Viviamo in una società signorile di massa?

Tra la retorica dei ristoranti pieni di berlusconiana memoria e la narrazione decadente sulla crescita fuori controllo delle disuguaglianze è quasi impossibile elaborare una narrazione dell’Italia attuale che non sia frutto di pregiudizi ideologici. Eppure una lettura asettica sembra possibile, poiché la società italiana si è riconfigurata in una forma del tutto inedita e quasi irriconoscibile, in una forma che riecheggia epoche passate, ma veste anche i panni della modernità: stiamo vivendo in una nuova età signorile. O almeno questa è l’idea contenuta nell’ultimo libro di Luca Ricolfi, pubblicato da La nave di Teseo, La società signorile di massa. La tesi di fondo del volume è che la società italiana del Ventunesimo secolo può essere interpretata come una società signorile di massa, ovvero “una società opulenta in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono al surplus senza lavorare sono più numerosi dei cittadini che lavorano”. In Italia sarebbe sorta una classe improduttiva e parassitaria che non solo beneficia di uno stile di vita lussuoso senza lavorare, esattamente come un signore feudale, ma riunisce anche la gran parte dei cittadini italiani: per la prima volta nella storia i ‘signori’ sarebbero la maggioranza.

Ricolfi lavora infatti sui dati Istat 2018 relativi alla popolazione over 14 residente in Italia, mostrando che la maggioranza (52.2%) è formata da italiani non lavoratori, seguita da un 39.9% di italiani che lavorano e da un 7.9% di stranieri. Al crollo dell’occupazione si aggiungono altre due condizioni, imprescindibili per identificare una società signorile di massa: l’estensione dei consumi opulenti a un bacino sempre più ampio di individui e una situazione macroeconomica di stagnazione. La prima, abbastanza arbitraria da definire, si riferisce al fatto che i consumi dei nuovi signori consistono in beni voluttuari, accessori, quando non perfettamente superficiali. Si tratta di beni che, se confrontati con la situazione economica di qualche decennio fa, potrebbero essere annoverati tra i cosiddetti lussi: “non l’auto, ma la seconda auto”, scrive Ricolfi, “magari personalizzata con una serie di optional. Non la casa, ma la seconda casa, possibilmente al mare o in montagna”.

Luca Ricolfi

A questo si aggiunge il fatto che già dai primi anni Novanta il tasso di crescita dell’economia italiana ha cominciato a rallentare, fino a raggiungere medie negative nel quinquennio successivo al 2009. Solo nell’ultimo triennio è stato possibile riportare il valore al di sopra dello zero, rendendoci comunque tra gli ultimi Paesi dell’area Ocse per crescita (le previsioni dell’Italia nel 2020, secondo la Commissione europea, si aggirano intorno a un desolante 0,4%). È dalla combinazione di questi tre fattori (bassa occupazione, consumo opulento di massa e stagnazione permanente) che la società signorile di massa può prendere una forma che per il sociologo è assolutamente unica nel suo genere, dato che non esistono altri Paesi che rispettino contemporaneamente i tre requisiti. Un candidato plausibile potrebbe essere la Grecia, ma questa non rispetta la seconda condizione, ovvero il consumo opulento di massa: il nostro reddito pro capite è del 50% superiore a quello greco e la nostra ricchezza, in termini di patrimonio netto, è a sua volta doppia rispetto a quella degli abitanti dell’Egeo.

Ma come è possibile arrivare a una società signorile di massa? Già nel 1725 Giambattista Vico scriveva nella Scienza nuova che “La natura de’ popoli prima è cruda, dipoi severa, quindi benigna, appresso dilicata, finalmente dissoluta”. Tuttavia, per Ricolfi, la società signorile di massa non è dovuta all’azione di leggi naturali irreversibili, ma è il risultato della compresenza di tre pilastri: una forsennata accumulazione patrimoniale a opera dei nostri padri, un processo di graduale disfacimento del sistema scolastico e l’esistenza di una manodopera sfruttata a basso costo, che Ricolfi definisce “infrastruttura paraschiavistica”. Sulla scia della Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura, Ricolfi tratteggia il processo di (auto)illusione che ha investito le ultime generazioni di studenti italiani. Nutriti di aspettative irrealizzabili, sono insieme vittime e complici inconsapevoli di un progressivo abbassamento degli standard qualitativi, “poiché i percorsi di studio sono divenuti molto più facili, e i pezzi di carta fioccano, si estingue poco per volta sia l’idea che lo studio comporti impegno e sacrificio, sia l’idea che la scelta di una scuola o di un’università debba anche essere oculata, ovvero commisurata alle proprie forze e alla propria determinazione”. Non si tratta né di un discorso paternalistico, che dipinge i giovani come dei bamboccioni svogliati, né di una narrazione consolatoria, che addossa tutte le colpe a un astratto “sistema scolastico”. Se da un lato alcune riforme dell’istruzione, come la nascita della scuola media unica (1962) e la liberalizzazione degli accessi universitari (1969), hanno contribuito ad abbassare la qualità, dall’altro persiste, in una fetta della popolazione giovanile, un atteggiamento di sopravvalutazione delle proprie competenze e un conseguente aumento delle aspettative. Il vero dramma della scuola di bassa qualità non è quindi, o non è solo, l’inflazione dei titoli di studio, ma il fatto che sia l’anticamera di un fenomeno peculiare: la disoccupazione giovanile volontaria.

Ricolfi non si riferisce alle offerte lavorative inaccettabili per salario e condizioni, ma ai casi in cui un possibile lavoro viene rifiutato “in quanto ritenuto non all’altezza delle proprie capacità, del proprio talento, o semplicemente degli standard di reddito e di prestigio che si ritengono adeguati ai propri studi”. Lo studente italiano vive nel terrore del declassamento di status, dell’eventualità in cui il lavoro intrapreso non coincida con le proprie aspettative. Si tratta di quello stesso terrore reverenziale che nel saggio di Ventura veniva combattuto attraverso l’acquisto dei cosiddetti “beni posizionali”, ossia tutti quei beni, più o meno costosi (come il Rolex o la giacca griffata), che in qualche modo dovrebbero certificare l’appartenenza a un determinato status. La loro unica funzione è segnalare che non si è ancora stati declassati e che si appartiene ancora a quella cerchia che si finge elitaria e che agisce come se fosse tale.

Nel libro del sociologo torinese, tuttavia, il discorso sui beni slitta progressivamente sui consumi opulenti, perché esiste una classe di consumi irrinunciabili, come le attività legate al fitness, il consumo di droga e il gioco d’azzardo, che per la maggioranza degli italiani è diventata irrinunciabile. Il dato curioso sta nel fatto che l’accesso a simili consumi è reso possibile da quel patrimonio familiare immobilizzato che va dalle case ai titoli di stato, dai depositi postali alle obbligazioni, ossia tutta quella ricchezza, pensioni comprese, che non è riconducibile a flussi di reddito da lavoro. Esattamente come nel sistema feudale, i redditi che garantiscono i consumi provengono da rendite, piuttosto che da lavori.

Per sfuggire al declassamento, che equivale all’inaccessibilità dei consumi opulenti, al giovane non resta che un gesto estremo: il differimento eterno. Non gli resta cioè che procrastinare a un futuro imprecisato l’ingresso nel mondo del lavoro. Non è un caso che l’Italia si posizioni in vetta alla classifica europea dei Paesi con maggior numero di NEET (28.9% tra i 20 e i 34 anni), ossia di giovani che non lavorano né studiano. La tesi del sociologo francese Pierre Bourdieau secondo cui il timore del declassamento spinge i giovani borghesi a scindersi tra un sé provvisorio, che si accontenta di lavori umili, e un sé ambizioso, che punta in alto, è ormai superata: l’ambizione si riduce alla semplice rinuncia in attesa dell’occasione propizia per inserirti nello status adeguato alle proprie aspettative.

La società signorile di massa ha però bisogno di un ultimo pilastro: l’infrastruttura paraschiavistica che fa capo a “una serie di situazioni nelle quali una parte della popolazione residente (spesso costituita da stranieri) si trova collocata in ruoli servili o di ipersfruttamento, perlopiù a beneficio di cittadini italiani”. Lavoratori stagionali nei campi, riders e badanti sono solo alcuni dei segmenti lavorativi che garantiscono la sopravvivenza dell’infrastruttura dedicata al mantenimento del signore; una condizione che non può reggere ancora a lungo. Annebbiata dal consumo opulento, la maggioranza silenziosa dei signori si rifiuta infatti di prendere coscienza di sé e alimenta la propria inconsapevolezza con vere e proprie “ideologie” in senso marxiano, prive di nessi con le condizioni storico-materiali di produzione: un eterno presente di stagnazione e una produttività del lavoro congelata. L’esito di questo meccanismo è tragicomico: “abbastanza prosperi per permettere a tanti di non lavorare, non siamo abbastanza produttivi per permetterci di conservare la nostra prosperità”, conclude Ricolfi. Non rimane che scomodare di nuovo Vico e chiederci: in quale stadio ricadremo dopo la dissolutezza di massa?

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