Abbiamo urgenza di formare nuovi medici, ma il test di accesso a medicina fa di tutto per impedirlo - The Vision

La graduatoria di accesso ai corsi di laurea in Medicina per l’anno accademico 2020/2021, condivisa dal Miur martedì 29 settembre, ha già sollevato diverse polemiche. A causa del mancato rispetto delle misure anti-Covid e di numerose irregolarità, è stato registrato un aumento del 10% dei ricorsi rispetto al 2019. A essere criticata, tuttavia, non è solo la prova di quest’anno, ma la stessa modalità di selezione, considerata ormai da anni un metodo obsoleto per valutare la preparazione degli aspiranti medici.

Il test di medicina a livello nazionale è stato ufficialmente istituito nel 1999, quando venne sancito il numero chiuso per buona parte delle facoltà scientifiche. Lo scopo era mettere un freno all’aumento degli studenti di medicina, seguito all’approvazione del numero aperto l’11 dicembre del 1969. Il motivo alla base del test di ingresso, dunque, non è quello di selezionare i candidati più adatti, ma solo evitare l’intasamento degli atenei.

Ancora oggi il numero di partecipanti alla prova di ingresso è molto più alto rispetto agli studenti che le strutture universitarie sono in grado accogliere: nel 2020 i candidati sono stati 66.638 per 13.072 posti, 1500 in più rispetto al 2019, per sopperire alla mancanza di medici negli ospedali italiani, resa ancora più evidente dall’emergenza sanitaria. Prima della pandemia, il numero di posti per gli studenti di medicina è cresciuto fino al 2014, quando in totale erano 10.440 – rispetto ai 7.106 per l’anno accademico 2000/2001. Il motivo, come dimostra il report dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario (Anvur), è che i finanziamenti del Miur all’edilizia universitaria dal 2008 al 2014 hanno raggiunto i 39,4 milioni di euro l’anno, per poi diminuire drasticamente dal 2014 al 2018, arrivando a soli 11 milioni.

Il test di accesso a medicina e chirurgia, inoltre, si basa in via esclusiva sull’intelligenza logico-matematica. Il test psicoattitudinale, che potrebbe valutare la reale predisposizione alla professione oltre alla conoscenza delle discipline scientifiche, resta facoltativo al momento dell’iscrizione alla prova e non viene poi contemplato all’interno del vero e proprio test. Agli aspiranti medici viene infatti richiesto di rispondere, in 100 minuti, principalmente a quesiti di logica, biologia, chimica, fisica e matematica. Il problema è che in Italia solo il liceo scientifico dedica effettivamente una quantità di ore sufficiente ad approfondire lo studio di queste materie – non è un caso se il 68% degli studenti che supera il test da istituti di questo indirizzo. Gli altri sono spesso costretti a sostenere spese extra per corsi in vista della prova di ammissione.

Alpha Test, la casa editrice che pubblica anche i manuali di preparazione alla prova di ingresso, per esempio, propone corsi di 150 ore in diverse diverse città d’Italia il cui prezzo arriva anche a 5.400 euro. Il costo è ancora più alto per chi sceglie il pacchetto di preparazione superintensivo Cepu, per cui si può arrivare a pagare fino a 15.000 euro. Un’alternativa è frequentare delle vere e proprie scuole di preparazione per il superamento della prova di accesso, che offrono corsi dalla durata di diversi mesi, come il Cordua o la Scuola Empedocle, sempre private e con tariffe di iscrizione proibitive per un gran numero di aspiranti medici.

Lo stesso ex ministro dell’Istruzione Marco Bussetti aveva ammesso, nell’annunciare le nuove modalità per il test di ingresso del 2019, che una preparazione supplementare è necessaria per superare la prova di accesso di medicina. Viene spontaneo chiedersi perché non si abbiano ancora notizie dei finanziamenti destinati all’organizzazione di corsi ad hoc all’interno delle università pubbliche, che invece hanno continuato a erogare corsi a pagamento. Alla fine, la scelta più economica per prepararsi al test resta acquistare un volume Alpha Test, il cui prezzo per medicina, odontoiatria e veterinaria si aggira comunque intorno ai 100-140 euro.

Marco Bussetti

Se i quesiti sulle materie scientifiche sono in linea con le future discipline oggetto di studio, non si spiegano però le 12 domande di cultura generale. Per esempio, è veramente importante per un medico sapere chi ha scritto Il Signore degli anelli? Oppure, la conoscenza del fuso orario di Seul aiuta a prevedere chi dei candidati sarà un buon professionista in ambito sanitario? Eppure queste domande valgono complessivamente 18 punti su un totale di 90. Una quota rilevante se si considera che il punteggio da raggiungere per accedere alle Facoltà di Medicina e Chirurgia varia di anno in anno in base alla complessità del test: se per esempio nel 2016 il punteggio minimo era 64,1, nel 2020 è sceso addirittura a 39,5.

Secondo i dati di Consulcesi, ogni anno sono 18mila i ricorsi per irregolarità ai test di accesso a Medicina: il 43% delle istanze riguarda suggerimenti e movimenti sospetti durante la prova, persone lasciate uscire liberamente, membri della commissione che parlano con i candidati, plichi manomessi, supposti favoritismi. Al test del 2020 si è aggiunto il fatto che non è stata trovata una soluzione per i candidati in quarantena, rimasti esclusi dalla prova del 3 settembre. Inoltre, la tassa di partecipazione al test di ingresso è stata portata a 100 euro, diventando ancora più proibitiva per numerose famiglie.

Secondo Giulia Biazzo, coordinatrice nazionale dell’Unione degli studenti, è “inaccettabile che uno studente in uscita dalle scuole superiori non possa scegliere liberamente il suo percorso di studi”. Molti percorsi universitari in Italia sono a numero chiuso ma, nella maggior parte dei casi, chi non supera la prova di ingresso per un ateneo può tentare in un altro. Questo non vale per gli aspiranti medici, che spesso devono candidarsi più anni di fila prima di riuscire ad accedere alla Facoltà di Medicina e Chirurgia.

Tuttavia, la prospettiva peggiore è forse quella di aggiungersi ai circa 15.000 “camici grigi” italiani, perché anche chi supera il test per la facoltà di Medicina e Chirurgia rischia, dopo la laurea, di non accedere alla scuola di specializzazione. Si tratta del cosiddetto “imbuto formativo”, ovvero il gap tra numero di accessi al Corso di laurea in Medicina e Chirurgia e l’insufficiente numero di contratti specialistici, che impedisce ai medici neolaureati di ottenere le borse di studio per specializzandi. Diverse associazioni di categoria hanno sottolineato l’esigenza di avere più specialisti negli ospedali già a marzo 2020, con una lettera al presidente del Consiglio e al ministro dell’Istruzione con la richiesta di garantire, a partire dal concorso del 2020, almeno 5mila contratti di formazione in più. Questa misura porterebbe il totale a 13.500 contratti, da rendere strutturali con l’impiego di fondi emergenziali.

Con il Dpcm “Cura Italia”, la laurea in medicina è diventata abilitante per esercitare la professione, senza il bisogno di sostenere l’esame di Stato. I posti nei percorsi specialistici, invece, – che i giovani laureati devono comunque intraprendere per essere impiegati nel Ssn – sono aumentati con il Dl Rilancio, ma solo di mille unità. Al test per la specializzazione del 22 settembre 2020 hanno però partecipato oltre 26mila candidati in tutta Italia, a fronte di 14.455 borse di studio disponibili. Questo significa che oltre 10mila medici potrebbero non avere la possibilità di formarsi in Italia. Una situazione ancora più grave in un momento in cui il nostro Servizio Sanitario Nazionale, con sempre meno fondi a disposizione e una pandemia a cui fare fronte, ha bisogno di più medici possibili. Secondo Federico Allegretti, coordinatore nazionale della Rete degli Studenti Medi, questa doveva essere, l’occasione per ripensare le modalità di accesso al corso di laurea in medicina, “superando lo strumento inefficace del test che non può rappresentare veramente uno studente” e ne limita, invece “il diritto allo studio e al futuro”.

Nel 2019, il governo M5S-Lega aveva annunciato l’abolizione del numero chiuso per la Facoltà di Medicina e Chirurgia. Molti sono però convinti che l’Italia dovrebbe adottare il metodo francese, in cui gli aspiranti medici vengono sottoposti a un test al secondo anno di università: in questo sistema chi non rientra nei posti disponibili può fare solo un secondo tentativo e, in caso di fallimento, deve rinunciare per sempre alla carriera in ambito medico in Francia. Come mostrano i dati Oecd  (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), il numero di laureati in Francia nel settore medico nel 2018, era pari a 10,8 per ogni 100mila abitanti, contro i 15,1 dell’Italia. Però questo dato non si traduce in un numero maggiore di medici pro capite per i cittadini italiani rispetto a quelli francesi: 4 ogni mille abitanti in Italia rispetto ai 3,4 ogni mille della Francia, una differenza minima. Anche in Germania, dove la facoltà di medicina è a numero aperto – con la sola barriera del voto di maturità – i laureati in medicina sono molti di meno, ma il numero di medici tedeschi per abitante è pressoché lo stesso di quelli italiani. La differenza tra il nostro Paese, Francia e Germania è che questi due Stati investono molto di più nel Ssn e in formazione rispetto all’Italia.

Sicuramente, il Miur potrebbe destinare più fondi all’istruzione terziaria, in particolare alle strutture universitarie e all’assunzione di insegnanti. Il 12 marzo 2020, il Ministero ha pubblicato un bando con cui prevedeva di co-finanziare, con 400 milioni di euro, programmi di investimento nell’edilizia universitaria fino al 2033, che si spera possano favorire l’accesso di un numero maggiore di studenti alla facoltà di Medicina e Chirurgia. Si potrebbe anche elaborare un test più focalizzato sulla reale predisposizione alla professione, che oltre alla precisa conoscenza delle discipline mediche necessita anche della disponibilità a lavorare in gruppo, di empatia, e della capacità di comunicare con colleghi e pazienti. Soprattutto, bisogna garantire le stesse possibilità di successo agli studenti che scelgono di tentare il test, perché, di fatto, la situazione non sembra essere molto diversa dal 1923, quando la facoltà di medicina era riservata esclusivamente ai ceti benestanti della popolazione.

La cosa più urgente che lo Stato italiano deve comprendere è che aumentare i posti nelle facoltà di medicina sarà inutile se a questo non seguirà un aumento delle borse di studio per le scuole di specializzazione. Finché il governo non investirà con strategie precise sull’istruzione dei futuri medici, in particolare degli specialisti, non sorprendiamoci del progressivo peggioramento del livello del nostro Sistema Sanitario e, soprattutto, risparmiamoci applausi o minuti di silenzio per i medici “eroi”.

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