Nell’Ue non può esserci posto per un Paese che perseguita la comunità LGBTQ, come la Polonia

Durante l’ultimo appuntamento di #AskThePresident, l’iniziativa con cui la presidente della Commissione Europea si propone di rispondere ad alcune selezionate domande inviate dai cittadini, Ursula von der Leyen ha rimarcato come non ci sia spazio nell’Unione Europea per le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, dicendosi pronta a sospendere i fondi europei e ad agire per vie legali. Già il 16 settembre, nel suo primo discorso sullo stato della UE, von der Leyen aveva dichiarato: “Essere te stesso non è un’ideologia, è la tua identità e nessuno può portartela via. Voglio essere molto chiara: le zone libere da LGBTQI sono zone libere da umanità e non trovano posto nella nostra Unione”. Pur non avendola nominata, il riferimento alla Polonia è sufficientemente chiaro. La sua presa di posizione è arrivata infatti dopo una manifestazione di trentadue europarlamentari a supporto della comunità LGBTI polacca, in cui Terry Reintke e Marc Angel, del LGBTI Intergroup, hanno evidenziato l’urgenza di prendere provvedimenti concreti.

Ursula Von Der Leyen

Esponenti politici, vescovi e media nazionali in Polonia hanno preso di mira ormai da anni la comunità LGBTI, descrivendola come una minaccia per l’educazione dei bambini e per la sopravvivenza dei valori nazionali. Durante la propria campagna elettorale, prima di essere rieletto presidente, Andrzej Duda l’ha definita “un’ideologia più pericolosa del comunismo”, capace di mascherare una profonda intolleranza sotto i cliché della solidarietà e del rispetto, mentre altri esponenti di estrema destra, come Krzysztof Bosak, ex leader di Młodzież Wszechpolska, hanno organizzato manifestazioni in cui si bruciavano bandiere arcobaleno.

Krzysztof Bosak

Con un tasso molto basso di rifugiati e minoranze religiose, la Polonia è terreno prolifico per teorie complottiste e idee populiste, che si propongono di difendere il Paese da quella che definiscono influenza occidentale. Già dall’anno scorso, la diffusione di un documento del Forum del Parlamento europeo intitolato Ristabilire l’ordine naturale mostrava come tra i movimenti integralisti europei ossessionati dall’attaccare la comunità LGBTI e dal limitare i diritti sessuali e riproduttivi delle persone – sulla cui scia era stato organizzato anche il famoso Congresso mondiale delle famiglie a Verona – la Polonia giocava un ruolo importante grazie alla presa di potere del partito di ispirazione conservatrice e clericale. Da allora, circa 100 città e regioni di questo Stato si sono dichiarate “LGBTI free zone”, impegnandosi a non promuovere alcuna tolleranza verso la comunità e proponendosi di difendere i più giovani “dalla depravazione sessuale e dall’indottrinamento che nelle regioni occidentali hanno già portato all’accettazione della pornografia, all’aborto e alla crisi della famiglia”. A Zakrzówe, l’attivista Bart Staszewski ha manifestato all’ingresso del comune con un cartello riportante l’adesione della città alle zone libere da LGBTI e ha realizzato scatti simili, con altre persone, in varie zone del Paese. “Voglio far vedere a chi ci spaccia come nemici che siamo delle persone in carne e ossa, non un’ideologia, e meritiamo di essere trattate come gli altri e di poter vivere con dignità in questi territori”, ci racconta con un vocale su Whatsapp. “Ho ricevuto molti messaggi da parte di comuni cittadini in cui mi minacciavano di uccidermi o che sarebbero riusciti a scoprire dove abito. Come me molti altri. Anche se l’abbiamo notificato subito alla polizia e spesso non abbiamo prove, sappiamo che è il frutto dell’influenza dell’indecente campagna omotransfobica di Duda”.

Bart Staszewski con un cartello “Zona libera da LGBT” creato per la sua campagna – Copyright Bart Staszewski – Stefaniak

Nel mese di agosto le violenze subite dalla comunità LGBTI hanno portato molti attivisti a definire il periodo come la “Stonewall polacca”. Dopo l’arresto di Małgorzata Szutowicz, attivista del collettivo Stop Bzdurom, avvenuto il 7 agosto per aver tentato di strappare un telone laterale di uno dei camion di un’associazione conservatrice, che da mesi girano indisturbati per Varsavia equiparando l’omosessualità alla pedofilia, e per per aver appeso la bandiera arcobaleno ad alcuni monumenti storici, centinaia di persone hanno manifestato per le strade della città, subendo una violenta repressione da parte della polizia. Sono state arrestate 48 persone, tra cui anche turisti e cittadini che passavano di lì per caso. Secondo un report compilato da Adam Bodnar, commissario polacco per i diritti umani, alla centrale di polizia non sarebbero stati tutelati nemmeno i diritti fondamentali. “Una volta saliti in macchina i poliziotti hanno iniziato a girare a vuoto per la città, insultandoci o chiedendoci se fossimo mai stati picchiati. Alla stazione ci hanno negato ogni diritto. Non potevamo contattare né la nostra famiglia né gli avvocati, e a molte persone sono state negate anche le cure mediche”, ci scrive Avtomat, arrestato per aver difeso un gruppo di amici che si era arrampicato su una statua per apporre una bandiera arcobaleno. Szutowicz è poi stata liberata, ma è servito l’impegno di attivisti e intellettuali di tutto il mondo.

Secondo la classifica di ILGA (International Lesbian and Gay Association) la Polonia si classifica ultima in Europa per i diritti delle persone LGBTI, mentre i risultati di uno studio dell’organizzazione locale KPH, svolto in collaborazione con l’Università di Varsavia, mostrano che circa il 70% delle persone intervistate hanno subito almeno un tipo di violenza nella propria vita (fisica, verbale, sessuale) e che la depressione è molto più diffusa all’interno della comunità LGBTI che nella società polacca nel suo insieme. “Essere queer in Polonia significa controllare sempre come ci si presenta: questo vestito è ‘troppo gay’? I miei capelli sono ‘troppo colorati? Sarò al sicuro dove sto andando? Posso prendere l’autobus per tornare a casa di notte o devo prendere un taxi? Posso tenere la mano del mio partner in pubblico? Per molti di noi è uno stato di ansia quasi costante”, confessa Agnieszka, trasferitasi a Varsavia. Negli ultimi mesi il ministro polacco della Giustizia, Zbigniew Ziobro, ha inoltre avviato la procedura per uscire dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne.

Il Ministro polacco della Giustizia Zbigniew Ziobro

La prima azione della Commissione Europea è stata quella di negare i finanziamenti e i gemellaggi con alcune città polacche dichiaratesi LGBTI free. La Ue aveva messo a disposizione oltre 2 milioni di euro per progetti volti a creare un dibattito di coesione su temi europei, in cui la Polonia non sarebbe rientrata. Di contro, Ziobro ha annunciato che la cittadina di Tuchow avrebbe allora ricevuto supporto finanziario dal governo, consegnando un assegno di tre volte superiore all’importo previsto dall’Europa e promettendo di prendersi cura di tutti i comuni “molestati dalla Commissione Europea per ragioni ideologiche”. Ora il Parlamento europeo vorrebbe rendere la tutela dei diritti umani un criterio perentorio per l’accesso ai finanziamenti nel periodo 2021-27. Appare scontato che Budapest, dove Viktor Orbàn ha da tempo intrapreso una linea simile a quella polacca, e Varsavia si opporranno. “È molto importante che l’Europa dia un segnale forte. Al nostro governo interessano solo i soldi, ma ciò di cui abbiamo davvero bisogno è che venga messo alle strette”, ci spiega Julia Maciocha, presidente della fondazione Parada Równości. “Alcune persone pensano che la scelta migliore sia escludere la Polonia dalle trattative o farla uscire dall’Unione Europea. Secondo me peggiorerebbe solo le cose. Abbiamo bisogno di educare la nostra società, soprattutto le generazioni più giovani, e il modo migliore in cui farlo è tramite lo scambio culturale con altri Paesi. Non puoi solo smettere di guardare al problema per far sì che scompaia”.

Viktor Orban

In realtà, come spiega l’Espresso, sia per la Polonia che per l’Ungheria, nel 2017 e nel 2018, era stata prevista l’attivazione della procedura d’infrazione presente nell’articolo 7 del Trattato di Lisbona, cioè la sospensione del diritto di voto, ma di fatto non si era mai raggiunta l’unanimità. Più che parole allora servono azioni concrete che garantiscano la tutela dei diritti umani in tutti i paesi della Ue, come espresso anche dall’articolo 2 del Trattato sull’Unione: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”. Non può esserci posto per chi non li rispetta, perché significherebbe rinunciare a uno dei principali compiti che ci si era proposti con la sua fondazione, e non dobbiamo permetterlo.

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