La sinistra non è immune al sessismo. Il paternalismo del Pd lo dimostra.

Una delle cose che mi fanno arrabbiare di più è vedere un gruppo di soli uomini bianchi, benestanti e sulla quarantina discutere di cosa dovrebbero fare e di come si dovrebbero comportare le donne. E non sto parlando di chi su Facebook si mette a lanciare strali contro le donne che indossano gonne troppo corte o le famose “ballerine antisesso”, ma mi riferisco ai luoghi dove le donne dovrebbero essere più che un paio di cosce. Sto parlando della politica.

Ci sono due falsi miti molto diffusi quando si parla di donne in ambito politico. Il primo, è che tutte le donne che si occupano di politica lavorino sempre per il bene delle donne. Niente di meno vero. Siamo tutti d’accordo sul fatto che Mariastella Gelmini non sia la Emmeline Pankhurst del nostro secolo. Il secondo è che il sessismo sia solo una cosa di destra. Certamente i politici appartenenti ai partiti di destra di ieri e di oggi non hanno brillato per posizioni particolarmente illuminate sui ruoli di genere. A un livello astratto potremmo dire che le destre, proteggendo il sistema capitalistico, la cui sopravvivenza è garantita anche dal lavoro domestico e della subordinazione della donna, fanno il gioco del patriarcato – e il successo della retorica dell’uomo forte al potere ne è la conferma. Entrambi i miti sulle donne e la politica si manifestano in maniera molto evidente: ad esempio molti politici pensano basti dare una carica istituzionale a una donna per essere a posto con la coscienza, e come se non bastasse questo comportamento è odiosamente tipico della sinistra che, in questo modo, dimostra di non essere molto distante dalla destra, pur macchiandosi di un sessismo meno smaccato, ma decisamente più paternalistico.

Mariastella Gelmini

“Guardate! Abbiamo le donne!”, e quindi tutto ok, possiamo dormire sonni tranquilli. L’ultima segreteria nazionale del Pd era perfettamente bilanciata, sette uomini e sette donne, più Maurizio Martina alla presidenza, ma non è durata molto. Ora che Martina è dimissionario e si sta ripensando a nuovi nomi per le primarie che si terranno a inizio 2019, le donne sono scomparse come per magia. E così, per l’ennesima volta, dovremo assistere alle solite scaramucce tra uomini borghesi di mezza età – anche se qualcuno grida alla rivoluzione perché c’è un candidato trentenne, Dario Corallo – su questioni che ci riguardano solo marginalmente.

Viene anche da chiedersi come mai il Pd, che in questo momento dovrebbe rappresentare l’ala progressista in Italia, non riesca a trovare una sola donna in gamba da mettere ai vertici. Una sola, non è chiedere troppo. E una donna che non sia lì a fare solo la responsabile delle Pari opportunità, o la quota rosa, oppure per “aiutare” i colleghi maschi, come se fosse la casalinga del partito che alla fine della Leopolda fa trovare a tutti la casa in ordine e la cena pronta. Una donna che sia una leader capace, insomma.

Il sessismo della sinistra si distingue dalla palese misoginia della destra più reazionaria per la sua benevolenza. Se la misoginia è l’odio conclamato per le donne in quanto tali, che nella dimensione politica si manifesta attraverso provvedimenti volti a cancellarne la loro libertà e autodeterminazione, il sessismo è la discriminazione basata sul sesso, cioè l’idea che gli uomini debbano comportarsi in un certo modo, e le donne in un altro, con tutte le conseguenze del caso. Il sessismo della sinistra può essere molto morbido e mascherato, al punto da non passare come tale, come hanno dimostrato le ultime elezioni.

Maurizio Martina, attuale segretario reggente del Pd

Secondo la legge elettorale del Rosatellum: “In ogni collegio plurinominale ciascuna lista, all’atto della presentazione, è composta da un elenco di candidati presentati secondo un ordine numerico [in cui] i candidati sono collocati secondo un ordine alternato di genere”. Un candidato che si presenta in un collegio uninominale, può presentarsi anche in cinque diversi collegi plurinominali. Se una donna è stata messa capolista dei cinque diversi collegi plurinominali, ma ha vinto il collegio uninominale, significa che il suo posto nei plurinominali verrà assegnato al secondo della lista, cioè a un uomo. Quindi, anche se le candidature sulla carta rispettano una proporzione 1:1 il risultato è che la distribuzione dei poteri è di quattro uomini e una sola donna. Insomma, le donne le mettiamo qua e là per far vincere gli uomini. Questo è quanto denunciato da 468 donne del Pd in una lettera indirizzata alla dirigenza del partito intitolata #TowandaDem (“Towanda” è l’urlo vendicatore di Evelyn Couch nella famosa scena del parcheggio di Pomodori verdi fritti alla fermata del treno). “Mai più pluricandidature femminili di poche per far eleggere molti uomini. Sono bastate le pluricandidature di 8 donne per escludere 39 candidate e favorire l’elezione di altrettanti uomini”, si legge nella petizione. E così è andata a finire che il primato di donne in Parlamento è appannaggio del M5S, con quasi il 40% – mentre il Pd è al 34% e la Lega al 30,89%.

Ma a sinistra non c’è solo il sessismo: c’è anche la vera e propria misoginia, che affonda le radici in un episodio storico che ormai solo alcune femministe di vecchia data ricordano. Teresa Noce è un nome che dovrebbe essere scolpito nella memoria di chiunque si proclami antifascista: fu tra le prime iscritte e di fatto fondatrici del Partito Comunista Italiano, quando ancora si chiamava Partito Comunista d’Italia; prese il nome di Estella e diventò un’eroina della resistenza italiana, spagnola e francese. In Francia fu internata nel campo di prigionia di Rieucros, poi deportata prima in Germania nel campo di concentramento di Ravensbruck, e poi a Holleischen, in Cecoslovacchia, dove lavorò come operaia fino alla liberazione sovietica. Dopo la guerra, venne eletta alla Costituente e alla Commissione dei 75. Durante la sua carriera politica si batté per l’uguaglianza del salario tra lavoratori uomini e donne. Era sposata con Luigi Longo, al tempo vicesegretario del Pci, con cui aveva una relazione difficile per i suoi continui tradimenti, finché nel 1953 Noce scoprì, leggendo il Corriere della Sera, che “Luigi Longo e Teresa Noce avevano ottenuto a San Marino l’annullamento del loro matrimonio”. Lei non aveva mai firmato niente. Longo aveva semplicemente falsificato la sua firma. Noce inviò una smentita al Corriere e si rivolse ai membri del partito per denunciare il torto subito. Il Pci non gradì che avesse fatto passare il vicesegretario per bugiardo, e per tutta risposta la espulse.

Luigi Longo e Teresa Noce

La vicenda di Teresa Noce è forse la più emblematica dell’atteggiamento che la dirigenza comunista tenne, storicamente, nei confronti della liberazione delle donne. Cioè, va bene tutto finché non mettete in discussione quello che diciamo noi maschi. La lotta per l’emancipazione delle donne per il Pci viaggiava su un binario diverso e quasi inconciliabile con la lotta di classe, questo nonostante le teorie di Engels collegassero in modo inequivocabile la schiavitù del proletariato alla schiavitù della donna. Nella pratica, però, la questione femminile fu quasi sempre gestita dai gruppi delle femministe marxiste, molto lontane dalle stanze di via delle Botteghe Oscure. Eppure, le donne avevano avuto un ruolo importantissimo agli albori della sinistra italiana, basi pensare a Nilde Iotti, prima donna presidente della Camera dei deputati, o alla stessa Teresa Noce. Anche Berlinguer inizialmente era molto critico nei confronti del femminismo che rivendicava la partecipazione delle donne nel partito. Cambierà idea dopo il referendum sull’aborto anche grazie all’attivismo di Adriana Seroni, che succedette a Nilde Iotti nella Commissione femminile del Pci, incaricata di trovare un punto di incontro con le femministe di Lotta Continua e oggi una delle tante donne della sinistra dimenticate.

Viste le premesse storiche, non c’è da stupirsi del fatto che ancora oggi buona parte della sinistra italiana sia allergica alla presenza delle donne ai vertici. A volte questa ostilità si manifesta nel cosiddetto sessismo benevolo – come quando, ad esempio, in una conferenza sui diritti delle donne al tavolo siedono solo uomini – e a volte in un sessismo molto più ostile, apertamente misogino, rivolto soprattutto alle avversarie politiche. Come quando Mauro Laos, senatore del Pd, urlò: “Torna in cucina!” alla senatrice del M5S Alessandra Maiorino durante un intervento in aula. A sinistra, solo la segretaria di Possibile, Beatrice Brignone, criticò il senatore; o la sequela di insulti e battute sessiste rivolte a Mara Carfagna quando era ministra per le Pari opportunità con Berlusconi. Oggi Carfagna è diventata una delle combattenti più coerenti sul fronte dei diritti delle donne: da qualche tempo devolve le sue indennità a favore di associazioni contro la violenza di genere e ha proposto diversi emendamenti per tutelarne l’attività, e recentemente si è resa protagonista di una campagna antiviolenza. Il fatto che una figura proveniente dallo stesso ambiente di un uomo che ha costruito la sua notorietà su discutibili battute sessiste e scandali sessuali sia oggi una delle poche donne che lavorano per le donne in parlamento sembra paradossale. E il fatto che il futuro della sinistra sembri tutt’altro che femminile (o femminista, ma a questo punto basta anche femminile) è forse il dato più eloquente della fatica che ancora fanno le donne a essere pubbliche.

Mara Carfagna

Si possono prendere a esempio i casi di Debora Serracchiani, governatrice del Friuli che dopo il 4 marzo si è dimessa dalla segreteria del Pd: la motivazione ufficiale è il risultato delle elezioni, ma è da considerare anche il fatto che, da contestatrice dell’establishment, sia stata completamente fagocitata dalla figura di Matteo Renzi. Stessa sorte per Maria Elena Boschi, che è stata anche al centro di un accanimento mediatico sessista e offensivo, dal quale nessuno nel Pd ha ben pensato di dissociarsi. E poi ci sono tutte le altre, le dissidenti, le “pasionarie” – come le ama chiamare la stampa italiana, e non stupirebbe se lo facesse con l’obiettivo di metterle in ridicolo.

Debora Serracchiani

L’ultima ad aver ricevuto il titolo è la misconosciuta Katia Tarasconi. Il suo intervento all’assemblea del PD del 17 novembre scorso è diventato virale. Quando comincia a parlare, nessuno la ascolta, tanto che una voce fuori campo invita l’assemblea a fare silenzio per lasciarle spazio. Tarasconi critica duramente il partito e la sua auto-referenzialità, pur sapendo che lì nessuno conosce il suo nome e che è solo “una delegata di serie B”. In quel discorso si può sentire non solo la voce di una consigliera stanca di stare in un partito ormai troppo invischiato in correnti personalistiche per poterne uscire con un’immagine appetibile, ma anche di una donna che ne ha abbastanza di quel modo di fare politica aggressivo, arrogante e tutto concentrato su di sé di cui solo una certa generazione di maschi “di serie A” è capace. Come succede spesso, è andata a finire che il dibattito è stato polarizzato nel giro di poche ore dai maschi. Proprio Dario Corallo, la giovane promessa, all’assemblea del partito ha fatto riferimento in modo polemico a Roberto Burioni e ai suoi modi poco democratici di trattare gli analfabeti funzionali. E così, per l’ennesima volta, siamo di fronte alla lotta tra due maschi che vogliono dimostrare a tutti i costi la miglior efficacia della propria comunicazione prepotente. E a proposito dell’auto-referenzialità di un partito che ama parlare sempre e solo di se stesso e delle proprie correnti interne dominate da uomini, il discorso di Tarasconi ce lo siamo già dimenticato.

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