Santificati a parole durante la pandemia – e poi beffati con le multe per aver lavorato troppo quando decessi ed emergenze continue li costringevano a straordinari senza tregua – i lavoratori del comparto sanitario oggi sono pedine di un sistema, a lungo esaltato come uno dei migliori al mondo, ormai sull’orlo del collasso. E le iniziative del governo, che dovrebbero salvare la situazione, in realtà sferrano gli ultimi, fatali colpi a un settore essenziale per la vita e il benessere di tutti, che però sta sempre peggio, quasi un’amara metafora della direzione che come società stiamo prendendo.
Tra le iniziative, spicca – anche per populismo – la riforma dell’accesso alla facoltà di medicina. Un primo equivoco sta nel credere che la proposta sia per abolire il vituperato numero chiuso, quando in realtà è solo per posticiparlo di sei mesi, cosa che suscita preoccupazione anche nella Conferenza dei Rettori; la riforma prevede, infatti, un accesso libero, seguito dall’ammissione vera e propria degli studenti al secondo semestre subordinata al conseguimento di tutti i CFU stabiliti e alla collocazione in posizione utile nella graduatoria di merito nazionale, un po’ come avviene nel modello francese, che però in Francia stanno cercando di riformare. Nel testo della proposta di legge, inoltre, si legge che il governo si impegna a individuare i criteri per “rendere sostenibile il numero complessivo di iscrizioni al secondo semestre in coerenza con il fabbisogno di professionisti del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), determinato dal Ministero della salute”. Come sottolineato da Quotidiano Sanità, non è vero, quindi – come invece i ministri sostengono – che sia difeso il diritto allo studio per tutti coloro che vogliono diventare medici; anzi, non si capisce come sarà garantita la qualità della formazione in assenza di infrastrutture e personale adeguato alla quantità di nuove matricole.

Una frequente narrazione sul tema è, poi, che presto non avremo più medici. In realtà i dati dimostrano che i professionisti non mancano: se è vero che si stanno profilando delle carenze in alcuni settori, che si concretizzeranno nei prossimi cinque anni, l’attuale riforma non può risolverle, dato che la formazione di un medico dura come minimo 10 anni. In realtà, secondo le rilevazioni OCSE riferite al 2022, in Italia i medici sono più di 250mila (4,25 per mille abitanti), in linea con la media europea; contando che nei prossimi 10 anni in 109mila raggiungeranno i criteri per il pensionamento, nel complesso si stimano 32mila medici in più del necessario. A mancare, sono, invece, gli specialisti di alcune specifiche branche di specializzazione (per esempio la medicina d’emergenza-urgenza), il cui accesso funziona per concorsi – dal numero di posti centellinato – e per le quali ci sarebbe piuttosto da chiedersi perché alcune specializzazioni non siano attrattive; forse per le condizioni di lavoro, tra turni, responsabilità, carico psicologico e sovraccarico lavorativo, in primis dovuto all’ingolfamento dei pronto soccorso, colli di bottiglia per utenti rimasti senza altre forme di assistenza? O forse perché la retribuzione e le garanzie non sono adeguate alle responsabilità e all’impegno richiesti, dopo un percorso di studi decennale? Mancano, poi, i medici di medicina generale, perché il mestiere è ormai snaturato e questi professionisti, che rappresentano la prima linea di assistenza, sono oberati dalla burocrazia e da un sistema superato, non adeguato all’invecchiamento della popolazione.
Per il resto, in generale i medici ci sarebbero anche, ma non vengono assunti dalle strutture, perché si fanno pochi concorsi: anche per questo molti professionisti scelgono la libera professione. Anche gli infermieri ci sono, ma preferiscono andare a lavorare all’estero, dove ricevono migliori condizioni e stipendio, che oggi in Italia è del 20% più basso della media europea; e questo per un mestiere impegnativo sia fisicamente che psicologicamente, in un ambito in cui è in aumento lo scontento degli utenti, che sfocia persino nella violenza fisica: negli ultimi cinque anni, le aggressioni in corsia sono aumentate del 38%. Per questo 1.050 medici, circa 350 infermieri e altri 100 professionisti sanitari hanno lasciato l’Italia nei soli primi tre mesi del 2024. Per tamponare la carenza, il governo – che solo quando gli conviene si scaglia contro “gli immigrati che ci rubano il lavoro” – invece di impegnarsi per far tornare quelli che se ne sono andati (cosa che promette, in modo vago, di fare in futuro), pensa di assumere 10mila infermieri provenienti dall’India.

Intanto, la riforma dell’accesso all’università farà solo aumentare il numero complessivo dei medici specialisti dopo il 2030, rischiando di accrescere la disoccupazione di cittadini altamente specializzati, senza considerare lo spreco di risorse economiche utilizzate per formarli. Di certo il numero chiuso non garantisce un equo diritto agli studi e le criticità vanno affrontate, perché non è giusto che vi possa accedere solo chi ha il tempo e i soldi da investire per i corsi preparatori al test d’ingresso – test in cui non solo si trovano quesiti relativi alle materie che si studieranno in seguito e che quindi non bisognerebbe essere tenuti a conoscere prima di iniziare il percorso, ma anche nozioni al limite del meme – che possono anche superare i 2mila euro. Ma di sicuro non è così che si risolve il problema.
I cittadini, nel frattempo, fronteggiano difficoltà e ostacoli nell’accesso alle prestazioni sanitarie – in più del 30% dei casi dovute a liste d’attesa bloccate (fenomeno in teoria vietato dalla legge) e nel 20% alla difficoltà a contattare il Cup e ai suoi tempi di risposta – e in tempi d’attesa giurassici. Tanto che, di fronte a tempistiche che, per un intervento ortopedico possono arrivare a un anno e per un mammografia superare i due, e davanti ai costi della sanità privata, nel 2023 il 7,6% dei cittadini italiani ha rinunciato a curarsi. Non stupisce, quindi, che chi può si rivolga sempre più spesso al settore privato, soprattutto al Sud, dove questo per lo più tampona le lacune del pubblico – allo stesso tempo contribuendo all’allungamento delle liste d’attesa – rispetto al Nord, dove è complementare al SSN, fornendo gli esami meno urgenti. La questione pubblico-privato è spinosa, ma, invece degli interventi strutturali che servirebbero e del necessario potenziamento del sistema pubblico, ecco che il piano del governo per abbattare i tempi d’attesa favorisce l’attività libero-professionale dei medici, alzando il tetto di spesa per il privato accreditato, e apre agli esami medici nel fine settimana.

In tutto ciò, la sanità è ormai sottoposta alle logiche del mercato – dal passaggio dalle unità sanitarie locali (USL) in aziende con direzione manageriale in poi – e così cliniche e ospedali si affidano alla pubblicità e gli influencer promuovono screening o assicurazioni sanitarie da sottoscrivere con il codice sconto. Peccato che la prevenzione secondaria, quella che passa attraverso gli screening, si effettui con criterio scientifico su segmenti di popolazione identificati in base ai fattori di rischio, età, familiarità o altre caratteristiche; fare esami a caso solo perché proposti in un pacchetto “conveniente” non lo è, senza contare che sono spesso altamente specialistici e, come tali, costano: farli passare per uno screening necessario per prendersi cura di sé – un tema molto sentito tra i giovani – oltre a essere uno spreco di soldi e a tenere occupate infrastrutture e strumentazioni, utilizzabili in modo più sensato per chi ne ha davvero bisogno, contribuisce a ridurre la salute a un bene di consumo. Sui social fioccano anche le adv di assicurazioni sanitarie private; e, se è comprensibile che chi fronteggia le liste d’attesa infinite sia tentato di sottoscrivere una polizza, i pacchetti proposti includono spesso anche esami superflui o inutili per buona parte delle persone, soprattutto giovani; che, se vi si sottopongono – d’altronde sono inclusi nel pacchetto, perché no? – contribuiscono all’affollamento delle liste d’attesa.

La bella storia del migliore sistema sanitario al mondo – che ci è piaciuto raccontarci – sta crollando e nessuno fa niente per evitarlo; lo dimostrano i dati OCSE: la spesa sanitaria dello Stato italiano è di circa 4.291 dollari pro capite, meno dei 4.986 della media di tutti Paesi occidentali, calcolati a parità di potere d’acquisto, e la metà degli 8mila della Germania. E i dati non dicono – non ancora, almeno – quali saranno gli effetti dell’autonomia differenziata, ma possiamo azzardare che aumenteranno le disparità territoriali. Come sottolinea la Fondazione Gimbe nel suo report sul tema, “a fronte di un Sistema Sanitario Nazionale ispirato 45 anni fa dai princìpi fondanti di universalità, uguaglianza, equità, oggi ci ritroviamo 21 sistemi sanitari regionali profondamente diseguali”. L’autonomia, in particolare, andrebbe a vantaggio delle regioni del Nord, in particolare Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. In un contesto segnato da queste disparità territoriali, invecchiamento demografico e pandemie, l’unico modo per salvarsi è puntare sul carattere universalistico del nostro sistema sanitario e lavorare per una maggiore equità, anche equiparando il lavoro sanitario nel pubblico e quello nel privato, inserendoli all’interno di uno stesso contratto collettivo. Il governo, però, sembra avere intenzioni diverse e pensa di affrontare il collasso mettendoci un cerotto.