Negli USA la minaccia suprematista ha superato quella jihadista. Ma per Trump il problema sono gli Antifa. - THE VISION

Il 6 ottobre scorso, a meno di un mese dalle elezioni presidenziali statunitensi del 3 novembre 2020, nel rapporto annuale sulle minacce alla nazione il Dipartimento della Sicurezza interna ha espresso “particolare preoccupazione” sulla realtà dei “suprematisti estremisti violenti”, “eccezionalmente letali” negli attacchi degli ultimi anni: “terroristi interni”, stando alla prefazione del report, che “cercano di forzare il Paese a un cambiamento ideologico attraverso la violenza, la morte e la distruzione”. L’allarme dell’antiterrorismo è arrivato due giorni prima dell‘arresto di 13 estremisti dell’alt-right accusati di pianificare attacchi nel Michigan che prevedevano anche il rapimento della governatrice dello Stato, la democratica Gretchen Whitmer. Dalle dichiarazioni di un agente dell’Fbi è emerso che a giugno un gruppo paramilitare, monitorato dall’intelligence e nel quale militava parte dei fermati, discuteva anche la possibilità di rapire il governatore democratico della Virginia Ralph Northam. Sia Northam che Whitmer nei loro Stati avevano imposto lockdown che gli estremisti contestano abitualmente nei loro raduni.

Nel mirino dei suprematisti sono finiti due governatori che hanno rifiutato la linea morbida sulla pandemia di Donald Trump, che già in primavera via tweet incitava i suoi supporter a “LIBERARE LA VIRGINIA”, il Michigan e altri Stati che avevano ordinato chiusure. Elogiata per il rigore contro la pandemia, la governatrice del Michigan Whitmer è stata anche in lizza per essere selezionata come candidata alla vicepresidenza al fianco di Joe Biden, e di conseguenza è tra i principali bersagli degli attacchi repubblicani. Nel gioco della politica i temi dell’emergenza sanitaria e della sicurezza possono essere strumentalizzati, ma i dati del Dipartimento della sicurezza interna sugli attacchi tra il 2019 e il 2020 non mentono, e danno ragione ai democratici: nel 2019 negli Stati Uniti si è registrato un record di violenze dei gruppi dell’estrema destra suprematista come non accadeva dagli anni Novanta. Già a febbraio il direttore dell’Fbi Christopher Wray ha denunciato al Congresso come gli “estremisti violenti motivati da ragioni etniche e razziali” fossero tornati la “fonte primaria di incidenti mortali ideologicamente motivati”, superando la minaccia jihadista.

L’anno passato ai suprematisti bianchi sono state ricondotte 39 delle 48 morti implicate ad atti di estremisti sul suolo statunitense. Per un dato peggiore occorre andare indietro nel tempo all’attacco di Oklahoma City del 1995, a oggi il più grave attentato terroristico negli Stati Uniti prima delle stragi dell’11 settembre 2001: 25 anni fa l’ex veterano di guerra Timothy James McVeigh, dopo essersi radicalizzato negli ambienti suprematisti bianchi delle reti Liberty Lobby e Christian Identity, azionò un camion bomba contro un edificio governativo nel centro della città, uccidendo 168 persone e ferendone diverse centinaia. Tra il 2017 e il 2019, l’organizzazione Southern Poverty Law Center (Splc), che dal 1990 mappa i crimini dell’odio nel territorio statunitense, ha stimato una crescita del 55% dei gruppi di estremisti nazionalisti bianchi. L’episodio più cruento di violenze razziali dell’alt-right nell’ultimo biennio sono i 23 morti nella sparatoria in un supermarket di El Paso, in Texas, del 3 agosto 2019: una strage annunciata con un proclama suprematista su 4chan dal 21enne Patrick Crusius, che ha poi confessato di avere avuto come target “messicani e immigrati latinos” ed è stato incriminato dall’Fbi anche per atti di terrorismo interno.

Come dimostrano i precedenti e i dati più recenti, il quadro sull’eversione negli Stati Uniti era già critico a ridosso della pandemia. Con le restrizioni per il COVID-19, la grave crisi economica scatenata dalla pessima gestione della crisi da parte dell’amministrazione Trump e i toni con cui si esprime il Presidente da ormai 4 anni, il rischio di attacchi a sfondo politico e razziale da parte di suprematisti si sta continuamente aggravando. I dati completi sul 2020 del Dipartimento della Sicurezza interna non sono ancora disponibili, ma la polizia federale ha messo sotto sorveglianza vecchie e nuove sigle della galassia suprematista, come è accaduto a Dallas per la milizia dell’alt-right di stampo neonazista conosciuta come Boogaloo. Il gruppo, come ha segnalato a settembre l’Fbi in un rapporto riservato pubblicato dalla rivista The Nation, rappresenta una “minaccia di potenziali violenze estremiste”, in particolare nel periodo “dalle elezioni Presidenziali e fino all’inaugurazione della nuova Amministrazione nel 2021”. Il report lascia intendere che l’Fbi abbia infiltrato con suoi agenti la milizia che come obiettivo ideologico avrebbe una “seconda guerra civile, al culmine di un conflitto violento su larga scala contro il governo”. Nel 2019 alcuni membri dei Boogaloo sono già stati arrestati con l’accusa di aver ucciso agenti di sicurezza nel corso delle manifestazioni, per possesso illegale di armi e per aggressioni ai manifestanti. Simpatie per il gruppo emergerebbero anche tra i componenti della milizia che complottava contro la governatrice Whitmer. E nei “prossimi tre mesi” la polizia federale mette in guardia su un “probabile allargamento dell’influenza dei Boogaloo”, anche a causa “dell’aumento delle tensioni sociali per le restrizioni locali e statali legate al COVID-19, e delle azioni violente e criminali commesse nel corso delle legittime proteste seguite alla morte di un cittadino afroamericano a Minneapolis”.

Dall’inizio della pandemia, e ancor più dopo l’uccisione di George Floyd il 25 maggio scorso, si è registrato un crescendo di scontri in tutto il Paese, sfociati anche in azioni di guerriglia, tra gruppi dell’estrema destra e della sinistra radicale. Violenze esasperate anche dalle quotidiane invettive verbali e tweet di Trump contro gli “anarchici che odiano il nostro Paese”. La colpa delle violenze per il presidente sarebbe infatti degli “Antifa e della sinistra radicale. Non di altri!”. Viceversa la Casa Bianca si è mostrata molto timida nel condannare l’azione di movimenti dell’ultradestra cristiana come i Proud Boys e altre frange estremiste della galassia dei Patriot Prayer. Lo stesso giorno in cui l’Fbi diramava il report sui Boogaloo, Trump ha affermato che nei cortei i “Proud Boys stanno dietro a guardare!” e che “bisogna fare qualcosa contro gli Antifa e la sinistra, piuttosto”. Questo nonostante pochi giorni prima un migliaio di militanti del movimento avesse marciato a Portland, alcuni di loro con armi da guerra al seguito. Nel 2019 due membri dei Proud Boys sono stati condannati a quattro anni di prigione per aver attaccato dimostranti antifascisti a New York. E già nel 2018 l’Fbi in un documento interno arrivato alla stampa li aveva classificati tra i “gruppi estremisti legati al nazionalismo bianco”, per il “contributo dato all’escalation di violenze nei rally politici, nei campus universitari e in città come Charlottesville, in Virginia, Portland in Oregon e Seattle nello Stato di Washington”.

Nonostante gli avvertimenti dell’antiterrorismo, dalla morte di Floyd Trump ha sostenuto più volte che la responsabilità degli scontri violenti è del collettivo Antifa, anziché della galassia dell’alt-right che lo sostiene per il voto del 3 novembre. A maggio Trump è arrivato persino ad annunciare arbitrariamente che gli Antifa sarebbero stati bollati come “movimento terrorista”. Da allora non ha mai rettificato, anche se la Casa Bianca è stata contraddetta dallo stesso apparato di intelligence: in un altro report confidenziale del giugno scorso l’Fbi annota infatti che “in base alla rete di fonti confidenziali, al materiale raccolto in Rete e dai contatti, nessuna informazione ha indicato la presenza o il coinvolgimento del movimento Antifa nelle violenze del 31 maggio nelle proteste per la morte di George Floyd nell’area metropolitana di Washington”. Una ricerca del Guardian basata sul database del Center for Strategic and International Studies (Csis), che dal 1962 si occupa di studi strategici e geopolitici e ha la fama di think tank bipartisan, ricostruisce inoltre come in quasi 900 tra attacchi e cospirazioni a sfondo politico avvenute negli Stati Uniti tra il 1994 e il maggio 2020 gli antifascisti non siano mai emersi come responsabili di omicidi politici. Nello stesso periodo i morti riconducibili ad atti di suprematisti e di altri gruppi dell’estrema destra sono stati almeno 329, 117 dal 2010; negli ultimi dieci anni le vittime del radicalismo islamico sono state 95.

Il Southern Poverty Law Center chiarisce come il collettivo degli Antifa corrisponda nella realtà a una larga comunità composta da singole organizzazioni, sia privo dei vertici di un’organizzazione terroristica o anche partitica, e rappresenti uno spettro molto ampio dei movimenti a sinistra dei democratici. Nel corso degli anni anche l’Fbi ha tentato di etichettare gli Antifa come minaccia interna, ma non ha trovato prove al riguardo. Al contrario, in questi mesi le milizie dell’estrema destra si addestravano per sequestrare dei governatori, e i Boogaloo  hanno sfilato armati fino ai denti in diverse città statunitensi, oltre a essere tra i gruppi più attivi nel diffondere contenuti d’odio in rete. Grazie alla benevolenza della Casa Bianca negli ultimi quattro anni, la lunga storia di violenze razziali del nazionalismo bianco statunitense sta scrivendo uno dei suoi capitoli più gravi al punto che la caccia al nemico dell’alt-right tra le minoranze e nella sinistra è addirittura diventata il motore della campagna elettorale dell’ala più radicale del partito repubblicano. Una situazione dal potenziale esplosivo che, indifferentemente dal risultato delle elezioni del tre novembre, rischia di diventare la più grave minaccia dei prossimi anni per i cittadini degli Stati Uniti.

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