Le università sono il fulcro del pensiero libero. Per questo i governi le minacciano.

L’Unesco, nelle sue Raccomandazioni sulla scienza e sulla ricerca scientifica (2017), afferma che la libertà accademica è “il vero cuore del processo scientifico [che] garantisce la più grande accuratezza e obiettività dei risultati scientifici”. Invece oggi i governi repressivi di tutto il mondo hanno paura delle università, luogo della critica: temono che mettano in dubbio il loro potere di operare senza contraddittorio e per questo cercano di controllarle. Il report del 2018 Free to think dipinge – soprattutto (ma non solo) nei Paesi in guerra e/o colpiti dagli estremismi come Afghanistan, Kenya, Pakistan, India e Yemen – una situazione fatta di violenze nei campus, arresti e persecuzioni ingiuste dei docenti, pressioni sugli studenti, minacce all’autonomia istituzionale di università e centri di ricerca. Nel complesso, tra l’1 settembre 2017 e il 31 agosto 2018 sono riportati 294 episodi ai danni di accademici e docenti, tra cui 79 casi di omicidio o scomparsa, 88 arresti, 60 casi di procedimenti giudiziari, 22 dimissioni forzate o retrocessioni e 15 limitazioni di movimento.

I ricercatori Kirsten Roberts Lyer e Aron Suba sono gli autori del report Closing academic space sulle azioni dei governi repressivi ai danni delle istituzioni dell’istruzione superiore, in almeno 60 Paesi. I ricercatori hanno rilevato interferenze che vanno dalle restrizioni sulle istituzioni universitarie, a quelle sul personale accademico e sugli studenti, fino alla più subdola delegittimazione dell’università nel dibattito pubblico. Può trattarsi di cambi nella governance dell’istituzione universitaria pilotati dallo Stato, o ancora di restrizioni normative come quelle operate dal governo russo nei confronti della liberale Università Europea di S. Pietroburgo, la cui licenza venne ritirata nel 2018, a seguito di ispezioni a sorpresa che trovarono presunte violazioni come l’assenza di volantini contro l’abuso di alcol e della palestra. Colpire sul piano finanziario – con tagli al budget e alle borse di studio – è il modo per il governo più semplice (e più facilmente giustificabile come necessario per motivi economici) di controllare le università. Non è necessario prendersi il disturbo di inventare accuse ai singoli docenti quando si può rendere impossibile il loro lavoro tagliando i fondi. Infatti, secondo la raccomandazione CM/Rec(2012)7 del Concilio d’Europa – per cui l’autonomia finanziaria è un prerequisito per l’autonomia istituzionale – le istituzioni dell’educazione superiore devono poter gestire autonomamente i propri fondi in linea con le priorità stabilite dai loro organi istituzionali. Inoltre, i meccanismi regolatori delle università, sia pubbliche che private, devono garantire la trasparenza e la protezione da ogni possibile minaccia alla libertà accademica e all’autonomia istituzionale.

Le restrizioni sul personale accademico colpevole di esprimere la propria opinione, invece, possono essere di diversi tipi: dalla dichiarazione di non scientificità di conferenze alle selezioni pilotate, dalla retrocessione alle dimissioni forzate fino  all’arresto. Avviene, ad esempio, in Turchia in seguito al fallimento del  colpo di stato del luglio 2016, con la dichiarazione dello stato d’emergenza: da allora secondo le stime sarebbero 5mila gli accademici e 33mila gli insegnanti ad aver perso il posto perché sospettati di essere collusi con i golpisti; di fatto, in molti casi, per aver espresso opinioni contro il governo o aver partecipato a manifestazioni. Tra i casi eclatanti c’è stato nel 2018 quello di accademici e attivisti presi di mira con l’accusa di essere legati al filantropo e uomo d’affari ostile al governo Osman Kavala.

Un altro problema sono le restrizioni imposte alla ricerca, ai programmi accademici e alla discussione di temi specifici, fino alla vera e propria censura editoriale. La libertà accademica, però, non è certo garantita soltanto dalla libertà d’insegnamento e di ricerca, ma anche dall’espressione delle opinioni e dalla libertà dalla censura e dalla paura di una possibile repressione violenta: lo Stato ha il dovere di creare un ambiente in cui questi diritti possano essere esercitati. Ma nella realtà queste pressioni creano un ambiente in cui non è infrequente l’autocensura dei docenti, non solo nei Paesi in cui la situazione tocca i limiti di cui stiamo parlando. Tutto ciò non colpisce poi solo i docenti, ma anche gli studenti: in Bielorussia, ad esempio, ricevono benefici gli studenti che fanno parte di un’organizzazione giovanile filogovernativa, mentre in diversi Paesi sono esclusi dalle borse di studio o dall’accesso stesso all’università giovani attivisti politici o figli di attivisti ostili al governo.

Particolarmente critica è la situazione delle università in Europa Orientale e nei Paesi ex-sovietici: soprattutto in Russia, Bielorussia, Azerbaijan, Kazakistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Ma nemmeno nel cuore dell’Unione Europea si può essere così certi della libertà accademica: le ricerche mostrano che  in Ungheria, Polonia, Croazia, Serbia, Romania e Bulgaria – dove i media esprimono meno pareri critici verso il governo – diminuiscono anche la libertà culturale e quella accademica. L’Ungheria è un caso eclatante: qui il governo di Viktor Orbán ha smesso di finanziare il corso in gender studies, ha preso il controllo dell’Accademia Ungherese di Scienze Sociali e ha costretto la Central European University fondata nel 1991 da George Soros, a lasciare Budapest per la più liberale Vienna; questo dopo una lunga pressione sull’università più prestigiosa del Paese – fatta anche di tasse imposte sul programma per rifugiati e richiedenti asilo politico – in difesa della quale è stata stilata una lettera aperta sottoscritta da 17 premi Nobel. Sempre in Ungheria, un settimanale vicino al governo ha pubblicato una “lista di proscrizione” di docenti nemici, presunti mercenari al soldo di qualche presunta lobby straniera. Il Parlamento europeo a settembre 2018 ha approvato una mozione per imporre sanzioni al governo ungherese, sospettato di violazioni in vari ambiti, tra cui appunto quello della libertà accademica. Questi comportamenti, però, nel frattempo si diffondono: il governo polacco, ad esempio, lo scorso anno ha proposto una riforma per introdurre organi esterni di controllo nell’università e ha fatto sparire i corsi di etnologia e antropologia sociale e culturale, accorpati in Scienze della cultura e della religione, mentre in Bielorussia gli studenti vengono espulsi per motivi politici con la scusa dell’assenteismo.

Nelle Università del Regno Unito – dove nel 2015 le proteste contro la lezione di Germaine Greer all’Università di Cardiff per le sue opinioni transfobiche posero il problema del confine tra i limiti dell’espressione del proprio libero pensiero e la censura – ci sono stati episodi di intimidazioni e molestie nei confronti di accademici accusati di razzismo e/o  xenofobia perché sostenitori della Brexit. Non tutti possono essere e sono stati effettivamente considerati veri e propri attacchi o molestie, ma deve comunque preoccupare da un lato l’indifferenza delle istituzioni universitarie e dall’altro la scarsità di denunce da parte dei diretti interessati, che non vogliono comunque esporsi per paura di rappresaglie. Qualche tentativo è stato fatto, come l’iniziativa di Academics for Academic Freedom, che ha pubblicato una lista di tutti coloro a cui è stato impedito di parlare pubblicamente nelle università britanniche. Nel Regno Unito d’altronde è sulla carta – dall’Equality Act del 2010 all’Higher Education Reform Act del 2017 – che le università dovrebbero avere l’obbligo di garantire la libertà d’espressione. E forse le intimidazioni non sono il modo giusto per cambiare questo punto. Men che meno se praticate da chi dovrebbe difendere ideali di inclusività e tolleranza.

In Italia abbiamo dato poca rilevanza all’evento, ma all’estero ha risvegliato la preoccupazione di molti la rimozione, da parte della locale sezione della Lega a marzo scorso, di un testo intitolato La Lega di Salvini. Estrema destra al governo dal corso di Scienze Politiche all’Università di Bologna, perché aveva contenuti ritenuti scomodi. Gli accademici si sono espressi con preoccupazione, anche per la scarsa attenzione data dai media italiani all’episodio; questi hanno, invece, giustamente dato risalto a quell’altro inquietante episodio che è stato, la primavera scorsa, la sospensione di Rosa Maria Dell’Aria, docente dell’istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele III, i cui studenti avevano tracciato una similitudine tra le leggi razziali e il Decreto Sicurezza.

Gli attacchi, però, non sono fatti solo di episodi diretti, sul limite della censura, ma anche di un martellante lavoro di discredito nei confronti dell’università, accusata in toto da alcune parti politiche che rivendicano l’incompetenza in opposizione al marchio d’infamia di un lavoro in università e accusano il mondo accademico di rappresentare un’élite lontana dalla popolazione. L’insofferenza e il sospetto con cui la politica guarda all’accademia sono stati ben espressi a livello linguistico dall’ex Ministro dell’interno Matteo Salvini in varie occasioni. Nei suoi discorsi inoltre ritorna spesso il termine dispregiativo “professoroni”: un linguaggio che svilisce il ruolo dei rappresentanti delle istituzioni accademiche. Questo nonostante l’Istituzione universitaria italiana non se la cavi male a livello internazionale: la classifica 2019 delle migliori università al mondo, infatti, vede un miglioramento per le nostre, con una segnalazione particolarmente positiva per la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che è la decima al mondo per impatto della ricerca prodotta in rapporto al numero di ricercatori e per l’Università di Bologna, al 74esimo posto per reputazione del mondo accademico internazionale. Risultati come questi andrebbero sostenuti e riconosciuti, invece che screditati.

Organizzazioni come Scholars at risk e European University Association monitorano simili situazioni, ma nessuna è prettamente deputata a questi temi e c’è poca o nessuna pressione sui governi perché lascino libere le università. Unione Europea e Onu devono prestare più attenzione, vigilare e prendere misure nette contro i governi colpevoli di violazioni, per non lasciare solo sulla carta tante belle parole, ma farne realtà. Nel 2018 il Parlamento Europeo ha proposto l’adozione di una dichiarazione internazionale sulla libertà accademica e sull’autonomia delle istituzioni dell’istruzione superiore. Questa sarebbe utile a identificare anche a livello internazionale le minacce alla libertà accademica, ma non può che essere solo un punto di partenza. Serve una sensibilizzazione di studenti e docenti, linee guida etiche e appositi comitati per verificare il rispetto di quanto affermato dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea: “Le arti e la ricerca scientifica devono essere libere da costrizioni. La libertà accademica deve essere rispettata”. Troppo spesso ci dimentichiamo che il funzionamento delle società democratiche passa innanzitutto dall’università, l’istituzione in cui si studia, si coltiva il pensiero critico e si pratica il libero scambio di idee.

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