Gli Stati Uniti hanno un problema che non vogliono risolvere: le armi - THE VISION

Quella della scuola elementare Robb di Uvalde, in Texas, per la quale diciannove bambini sono rimasti vittime dei colpi di fucile del diciottenne Salvador Ramos, è l’ultima delle duecentododici sparatorie di massa registrate negli Stati Uniti da inizio anno. Appena dieci giorni prima, in un supermarket di Buffalo, nello Stato di New York, un altro ragazzo di diciotto anni, il suprematista bianco Payton Gendron, ha aperto il fuoco sulla folla, causando dieci morti. Ad oggi, negli Stati Uniti, ogni giorno in media avviene una sparatoria di massa. La definizione di mass shooting viene generalmente accettata nella versione proposta dall’ente di ricerca statunitense Gun Violence Archive: sono i casi in cui l’attacco coinvolga quattro o più persone, ferendole o uccidendole, e venga perpetrato da un aggressore per mezzo di armi da fuoco in un breve lasso spazio-temporale.

Il 2022 si è aperto registrandone otto nella sola giornata di Capodanno, in cui furono coinvolte in totale 35 vittime, tra deceduti e feriti. La statistica non si limita a una fatalità del presente, ma appartiene all’evoluzione di una tendenza – esacerbata dalla pandemia – che ha visto il numero di stragi incrementare vertiginosamente negli ultimi tre anni. Sono state 417 nel 2019, circa una al giorno, 611 nel 2020 fino ad arrivare al massimo storico registrato lo scorso anno, 693, poco meno di due sparatorie ogni ventiquattr’ore. Non ci stupiamo pertanto a constatare l’ennesimo unicum statunitense: un terzo di tutte le stragi pubbliche compiute tramite arma da fuoco ogni anno nel mondo avviene negli Stati Uniti, in cui vive appena il 5% della popolazione globale. 

Seppur le cause degli elevatissimi tassi di omicidio e di violenza negli Stati Uniti siano di varia natura (sociale, psicologica, demografica ed economica), l’ampia reperibilità delle stesse armi è ormai unanimemente citata da accademici e ricercatori come il principale fattore. Di fronte a quella che nel 2021 il governatore di New York Andrew Cuomo ha definito come “emergenza sanitaria”, sono ancora poche le misure legislative attuate per limitare il dilagare delle armi, e quindi degli scontri a fuoco. “Cosa stiamo facendo?” si è chiesto ripetutamente il senatore democratico Chris Murphy in una seduta del 24 maggio rivolto ai suoi colleghi senatori e all’intero sistema politico statunitense. Nonostante la legislazione in materia sia prevalentemente di competenza dei singoli Stati, un decreto bipartisan, l’HR 8, per intensificare i controlli sugli acquirenti di armi da fuoco è stato  approvato l’anno scorso dalla Camera dei Rappresentanti, ma successivamente bloccato in Senato per mancanza di accordi sul testo. A parte questo, il nulla, e anzi, diversi Stati hanno approvato alleggerimenti delle normative vigenti, favorendo di fatto il possesso e la compravendita di pistole e fucili. Proprio nel Texas delle stragi di Santa Fe, El Paso e infine della scuola Robb, l’anno scorso il governatore repubblicano Greg Abbott, invocando la sacralità del Secondo Emendamento, ha firmato una legge con la quale è stato eliminato l’obbligo di licenza di porto d’armi, permettendo a chiunque abbia più di ventuno anni di comprare un’arma tramite la sola carta d’identità. La stessa misura ha reso inoltre possibile il trasporto pubblico di pistole e fucili senza obbligo di tenerle in apposite cinture. 

Greg Abbott, governatore del Texas

Nonostante gli evidenti esiti generati dalle politiche di controllo del mercato delle armi negli Stati Uniti, è altrettanto emblematica l’impotenza dei legislatori di fronte a un problema le cui fondamenta sono ben più radicate nella società e nella cultura di quanto si possa credere. Da quando il regista Michael Moore ha denunciato l’estensione della mentalità pro-armi – ormai parte dello stereotipo americano – con il suo documentario Bowling a Columbine, sono passati vent’anni esatti. Oggi si può affermare che non solo la situazione sia rimasta sostanzialmente invariata, ma che anzi i tassi di omicidio e di armi pro capite negli Stati Uniti siano incrementati. Se nel 2002 il rapporto tra armi da fuoco e popolazione era del 90% circa, gli ultimi censimenti rilevano che da ormai più di cinque anni lo stesso tasso ha sorpassato il 120%, più di un’arma per abitante. Quest’ultimo rappresenta un ulteriore ed esemplare primato statunitense: nessun’altra nazione al mondo si avvicina a questa percentuale, nemmeno lo Yemen – Paese in guerra dal 2014 – che si trova al secondo posto con il 52,8%. 

Imputare la totalità degli eventi di matrice stragista al solo fenomeno della circolazione di armi sarebbe indiscutibilmente riduttivo e fuorviante. Ciò nonostante, è altrettanto pericoloso e miope convincersi che l’emergenza sia esclusivamente sociale, psicologica o morale, sottovalutando i rischi prodotti dal mercato delle armi e invocando il diritto alla difesa personale tutelato dalla Costituzione statunitense. Quella che sta avvenendo da diversi decenni è di fatto una manipolazione storica e politica atta a servirsi della Carta dei Diritti statunitense per fini ben più terreni, come la compiacenza delle lobby dei produttori di armi, capeggiate dalla National Rifle Association. La NRA è la principale e più potente organizzazione nazionale statunitense il cui scopo è la promozione dell’uso delle armi da fuoco. Conta attualmente più di cinque milioni di membri, tra cui gli ex presidenti George H.W. Bush e Donald Trump, e 250 milioni di dollari di budget di spesa annuale. Il ramo lobbista dell’associazione influenza le decisioni politiche del Governo versando in media quattro milioni di dollari l’anno per programmi politici, deputati e altri legislatori, senza tener conto di tutte le donazioni non ufficiali difficilmente tracciabili. L’ampio potere politico-economico della NRA riflette le proporzioni e l’importanza del mercato delle armi statunitense, un settore che vale più di 19 miliardi di dollari e la cui produzione è triplicata negli ultimi vent’anni. 

George W. Bush

Da qui nasce poi il nesso causale tra numero di sparatorie di massa e vendite stimate di armi: paradossalmente, a ogni strage commessa corrispondono una maggior richiesta e un aumento di produzione di armamenti. All’indomani dell’attentato di Las Vegas nell’ottobre 2017, i principali quotidiani, oltre a ricordare le 58 vittime e il dolore di un intero Paese, riportavano i contemporanei successi finanziari dei maggiori produttori di armi e munizioni quotati in borsa, che videro i prezzi delle proprie azioni balzare repentinamente. Un fenomeno naturale e facilmente prevedibile, se si pensa che tra le dichiarazioni dell’ex Presidente Donald Trump in merito ci fu anche quella di armare indiscriminatamente insegnanti e personale scolastico per prevenire gli attacchi nelle scuole. 

Il sentimento popolare in questo caso sembra essere allineato alla spaccatura ideologica bipartitica e alfascino retorico dell’inalienabilità della legittima difesa armata. Appena la metà degli statunitensi dichiara infatti di essere favorevole a misure più stringenti nel controllo delle armi, con l’11% di intervistati che auspica un ulteriore alleggerimento delle leggi vigenti. Le argomentazioni più citate da chi si dice contrario a un maggiore controllo nella vendita e nel possesso di fucili e pistole sono fondamentalmente tre: l’incidenza delle malattie mentali, l’irrilevanza dell’arma utilizzata e l’ideale costituzionale di legittima difesa.  

Uvalde, Texas

Primo, il problema derivadal disagio psicologico diffuso che conduce a questi atti e non dalla quantità di armi presenti nel territorio. Se si può essere d’accordo sull’importanza che le motivazioni psico-sociali hanno nella fenomenologia delle sparatorie di massa, è impossibile ritenere che la circolazione di tante armi non vi contribuisca in alcun modo. In termini di salute mentale e depressione, gli Stati Uniti sono sì uno tra i Paesi più colpiti, ma non certamente il primo. Groenlandia, Nuova Zelanda, Corea del Sud, ma anche Grecia, Spagna e Portogallo presentano tassi di incidenza di malattie psichiche ben maggiori. Eppure, in nessuno degli Stati citati risultano tassi di omicidio o numeri di sparatorie minimamente comparabili a quelli statunitensi.

Secondo, si sente spesso sostenere che l’arma da fuoco rappresenterebbe meramente un mezzo, e che molti degli aggressori avrebbero compiuto le stesse stragi a prescindere dalla disponibilità o facilità di reperimento della stessa. Se si parla di omicidi di massa e, più nello specifico, di sparatorie scolastiche, sarebbe interessante capire come un uomo possa produrre decine di morti nel medesimo lasso di tempo utilizzando un’arma da taglio. In merito agli alti tassi di suicidio, altro problema endemico della società statunitense e non solo, numerosi studi hanno riscontrato che negli Stati dove il numero di armi da fuoco disponibili è maggiore si registrano generalmente più suicidi.

Infine, l’ultima delle motivazioni a supporto della libertà di detenzione di armi risiede nella cultura e nella storia politica degli Stati Uniti. Tra tutte, è certamente la più radicata e complessa. Il Secondo Emendamento viene accorpato alla Costituzione degli Stati Uniti nel 1791, e da quel momento il diritto di possedere armi diviene prerogativa di tutti i cittadini,la cui difesa armata deve coincidere con la libertà e l’indipendenza dagli imperi coloniali dell’epoca, Spagna e Gran Bretagna. Elemento che ora rappresenta un puro anacronismo, dato che gli Stati Uniti sono la prima potenza militare del Pianeta e la possibilità che vengano invasi è decisamente remota.

Menzionare il secondo emendamento tramite una decontestualizzazione forzata rende ancora più difficile credere a chi, sostenendo il possesso indiscriminato di armi da fuoco, si definisce fautore della libertà dei cittadini statunitensi. Piuttosto, quella che sta avvenendo negli Stati Uniti rischia di diventare una pericolosa strumentalizzazione della storia e della stessa Carta Costituzionale che per natura dovrebbe proteggere i cittadini dalla negazione dei loro diritti fondamentali, primi tra tutti la felicità e la vita. 

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