di presagio: il mondo prima del coronavirus, il mondo senza mascherine, gel antibatterico e distanziamento sociale.

La storia di me che viaggio è simile a quella di molti nati e cresciuti tra gli anni Ottanta e Novanta, prima dell’avvento del low cost, quando l’Europa unita era un fatto nuovissimo. Di norma, ai tempi, il massimo che potevi aspettarti era di fare una lunga luna di miele oltralpe, come se sposarsi fosse una sorta di lasciapassare per il mondo o almeno una parte di esso. I viaggi erano roba da ricchi anche quando si trattava di una settimana entro i confini o delle ferie estive, come ci raccontano le commedie nazionalpopolari di quegli anni, tutte incentrate sullo spostamento come status quo, a partire dal titolo. Andare all’estero, invece, presupponeva una certa indole da moderno esploratore che si sapeva adattare alle difficoltà e al divario culturale, o almeno da persona di mondo. Io, invece, ero un’adolescente di provincia: vedevo sì compagne di classe dai genitori illuminati o solo benestanti andare in viaggio studio – la sigla EF, insieme faro da raggiungere e simbolo di ciò che non avrei mai potuto avere – assistevo anche alla partenza del mio ragazzo e dei suoi amici per l’interrail, leggevo di Beppe Severgnini alle prese con gli inglesi, seguitavo con il racconto degli italiani all’estero, ma restavo sbalordita da frasi come: “Secondo una stima attendibile, oggi gli italiani viaggiano 2,3 volte più di quanto viaggiassero vent’anni fa, e spendono il 15 per cento del proprio reddito per spostarsi, contro il 9 per cento del 1970”. Io, mi pareva evidente, ero fuori dalla statistica: niente nella mia vita, non una particolare predisposizione familiare, non un certo patrimonio spendibile in viaggi atti a formarmi, mi poteva far pensare che avrei viaggiato.

Le cose sono cambiate sul serio solo a partire dagli anni Duemila: ho iniziato allora a imbarcarmi almeno un paio di volte all’anno per una serie di destinazioni per cui erano previsti sconti dati da: 1) relativa vicinanza geografica; 2) sfavorevoli condizioni meteorologiche per il periodo in esame; 3) rischio attentati. Nessuna di queste incognite era proibitiva. Nonostante le ovvie paure, viaggiare – per me come per molti altri – significava andare finalmente oltre il cerchio di timore e impossibilità economica che gli era stato disegnato intorno, vincere tutte le difficoltà con lo strumento più adatto al caso: la conoscenza, i propri occhi, i propri piedi. Funzionava così, senza pensieri, ed è la cosa che mi manca di più. A una settimana circa dall’inizio delle ferie o da una data per me importante, andavo su Skyscanner o qualche motore di ricerca simile, selezionavo l’aeroporto di partenza e spuntavo la casella “ovunque” per quello di destinazione. L’indagine, per quanto estemporanea, era sempre fruttuosa; sempre, sulla mappa del mondo, sparigliava un nome, una cifra abbordabile. Il problema, era, semmai, trovare un posto in cui alloggiare, ma non era poi un gran problema: prima di Airbnb, sono partita con un bagaglio a mano e senza sapere dove avrei dormito, mappando la situazione solo una volta sul posto; altre, per risparmiare tempo e denaro, ho passato l’ultima notte prima del ritorno a casa in giro tra le stanze di amici expat e bar aperti 24 ore su 24. Adesso tutto ciò mi sembra non solo appartenere a una stagione della vita ormai lontana, ma anche impraticabile.

Per la prima volta dopo anni, nell’estate del 2020, ho preferito restarmene a casa mia e come esperimento, in agosto, mese delle partenze e delle vacanze per eccellenza, ho dato vita a una piccola newsletter sul tema viaggi estivi, proponendomi di scrivere, per cinque settimane, di cinque viaggi che avevo fatto in una specie di buon auspicio per i prossimi. Temevo che il racconto del passato, nato per esorcizzare e contestualizzare una paura del presente, non avrebbe interessato nessuno: in pochi giorni, invece, si sono iscritti al progetto quasi 300 persone e, per ogni e-mail inviata, ne ricevevo una decina. Quasi tutte confermavano dubbi che credevo solo miei. Certo, con la giusta preparazione e le dovute precauzioni, partire non era e non è poi così impossibile e sui gruppi social dedicati al tema – uno su tutti, Spenderò tutti i miei soldi in viaggi –, in tantissimi si sono attrezzati per farlo, sono tornati felici e, soprattutto, sani. Viaggiare, inoltre, non significa necessariamente andare all’estero: in pieno lockdown, per lavoro, mi ero fatta una cultura sulle mete italiane “sicure” o presunte tali, avevo letto di tutte le iniziative del Mibact e di tutte le previsioni sul turismo di prossimità. Eppure, quando si è trattato di mettere in pratica ciò che sapevo, la cosa non mi ha convinto, non del tutto. A venir meno era la possibilità che più amavo di tutte: l’improvvisazione, quel fare un bagaglio di massima, il prendere e partire che tanto adoravo, in cui un giorno stai lì a chiederti come e dove e quello dopo hai prenotato un volo, un treno e ciao, ci vediamo tra un paio di settimane.

Quando potremo tornare a viaggiare di nuovo così? Secondo lo Straits Times, quotidiano di Singapore noto come uno dei più autorevoli giornali in inglese d’Oriente, questo interrogativo è nei trend di ricerca di Google da mesi, popolarissimo dall’Irlanda alla Nuova Zelanda. Ma in realtà una risposta c’è già, anche se non piacevolissima: per Avi Meir, co-fondatore e CEO di TravelPerk, azienda le cui prenotazioni sono diminuite di oltre il 95%, viaggeremo ancora dopo il Covid-19, ma non sarà lo stesso. Il settore potrebbe cominciare a riprendersi in circa 18 mesi – e cioè a partire da settembre 2021, ma i viaggi come li conoscevamo potrebbero restare solo un ricordo assai più a lungo. Segue una sorta di decalogo anche se i punti sono 9: il più interessante è quello che spiega come viaggiare vedrà stagioni diverse e più costose citando un paper diffuso dall’Imperial College di Londra che ipotizza “finestre di opportunità” che dureranno solo alcune settimane o addirittura giorni, durante i quali le compagnie aeree che cercano disperatamente di rimettere in sesto i bilanci prevederanno sì posti limitati per garantire più sicurezza, ma con un certo incremento dei prezzi. Il viaggio, soprattutto in aereo, potrebbe tornare a essere un lusso – come già ipotizzava in maggio il Sole24Ore, riprendendo le stime dell’International Air Transport Association che prevedono un aumento del 49% sul costo medio di un biglietto aereo in Europa e “l’addio ai viaggi economici”. Questo anche perché se un tempo eravamo abituati a prenotazioni online in cui ci sembrava ovvio fare a meno di imbarco rapido, bagaglio extra, noleggio auto e persino selezione del posto, adesso ci staremo attentissimi, prendendo addirittura in considerazione la casella che ci chiede se vogliamo un’assicurazione per il viaggio o riservarci la possibilità di cancellarlo/modificarne le date.

Viaggiare nelle vicinanze di casa per un po’ sembra dunque la soluzione, anche per dare una mano al nostro settore turismo che i dati ci dicono in ginocchio con 65 milioni di ospiti persi in estate e 50mila imprese che rischiano il fallimento: secondo l’Ansa, in Italia, l’emergenza Coronavirus avrebbe bruciato complessivamente ben 173,5 milioni di presenze e oltre 48 milioni di arrivi con una contrazione rispettivamente del 52,5% e del 51,1% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, in un effetto domino che coinvolge più comparti e più regioni. Ma ci sono verità che occorre riconoscere. La prima è che muoversi in Italia, se non hai un’automobile e devi fare affidamento sui mezzi di trasporto pubblici, non comporta semplicemente il superamento della paura del Covid, ma varie e molteplici complicazioni che rendono lo spostamento difficile quasi quanto andare all’estero. Nonostante il fascino dello spostamento su rotaia – quella condizione che Valerio Magrelli chiama La vicevita e in cui facciamo da veicolo a noi stessi – le regole sul distanziamento sociale sul trasporto pubblico non sono uguali o rispettate ovunque e, inoltre, sappiamo bene che alcuni luoghi, per quanto bellissimi, noti in tutto il mondo e pieni di attrazioni, vita e patrimonio culturale sono irraggiungibili coi mezzi, oggi come prima: basta pensare a Matera, capitale europea della cultura nel 2019 senza stazione ferroviaria. La seconda presa di coscienza, che pure sarebbe auspicabile, è legata ai costi proibitivi dell’esperienza italiana per gli stessi italiani: “I turisti che mancano di più agli operatori del settore – spiega infatti il Corriere – sono gli stranieri più facoltosi, quelli che nelle scorse estati riempivano gli hotel a 5 stelle”. È il caso di Capri, ad esempio: l’isola, conosciuta in tutto il mondo per l’allure da “dolce vita”, ha sempre visto milioni di presenze durante i mesi estivi, ma era abituata a un turismo mordi e fuggi da parte degli italiani, tanto che quest’estate si lamentava l’assenza di russi, americani e brasiliani. Negli ultimi vent’anni, inoltre, abbiamo assistito alla diffusione di viaggi, ma senza che ce ne rendessimo conto questo ci ha fatto contribuire all’amplificazione di quel turismo sempre meno sostenibile che rovina le attrazioni naturali e culturali e che trasforma per i residenti mete attraenti in luoghi impossibili da vivere. La loro bellezza viene cancellata, almeno momentaneamente, dalla folla che avanza, spinge, vuol vedere, toccare, scattare una foto prima di andarsene. Per questo, dopo la pandemia – dice l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo sviluppo – bisognerà ripartire dal turismo eco e sostenibile. Ciò significa destagionalizzare il flusso di visitatori e, soprattutto, almeno all’inizio, abituarsi a un calo delle presenze.

È davvero la fine del viaggio per come lo conoscevamo, dunque? Forse. Ma ciò potrebbe non essere un male, o non del tutto. L’ideale di libertà connesso al viaggio oggi si scontra ancora con le regole confuse e i continui richiami alla consapevolezza dei rischi legati alla pandemia. Questa crisi non riguarda solo il comparto turistico, ma tutti noi che, prima di spendere qualche migliaio di euro per una settimana di vacanza, quest’anno ci abbiamo pensato due volte. Ma guardando il mondo farsi più “grande” e meno “raggiungibile” sotto i nostri occhi potremmo, domani, ritrovarlo più autentico, più attento, più “umano”. Sarà allora che tornerà a valere la pena di viaggiare, o meglio, di sostenere una certa spesa per farlo, in Italia come altrove

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