Se l’odio è di sinistra, chi alimenta l’omofobia di cui è morto il 14enne Paolo Mendico? - THE VISION
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Dopo l’assassinio dell’attivista americano Charlie Kirk durante un incontro universitario nello Utah, la destra internazionale ha rapidamente reagito tentando di trasformarlo in un martire della libertà d’espressione. Kirk non è stato ricordato per quello che era – un estremista, fondatore di Turning Point USA, militante di una destra che ha sistematicamente diffuso odio razziale, omotransfobico e misogino – ma come una vittima innocente, “colpevole solo di difendere le sue idee”, secondo le parole di Giorgia Meloni. In Italia, è stata proprio la premier a guidare questa operazione di beatificazione politica. Senza contraddittorio, ha usato il palco della festa dell’Udc per accusare la sinistra italiana di alimentare un “clima d’odio”, insinuando che anche nel nostro Paese si stia preparando il terreno a una violenza politica simile. Il tutto mentre evitava accuratamente di ricordare che la retorica di Kirk è da anni una delle principali incubatrici di polarizzazione violenta negli Stati Uniti: è lui che nei campus ha definito i giovani attivisti per i diritti LGBTQ+ “terroristi culturali”, che ha sostenuto la necessità di armare le scuole e di vietare l’aborto anche in caso di stupro o incesto, che ha invitato i giovani uomini bianchi a “riprendersi il Paese”. Parlare di libertà di espressione in questo contesto significa ignorare consapevolmente la natura dei messaggi che venivano diffusi: non opinioni, ma strumenti per costruire un nemico interno e giustificare il suo annientamento, sociale o fisico.

Charlie Kirk, Milwaukee, 2024

Questa stessa narrazione, che marginalizza chiunque non rappresenti la norma, per il proprio orientamento sessuale, per l’appartenenza etnica, l’autodeterminazione su temi etici o il credo religioso, ha consentito l’ascesa al potere anche di Meloni. E arrivando ai vertici del potere di uno stato del G7, la nostra presidente del Consiglio dei Ministri ha creato una scuola per i partiti di destra degli altri Paesi europei. In un comizio a sostegno del partito di estrema destra spagnolo Vox Meloni ha urlato, tra gli applausi: “No alla lobby LGBT! Sì alla famiglia naturale. No all’immigrazione! Sì alle frontiere sicure”. Ha tradotto in italiano la grammatica della destra radicale americana, importandola nel nostro dibattito pubblico, e contribuendo attivamente a un linguaggio che non divide semplicemente in opinioni, ma in vite che meritano di essere vissute e vite che possono essere marginalizzate, perché “non c’è mediazione possibile, o si dice sì o si dice no”. Il suo governo ha già agito in questo senso: bloccando le trascrizioni dei figli di coppie omogenitoriali, ostacolando l’aborto attraverso il finanziamento ai centri pro-vita, attaccando le carriere alias nelle scuole e i percorsi di transizione giovanile, e rifiutando di firmare le dichiarazioni europee sui diritti LGBTQ+.

È questo che rende così pericolosa la sua narrazione sull’“odio politico”: perché è la stessa narrativa che consente al potere di assolversi dalle proprie responsabilità mentre scarica la colpa sugli altri. In un Paese in cui i crimini d’odio non hanno ancora una legge che li definisca, e dove la fragilità adolescenziale viene sistematicamente ignorata se non colpevolizzata, questa retorica costruisce un terreno fertile. Non si tratta solo di parole: sono linee guida per chi cerca una gerarchia morale in cui rifugiarsi. Per questo, il problema non è solo se qualcuno “giustifica” l’omicidio di Kirk, ma anche il modo in cui il suo passato viene cancellato per giustificare nuove crociate ideologiche. Ed è questo lo stesso meccanismo che, a cascata, agisce nei contesti più piccoli ma non meno violenti della nostra società. Come le aule scolastiche, le chat di classe, i corridoi in cui si viene derisi per un taglio di capelli o per il tono della voce, dove lo stigma viene appreso per imitazione, le parole d’odio diventano gesti e dove si insegna a capire, fin da piccoli, chi può essere ferito e chi resterà in silenzio.

E infatti l’odio non ha bisogno di proclami ufficiali per attecchire: basta il contesto giusto. È lì che le parole diventano azioni. È lì che si misura la distanza tra ciò che la politica dice di voler combattere e ciò che invece quotidianamente alimenta. E le scuole, più di ogni altro luogo, ne portano i segni. Paolo Mendico aveva quattordici anni e si è tolto la vita l’11 settembre scorso, poche ore prima dell’inizio dell’anno scolastico. Lo ha fatto in silenzio, nella sua cameretta, dopo anni di insulti, umiliazioni e isolamento. Lo prendevano in giro per i capelli lunghi, per il fisico esile, per il tono della voce. Lo chiamavano “Paoletta”, “femminuccia”, e secondo i racconti del fratello, persino alcune maestre avrebbero partecipato, incitando alla “rissa”. La sua storia attraversa le elementari, le medie e il liceo: tre cicli scolastici, tre istituti, tre contesti diversi, lo stesso identico stigma. Paolo era un ragazzo sensibile, amava la musica, suonava basso e batteria, andava bene a scuola. Ma questo non è bastato a proteggerlo.

Il bullismo che ha subito non è stato un semplice “problema di classe”. È la versione locale di un discorso pubblico che normalizza l’esclusione, che nega legittimità alle identità non conformi. E che trova una sponda nei comizi e nei decreti, nei silenzi e nelle omissioni. Giorgia Meloni ha detto più volte di non aver fatto passi indietro sui diritti civili. Ma basta guardare cosa è accaduto negli ultimi due anni per capire il contrario: attacchi costanti alle carriere alias, restrizioni sulle terapie per minori trans, il blocco delle trascrizioni per figli di coppie omogenitoriali, la mancata firma sui testi europei e internazionali a tutela della comunità LGBTQ+. Le parole d’ordine sono le stesse che Charlie Kirk ripeteva ossessivamente in America: “no gender”, “no lobby LGBT”, “difesa dei valori tradizionali”. Retoriche che non cadono nel vuoto: sono progetti politici, e come tali producono effetti concreti. In Italia, secondo i dati dell’Osservatorio Indifesa 2024, il 63% dei giovani ha subito bullismo, il 19% cyberbullismo. Ma tra i ragazzi queer o percepiti come tali, questi numeri si impennano. Eppure l’Italia è ancora priva di una legge contro l’odio omotransfobico, ancora ferma a norme parziali e inapplicabili, e con un dibattito pubblico che riduce ogni tentativo di inclusione a “ideologia”.

Il Consiglio d’Europa definisce “hate speech” qualsiasi forma di denigrazione o giustificazione di soprusi in base all’identità o all’orientamento sessuale. E avverte: quando questo linguaggio arriva ai vertici delle istituzioni smette di essere marginale e diventa programma. Lo dimostra la stessa Meloni, che urla in campagna elettorale contro la “lobby LGBT”, e poi si nasconde dietro al dito dei “discorsi d’odio della sinistra”. La stessa premier che ha invocato “rispetto per le idee” di Kirk, dimenticando che il suo attivismo consisteva proprio nell’attaccare i diritti civili, i migranti, le donne, le persone queer. Nel frattempo, nelle scuole italiane, quegli slogan diventano insulti. Quei comizi si traducono in atti. Chi bullizza si sente protetto. Chi subisce, invece, resta solo. Come Paolo. E se non si ha il coraggio di riconoscere il legame tra quel disprezzo sistemico e le sue conseguenze più tragiche, allora si continua a legittimare un clima dove la violenza è solo una variabile tollerata. E chi muore, così, muore due volte: per mano dei suoi coetanei, e per il silenzio degli adulti.

Ma ciò che succede è che l’odio non arriva all’improvviso: l’odio si accumula. Si sedimenta nei discorsi pubblici, nei decreti, nei sorrisi complici di chi minimizza. Si traveste da “valore”, da “tradizione”, da “libertà di parola”. Ma non è altro che una legittimazione del disprezzo verso chi non rientra nei canoni. E quando l’odio riceve applausi, quando viene normalizzato dal potere, allora diventa strutturale. Charlie Kirk è morto per mano della stessa violenza che per anni ha alimentato. Ma mentre la destra mondiale lo eleva a martire, oscurando ciò che ha rappresentato, qui in Italia si muore ancora in silenzio, nelle case, nei corridoi delle scuole.

Paolo è stato ucciso da un sistema che insegna a odiare chi è diverso. Un sistema che non solo ha fallito nel proteggerlo, ma che lo ha sacrificato in nome della “normalità”, della paura di chiamare le cose con il loro nome. Chi oggi sventola il vessillo della vittima per giustificare l’odio, lo fa solo per moltiplicarne la potenza. C’è un mandante dietro al clima di odio in cui siamo immersi ed è la politica che per i voti di persone atterrite sacrifica chi è marginalizzato dalla società. Ma l’unico modo per onorare davvero Paolo è rompere il silenzio. E dire, una volta per tutte, che non esiste libertà dove l’odio è legge.

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