I terroni non comandano nulla. Subiscono degli inetti convinti di saperlo fare.

Da qualche anno, per lo meno da quando ha smesso di essere un inespugnabile feudo berlusconiano, la Sicilia è costantemente alla ricerca di un equilibrio politico. Dopo l’infelice parentesi di Rosario Crocetta – che quantomeno, a differenza dei suoi predecessori, non è stato condannato per vicende legate alla mafia – è arrivata l’ondata grillina. Non alle regionali, dove il patto dell’arancino del centrodestra ha sancito la vittoria di Nello Musumeci, ma alle successive elezioni nazionali, quando il M5S ha conquistato tutti i collegi elettorali, come ai tempi di Silvio Berlusconi.

Ma la Sicilia è una terra lunatica: madre o puttana a seconda delle circostanze, si china ma non si concede, si piega ma non si spezza. A volte smarrisce la sua memoria, come sta avvenendo in questi mesi. Se prima Salvini non avrebbe potuto mettere piede in questa regione senza beccarsi insulti feroci, adesso qualcosa è cambiato. Già nell’ottobre 2018 i sondaggi interni davano la Lega al 22% nelle isole, e in effetti, anche dopo mesi di governo, la percezione è quella di una Sicilia meno refrattaria alle politiche leghiste. Non sono pochi i cambi di casacca che hanno caratterizzato il periodo post-elettorale, da Gaetano Montalbano, ex fedelissimo di Crocetta e ora convinto sostenitore di Salvini, ai vari consiglieri comunali e provinciali che, dalle fila del centro-destra o del M5S, sono passati a quelle del Carroccio. La corsa per salire sul carro del vincitore è talmente affollata che persino i leghisti della prima ora non ne sono entusiasti: “Sono amareggiato e deluso perché noi militanti, i primi a credere nel progetto del capitano nella nostra Regione, stiamo assistendo ad un’infornata senza precedenti di personaggi provenienti dalla sinistra e, peggio ancora, da quel mondo appartenente all’ex governatore Crocetta che abbiamo avversato per un intero quinquennio e di quel Pd che vorrebbe essere il carnefice di Salvini,” ha dichiarato Filippo Drago, sindaco di Aci Castello. Tra gli elettori pare esista la stessa tendenza: in Sicilia ci sono ora circa 500 comitati a sostegno di Salvini, a cui si sono registrati 4mila nuovi iscritti nel solo mese di ottobre.

È lampante che il tema su cui Salvini raccoglie più consenso è quello dell’immigrazione, nonostante la suggestione superi la realtà (sugli sbarchi i numeri di Salvini sono pressoché uguali a quelli di Minniti). Il leader della Lega raccatta nuovi adepti tra i siciliani grazie al fascino del Capitano che usa il pugno duro, l’uomo di ferro che vuole chiudere i porti e lasciare in mare aperto i migranti. I discorsi dell’uomo comune convergono in un’unica direzione, che può riassumersi nella paura di perdere la propria identità. Lo straniero, l’invasore, la patria, la Sicilia: sono tutti punti cardinali che ritornano in ogni discussione. Quello che il siciliano moderno non afferra, o che forse finge di non ricordare, è che la tanto osannata “identità” siciliana è frutto di una storia fatta di invasioni e dominazioni. Salvo poi indignarsi per l’ennesimo titolo discriminatorio del solito quotidiano così avvezzo alla discriminazione: Libero. Che poi non è altro che la voce dell’elettorato leghista “old school”, quello che è contento della guerra contro i migranti portata avanti dal suo Capitano, ma è ancora profondamente affezionato all’adagio “We, terun! Và a dà via i ciap”.

La polemica generata dall’articolo, di dubbio valore, “Comandano i terroni” in prima pagina su Libero dell’11 gennaiocontributo inutile, una specie di censimento dei meridionali nelle posizioni di potere – non è riuscita però a esplicitare il vero nodo della questione: una delle caratteristiche principali del Meridione infatti – in questo caso particolare della Sicilia – è che la maggioranza non ha mai comandato, ma ha piuttosto deciso da chi farsi comandare. Ad aver dato la migliore spiegazione di questo fenomeno è Filippo Tomasi da Lampedusa ne Il Gattopardo, in particolare nel passaggio in cui il Principe ospita il cavaliere emissario piemontese Aimone di Chevalley, incaricato di offrirgli il seggio di senatore del nuovo Regno. “Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee,” dice il Principe, “Tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso”. Già, perché, il più delle volte, questa scelta si è rivelata fallimentare. È proprio questa dinamica che porta anche quei “terroni” che sono nelle istituzioni della Repubblica (come direbbe Libero) a non comandare proprio nulla.

Il popolo siciliano è orgoglioso delle sue meraviglie, gonfia il petto quando i turisti arrivano da tutto il mondo per ammirare i templi, gli anfiteatri e le gemme che impreziosiscono Siracusa, Agrigento, Segesta o Selinunte. Per la gente del luogo sono motivo di vanto, un simbolo dell’identità della Sicilia. Identità greca, per l’esattezza. Le prime colonie greche sorsero nell’VIII secolo a.C. lungo la costa orientale, in principio popolate da aristocratici greci in esilio. Poi la Sicilia cominciò a essere considerata utile a livello commerciale per via della sua posizione nel Mediterraneo e sfruttata in questo senso. Il rapporto tra i greci e i popoli indigeni fu da subito conflittuale: per via della pressione delle nuove popolazioni, sicani e siculi furono costretti a ripiegare nell’entroterra, lasciando la costa orientale in mano ai greci, che fondarono numerose città, garantendo alla Sicilia anni floridi, caratterizzati da un consistente aumento demografico e da grande fermento culturale. Si passò dal periodo dei tiranni (IV secolo a.C.) a quello democratico, per sfociare nell’età ellenistica dopo anni di insurrezioni, conflitti tra città e lotte interne contro i mercenari. I greci hanno lasciato tracce consistenti nella cultura siciliana, facendo sorgere dal nulla città che tutt’oggi mostrano le loro impronte. Se il loro periodo giunse al termine, fu per l’arrivo di una nuova forza prorompente: alla fine della prima guerra punica, nel 241 a.C., Roma era ormai pronta ad allungare i suoi tentacoli sulla Sicilia.

Tempio della Concordia, 430 a.C. circa; Valle dei Templi, Agrigento

Pur rimanendo ben salda l’impronta greca sull’isola, la neo-provincia romana immagazzinò diversi tratti del dna dei suoi conquistatori. Una delle città più importanti in epoca romana fu Catania, che ancora oggi conserva teatri e anfiteatri (intatti o sotto forma di rovine) di quell’epoca. Ciò che maggiormente influenzò la Sicilia durante il periodo romano fu la diffusione del cristianesimo. Secondo Gli atti degli apostoli, Paolo di Tarso sostò in Sicilia; fu questa visita, per gli storici, ad avviare il processo di cristianizzazione dell’isola. I cristiani furono poi perseguitati – celebri le figure di Sant’Agata (oggi patrona di Catania) e Sant’Euplio. Nonostante questo, in Sicilia per diversi secoli il greco rimase la lingua principale, prima dell’instaurazione di un bilinguismo latino-greco, dove il latino era la lingua degli “alti”, e il greco quella del popolo. Ma anche il periodo romano giunse al tramonto: le invasioni barbariche del V secolo d.C. lasciarono il passo a nuovi popoli, nuove invasioni e nuove identità.

Mosaici bizantini all’interno della Cattedrale di Monreale

Tra queste, di fondamentale rilevanza  è l’impronta araba. Furono in particolare gli arabi a trasformare Palermo, divenuta sede dell’emiro, in un centro mediterraneo di enorme prestigio. Rispetto alle precedenti dominazioni, fu la parte occidentale a subire una radicale trasformazione: quasi il 50% della popolazione si convertì all’Islam, mentre quella orientale mantenne le radici cristiane. Gli arabi portarono innovazioni nel campo dell’architettura, insegnarono nuove tecniche per la coltivazione e importarono usanze culinarie che tutt’ora permangono. Basti pensare al cous cous, all’utilizzo della farina di ceci per pane e panelle o a dolci che adesso ci sembra ovvio associare alla cultura siciliana, senza soffermarci sulla loro origine reale. Ad esempio, si narra che il cannolo venne creato dalle concubine degli harem saraceni come omaggio fallico per i propri uomini; la celebre granita siciliana viene dalla ricetta araba dello sherbet, una bevanda ghiacciata aromatizzata con succhi di frutta, poi rivisitata con l’uso della neve dei monti siciliani; persino la cassata ha origini arabe. Sotto questa dominazione vennero inoltre introdotte anche le coltivazioni di quegli agrumi che oggi caratterizzano tanto l’isola. È un duro colpo per i leghisti-sovranisti siciliani, ma la maggior parte dei prodotti tipici dell’isola ha origine araba.

Chiesa della Martorana e Chiesa di San Cataldo, Palermo

Fu poi il turno dei normanni, nel 1061: se oggi non è un’eresia immaginare un siciliano biondo con gli occhi chiari, è proprio grazie alla permanenza, per oltre un secolo, di questo popolo sull’isola. L’inizio della loro epoca fu segnata da un’armonia multiculturale e religiosa. Per almeno un secolo l’arabo rimase la lingua ufficiale del governo dell’isola, prima di un processo di latinizzazione e di un ritorno al culto cristiano, con la costruzione di maestose cattedrali in città come Palermo, Cefalù e Monreale. Il passaggio di consegne con gli svevi, per l’esattezza con Enrico VI di Svevia, nel 1194, e poi con il figlio Federico II solo 4 anni dopo, facilitò il processo che avvicinò la Sicilia agli altri territori italiani. Fu in quel periodo che vennero incrementati gli studi astronomici e giuridici, fino a rendere la Sicilia una terra di dotti, grazie anche al segno lasciato nella letteratura con la Scuola Siciliana, la culla della poesia volgare che ha avuto una notevole influenza anche su Dante Alighieri. Dal 1266 al 1282 fu la volta della dominazione angioina prima, e di quella spagnola poi. Quest’ultima ha lasciato l’impronta inconfondibile di quell’architettura barocca che oggi caratterizza gran parte delle città siciliane. Ci furono infine le invasioni austriache e l’epoca borbonica dal 1734 al 1860 in cui nacque il Regno delle due Sicilie, visto da molti come il ridimensionamento della Sicilia a una succursale di Napoli. Il regno borbonico cadde con Garibaldi, la spedizione dei Mille e l’Unità d’Italia.

Giuseppe Patania, Ruggero I riceve le chiavi di Palermo, 1830; Palazzo Reale di Palermo

Un sondaggio di Demopolis mostra come i siciliani non abbiano mai visto l’Unità come un grande vantaggio: il 55% degli intervistati pensa che questa abbia causato un danno sotto il profilo economico. Tra le varie voci del sondaggio si nota anche quella che considera la spedizione dei Mille una conquista prettamente del Nord, con l’annessione del Sud al regno sabaudo. Quindi, considerando questi sentimenti ambigui e l’intera sua storia, viene da chiedersi quale sia questa “identità” che oggi i siciliani vogliono difendere da una manciata di persone che arrivano a bordo di un gommone. Proprio la Sicilia, la terra dell’accoglienza e della contaminazione di popoli diversi tra loro, la terra che si è arricchita culturalmente ed è cresciuta grazie a quello stesso straniero che adesso vuole cacciare, ora considera un eroe il figlio di Alberto da Giussano, il padano verde che un tempo li considerava terroni. Più che identità, si chiama confusione.

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