La vita dei soldati che pattugliano le nostre città è fatta di sfruttamento e suicidi

Enrico di Mattia era in servizio a Palazzo Grazioli quando si è suicidato in un bagno, sparandosi con la pistola di ordinanza in un sabato pomeriggio di fine luglio. Caporal maggiore dell’Esercito e originario di Agri, nel salernitano, di Mattia era molto popolare sui social e conduceva una vita apparentemente normale. Eppure è il terzo militare morto suicida nel giro di sei mesi: a febbraio, un altro Caporal maggiore si era tolto la vita sparandosi col fucile nel bagno del personale della fermata metro Barberini, a Roma, e a dicembre dello scorso anno un Granatiere di stanza a Spoleto si era impiccato durante il periodo di licenza. Quello che accomuna le storie di questi tre soldati, oltre alla tragica fine, è la missione dell’Esercito in cui erano impiegati: Strade Sicure.

Strade Sicure è l’unica operazione militare attiva sul territorio italiano, avviata nel 2008 in virtù della legge n. 125 del 24 luglio dello stesso anno. Fortemente voluta dall’allora ministro Ignazio La Russa, l’iniziativa riguarda 38 città ed è rivolta al contrasto della microcriminalità e alla protezione di obiettivi sensibili come aeroporti, stazioni e consolati, in sostegno alla Polizia. Durante il Governo Renzi, il Ministro della Difesa Roberta Pinotti ha deciso di limitare le mansioni dei militari alla sola presenza statica, cioè al presidio di obiettivi sensibili, eliminando le mansioni di pattugliamento. Anche se inizialmente sarebbe dovuta durare un solo anno, l’operazione Strade Sicure ha appena festeggiato il nono compleanno e con l’ultima legge di bilancio è stata prorogata fino al 31 dicembre 2019. Nel comunicato delle Forze Armate in occasione del recente anniversario si legge che “l’Operazione Strade Sicure dimostra come l’Esercito sia una risorsa duale al servizio del Paese, in grado di mutuare capacità prettamente militari in capacità al servizio della collettività per pubblica utilità”.

Ignazio La Russa
Roberta Pinotti

Eppure i suicidi dei militari impiegati nell’operazione sembrano raccontare una storia ben diversa: un suicidio nel 2010, un tentativo finito a vuoto nel 2011, un’altra morte volontaria nel 2016, ben due nel 2017 e due nel corso di quest’anno. Lo scorso anno, un gruppo di deputati del Movimento Cinque Stelle aveva già presentato un’interrogazione al Parlamento per chiedere spiegazioni sulle condizioni di lavoro dei militari, ma i primi a opporsi al proseguimento di Strade Sicure sembrano essere i soldati stessi, che in più occasioni hanno evidenziato numerose criticità. A luglio, un gruppo di 150 militari impiegati nell’operazione, con l’aiuto degli avvocati Giorgio Carta e Chiara Lo Mastro, ha inviato un’intimazione al Ministro della Difesa per chiedere la corretta applicazione del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro, che è valido anche per l’Esercito, nell’ambito di Strade Sicure. Come si legge nell’atto, i militari sono obbligati a stare in piedi fuori dal mezzo per almeno sei ore al giorno, in qualsiasi condizione atmosferica, senza la possibilità di sedersi o di fare pause, portando addosso un equipaggiamento di oltre venti chili. Chi si sposta o si siede all’interno del mezzo rischia il processo, che può portare al congedo o addirittura al carcere. Nei forum non ufficiali dell’Esercito, i soldati lamentano turni prolungati e insostenibili, giorni di riposo negati, paghe misere, pressioni e mobbing da parte dei superiori. Come denuncia AS.SO.DI.PRO., un’associazione di previdenza per i membri delle Forza Armate, i soldati che prestano servizio in sedi diverse dalla propria vengono accorpati a caserme che non sono in grado di ospitarli adeguatamente, arrivando addirittura a non poter usufruire di acqua calda e riscaldamento. Molti soldati lamentano inoltre dolori alla schiena, complicanze posturali e articolari.

Si potrebbe certamente obiettare che la leva è volontaria e che un soldato non ha ragione di lamentarsi per il suo lavoro, che dopotutto ha scelto coscientemente. Ma a fronte della paga di 800€ mensili di un VFP1 (cioè un Volontario in ferma prefissata di un anno, il primo livello di accesso delle Forze Armate), dovremmo ricordarci che ogni lavoro merita condizioni dignitose e un trattamento proporzionato agli oneri che porta con sé.

Oltre ai problemi che riguardano le condizioni di lavoro, un’altra critica avanzata dai militari su Strade Sicure è che il loro compito non sarebbe affatto quello di rendere le strade effettivamente più sicure. In generale, la sicurezza del Paese è affidata ai corpi armati dello Stato, che si dividono in Forze Armate e Corpi di Polizia, anche detti comunemente forze dell’ordine. I primi comprendono l’Esercito, la Marina, l’Aeronautica e, originariamente, l’Arma dei Carabinieri, che dal 2000 è diventata “Forza Armata autonoma” e quindi assimilabile ai Corpi di Polizia. Le forze dell’ordine, che possono essere a ordinamento militare o civile, includono invece la Polizia di Stato, locale e penitenziaria, e la Guardia di Finanza. Secondo le Norme di principio sulla disciplina militare, il compito delle Forze Armate è quello di “Concorrere alla salvaguardia delle libere istituzioni e al bene della collettività nazionale nei casi di pubbliche calamità”. Compito dell’Esercito in tempo di pace, come sottolineato dai militari stessi, dovrebbe quindi essere quello di addestrarsi in caso sopraggiungano queste calamità e non quello di dare indicazioni ai turisti in Stazione Centrale a Milano. Alla sicurezza delle strade dovrebbe pensarci la Polizia, che secondo il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, “Veglia al mantenimento dell’ordine pubblico, alla sicurezza dei cittadini, alla loro incolumità.”

A questo si aggiunge un altro fattore fondamentale, che dovrebbe preoccupare anche i contribuenti e non solo i soldati: l’operazione sembra gestita malissimo sotto il profilo economico. Il dispiegamento di forze attualmente impiegato per la missione, cioè di oltre 7mila uomini, ha un costo complessivo enorme. Un così alto numero di militari impiegati sul territorio italiano, pagati così male, non sembra avere molto senso in tempo di pace. Se lo scopo dell’operazione, da quando sono state rimosse le mansioni di pattugliamento, è quello di presidiare gli obiettivi sensibili, non si spiega come sia possibile che siano necessarie così tante persone. Come ha spiegato il sociologo Fabrizio Battistelli su La Repubblica, un’operazione militare del genere è tipica delle situazioni di emergenza e sfumare i confini tra le mansioni della Polizia e dell’Esercito non è mai un buon segno per le democrazie.

Da operazione straordinaria, Strade Sicure è diventata una parte strutturale dei compiti dell’Esercito italiano. Nel 2017, è stata rifinanziata con un piano da 123 milioni di euro, 40 milioni in più rispetto all’anno precedente. Negli ultimi 3 anni, la missione è costata alle casse dello Stato più di 260 milioni di euro. Per fare un esempio, l’operazione Sentinelle in Francia, avviata nel luglio 2016 a seguito dell’attentato terroristico alla redazione di Charlie Hebdo e oggi conclusa, ne è costata 320, ma nel frattempo il Paese è stato in Stato di Emergenza, una situazione ben diversa.

Militari dell’esercito francese impiegati nell’operazione Sentinelle

L’operazione Strade Sicure viene giustificata appellandosi all’art. 89 del Codice dell’ordinamento militare, che tra i compiti delle Forze Armate annovera la “salvaguardia delle libere istituzioni”. Ma un militare dell’operazione, in una situazione di emergenza, non può nemmeno procedere all’arresto e deve attendere l’intervento dei carabinieri e della polizia. Al massimo può procedere al fermo, all’identificazione e alla perquisizione di una persona o un mezzo sospetto. Allora viene il dubbio che l’unica funzione dell’operazione – a dispetto di chi si esalta perché ha portato a 15mila arresti in nove anni, senza considerare che in un solo anno la sola Polizia ne fa un migliaio in più – sia quella di far sembrare il Paese più sicuro solo perché fuori dal consolato turco c’è un ventenne muscoloso con un fucile Beretta che non può usare.

Negli ultimi anni, il tema dell’insicurezza percepita è diventato sempre più centrale: anche se i reati sono in calo, ci sembra di essere in pericolo costante. La militarizzazione delle strade non è la risposta di cui abbiamo bisogno, ma anzi vedere ovunque soldati in giubbotto antiproiettile e mitra potrebbe avere l’effetto opposto e procurare in molte persone un senso di maggiore ansia. Non solo si è cominciato a notare che le operazioni di vigilanza nelle strade possono inficiare le performance sul campo di battaglia durante le successive missioni all’estero, perché i soldati hanno meno tempo per addestrarsi, ma da tempo molti sollevano dubbi anche sull’eventuale potere deterrente dei soldati nelle nostre città. Secondo diverse ricerche, come ad esempio questa e questa, la presenza statica delle forze armate in una determinata zona porterebbe effettivamente alla riduzione del crimine in quella zona, ma anche a un solo isolato di distanza l’effetto deterrente è praticamente nullo. O ancora, il fatto che una città sia molto militarizzata porterebbe non solo gli abitanti ad avere sfiducia nei confronti della polizia locale, ma anche i criminali, che si sentirebbero così meno minacciati dalla sua presenza. In ogni caso, non esistono ricerche che correlino in modo diretto l’aumento della militarizzazione di un Paese alla riduzione dei reati. L’ex ministro della Difesa Roberta Pinotti aveva inoltre ammesso in Parlamento di non poter “valutare pienamente la performance dei militari”, perché di fatto è impossibile misurare fattori come la deterrenza.

Per quanto i fatti recenti della politica italiana sembrino provare il contrario, ogni spesa che incide sul bilancio di un Paese dovrebbe basarsi sul principio del “costo per risultato”. Insomma, alla luce dei risultati ottenuti vale davvero la pena portare avanti Strade Sicure? Tutto sembra suggerire il contrario. L’altissimo costo economico di questa operazione sembra oggi uno spreco di cui faremmo volentieri a meno, a cui si aggiunge un costo umano non indifferente.

Quando a morire è un soldato in missione all’estero, magari di una morte eroica sotto il fuoco nemico, le istituzioni si prodigano in lutti e funerali di Stato, quando invece è un soldato che si spara col fucile d’ordinanza in un italianissimo bagno mentre è in missione per la “salvaguardia delle libere istituzioni”, sembra fare molto meno rumore.

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