Le università italiane sono tra le migliori al mondo ma i nostri laureati non trovano lavoro - THE VISION

Che il livello qualitativo degli atenei italiani fosse tra i più alti in Europa e nel mondo è ormai un fatto confermato da tempo. L’edizione più recente del QS World Universities Ranking by Subject, una tra le classifiche universitarie più autorevoli e riconosciute a livello internazionale, inserisce l’Italia tra i primi sette paesi al mondo per posizionamento all’interno delle diverse categorie di materie, seconda in Europa. Tra i criteri utilizzati per il calcolo del punteggio finale si trovano la reputazione accademica, professionale, la presenza di citazioni tra articoli e ricerche scientifiche e il tasso di qualità dell’insegnamento, ovvero il numero di professori e assistenti per studente. Fattori per i quali atenei come Sapienza, Politecnico di Milano, Bocconi, LUISS e Normale di Pisa si classificano tra le migliori cinquanta università a livello globale. Una menzione speciale è riservata alla Sapienza di Roma, inserita al primo posto assoluto – davanti a Oxford – per quanto riguarda le facoltà relative agli studi classici e alla storia antica. Ateneo che assieme al Politecnico di Milano, quinto al mondo per Arte e Design, rappresenta il modello universitario pubblico italiano a livello internazionale. Modello che, ahimè, nonostante gli eccellenti risultati ottenuti nelle ultime graduatorie mondiali, soffre di carenze di duplice natura. Mentre, infatti, un numero sempre maggiore di strutture scala il podio europeo e globale in quanto a prestigio e reputazione, lo stesso settore dell’istruzione e della formazione statale continua ad accumulare record negativi in quanto a spesa pubblica, investimenti nella ricerca e tasso di laureati sul totale della popolazione.

Uno dei paradossi italiani nasce proprio dalla presenza simultanea di importanti atenei riconosciuti per l’altissima qualità dell’insegnamento e una delle più basse percentuali di cittadini laureati. Secondo l’ultimo report ISTAT solo il 20,1% della popolazione tra i 25 e i 60 anni – uno ogni cinque – possiede un titolo di laurea contro il 32.8% della media europea. Penultimo paese nell’Eurozona a cui segue solo la Romania, l’Italia soffre inoltre di un tasso di crescita del suddetto indicatore quasi nullo: nel 2020 l’incremento annuale del numero di laureati è stato dello 0.5%. A questi dati si aggiunge inoltre la problematica del divario con il Mezzogiorno. Delle università italiane menzionate nella classifica del QS Ranking by Subject solo una si trova al Sud, ovvero la Federico II di Napoli. Agli innumerevoli successi ottenuti dagli atenei settentrionali, in particolare milanesi, si contrappone uno scenario di crisi rappresentato da una sempre maggiore decadenza del settore dell’istruzione superiore in Meridione. Ancora all’interno del report ISTAT, la misura percentuale di residenti laureati nel Sud Italia crolla al 16.2%, di cui più di un quarto formati in università del Centro-Nord. L’assenza di crescita di immatricolazioni, unita a finanziamenti statali inferiori rispetto alle quote destinate agli istituti del Settentrione, ha così prodotto un quadro d’emergenza fatto di tagli al personale e precarietà dei servizi offerti allo studente. 

Tra i pochi laureati, poi, sorge l’ennesima contraddizione: chi si specializza spesso non riesce a trovare un lavoro che valorizzi tali competenze accademiche. Sempre che il lavoro lo si trovi: come rileva Eurostat, più di quattro neolaureati su dieci risultano disoccupati entro i tre anni. Peggio di noi fanno solo Grecia, Macedonia del Nord e Turchia. Le cose poi non migliorano guardando ai dati sugli occupati complessivi con titolo di laurea: in Italia il tasso di occupazione, fermo al 80.8% del 2020, è inferiore alla media europea di circa cinque punti percentuali. Divario che poi si amplia con il diminuire dell’età e a seconda del genere preso in considerazione. Nonostante la scelta di perseguire un titolo di laurea porti ancora vantaggi significativi – circa dieci punti percentuali in più di tasso di occupazione – rispetto al detenere il solo diploma, è evidente che sussistano urgenti criticità, tra cui la mancata corrispondenza tra competenze accademiche e lavorative e, di conseguenza, i bassi stipendi d’ingresso.

Secondo le ultime indagini di Almalaurea, la retribuzione media netta a un anno dal conseguimento del titolo di laurea sarebbe pari a 1,270 euro per i laureati delle triennali e 1,364 euro per quelli delle magistrali. Seppur in discreto aumento rispetto agli ultimi anni, risultano comunque cifre tra le più basse all’interno dell’Eurozona: i neolaureati tedeschi, per esempio, percepiscono il doppio rispetto agli omologhi italiani. Da evidenziare inoltre la staticità di tali stipendi che, estendendo il periodo analizzato da uno a tre anni, rimangono pressoché fermi a 1,389 e 1,433 euro rispettivamente per titoli triennali e magistrali. Inutile poi precisare che quasi la metà dei contratti in questione – il 40.1% – riguardano rapporti lavorativi a tempo determinato e quindi precari. Ciò che ne risulta è anche una fuga di cervelli riguardante decine di migliaia di giovani italiani verso Paesi esteri in cui l’accesso al lavoro specializzato e alla ricerca è più favorevole. Insomma, laurearsi nei nostri atenei riconosciuti a livello mondiale diviene una semplice tappa utile all’espatrio lavorativo e all’esportazione di capitale umano. Chi, dopo aver investito tempo e denaro per ottenere una laurea, decide di rimanere in Italia si trova a dover fare i conti non solo con una situazione occupazionale al limite dell’emergenza, ma anche con la difficoltà di individuare una mansione adatta alle proprie competenze. Ne risulta un mercato del lavoro stagnante, dove la bassa qualità della domanda e dell’offerta concorrono nel dare vita a posizioni lavorative generalizzate in cui le componenti di innovazione e ricerca sono assenti.

Ricerca a cui il governo italiano destina l’1.4% del Prodotto Interno Lordo, ben distante dall’obiettivo del 3% fissato dall’Unione europea nel 2010. Anche qui, la schizofrenia intrinseca al settore dell’istruzione emerge nel momento in cui tra i campi di ricerca più citati a livello mondiale spicca l’Italia entro i primi dieci Paesi. In Europa, invece, i ricercatori italiani si piazzano secondi, dietro ai soli tedeschi, per i quali il governo spende annualmente il 3.1% di Pil. Ricercatori italiani a cui i premi però giungono nella maggior parte dei casi in università straniere: sul totale dei 58 riconoscimenti europei ERC del 2021, ben 30 sono arrivati a ricerche effettuate in centri esteri. Un altro successo-fallimento di recente notizia riguarda i record della ricerca italiana in ambito nucleare, tra le prime in Europa e settima al mondo per numero di citazioni e pubblicazioni. Peccato che poi, quando si tratta di sviluppare e attuare l’oggetto di tali ricerche, l’Italia sprofondi al settimo posto in Europa per numero di relativi progetti brevettati. Esempio che spiega bene l’incapacità del nostro Paese di coniugare la teoria alla pratica per rivitalizzare un mondo del lavoro fin troppo stagnante e improduttivo.

In merito a tali criticità, si sono susseguite dichiarazioni dalla leggerezza disarmante, espressione di un sentimento generalmente dispregiativo verso i giovani e gli studenti costretti a emigrare in cerca di migliori opportunità. Impossibile, per esempio, dimenticare la risposta data nel 2016 dall’ex ministro del lavoro Giuliano Poletti al problema dei cervelli in fuga: “meglio non averli tra i piedi”, disse riguardo ai centomila espatriati in quell’anno. Non averli tra i piedi si è successivamente tradotto in un calo di produttività e una mancanza di lavoro specializzato con cui i legislatori sono oggi costretti a fare i conti. Nonostante la spesa per ricerca e sviluppo sia mediamente aumentata nel corso degli ultimi quindici anni, persistono le difficoltà dovute ai livelli di istruzione e di emigrazione all’estero. Ancor più grave è il fatto che una gran parte di chi è espatriato per motivi di lavoro dichiari la propria disponibilità a rientrare in Italia se le condizioni dovessero essere le stesse reperibili in altri Paesi europei. Secondo un sondaggio condotto da ChEuropa, sarebbero attualmente 600mila gli italiani pronti a tornare nel proprio Paese, ostacolati però da fattori socioeconomici tra cui stipendi troppo bassi, mancanza di mansioni stimolanti e paura del precariato. A questo proposito il governo non sembra però in grado di dare risposte convincenti.

Non solo la spesa e gli investimenti pubblici stanziati ci posizionano sistematicamente tra gli ultimi Paesi in Europa, ma le ultime scelte della politica non risultano ancora capaci di tracciare un percorso per valorizzare istruzione e formazione. Sul sito del ministero del Tesoro è da poco disponibile l’ultima versione del Documento di economia e finanza riguardo alle proiezioni e agli obiettivi economici del prossimo triennio. Tra le note salienti, la voce di spesa pubblica relativa al settore scolastico indica una diminuzione di risorse dall’attuale 4% al 3.5% del Pil, giustificata dal fenomeno dell’invecchiamento demografico. Contestualmente, è bene ricordarsi che l’Italia detiene il triste primato di ultimo Paese europeo per spesa complessiva in istruzione, destinando una cifra pari a 8.514 euro per studente ogni anno, il 15% in meno rispetto alle altre economie europee.

Ancora una volta, il nostro Paese si conferma terreno fertile per uno sviluppo culturale e intellettuale che non ha pari nel mondo, limitato però al puro nozionismo di troppi percorsi accademici e all’assenza di incentivi. La sola presenza di potenziale creativo diffuso può coincidere con un reale sviluppo delle competenze se affiancata da un contesto favorevole capace di farla emergere e l’accesso universale allo studio. Il fatto che le nostre università continuino a elevarsi sui podi europei e internazionali dovrebbe quindi rappresentare lo stimolo per mettere a frutto questa ricchezza e non l’assoluzione di un Paese che da anni la dissipa in modo sistematico.  

 

 

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