La prima volta non siamo diventati migliori. Questa volta proviamo ad affrontare le nostre paure. - The Vision

Ci risiamo. Che viviate in una regione rossa, arancio o gialla, la seconda ondata di Covid-19 è arrivata, con i relativi provvedimenti, decreti e ordinanze per arginarla, con l’aggiunta delle polemiche e proteste che agitano piazze e strade e accompagnano il tutto come un brusio di sottofondo. Nel 1949, gli ingegneri Claude Shannon e Warren Weaver concepirono il modello matematico-informazionale della comunicazione che prendeva in considerazione l’influenza di un rumore sulla ricezione di un messaggio; poco dopo, lo scienziato cognitivo Colin Cherry teorizzava il cosiddetto “effetto cocktail party”, scoprendo che in presenza di suoni estranei e disturbi il nostro cervello riesce a focalizzare la propria attenzione solo su particolari stimoli e schemi abituali di riferimento piuttosto che sull’informazione completa: è questo il motivo per cui, nel pieno di una pandemia, il vociare continuo di una folla digitale e televisiva di virologi, presunti esperti, politici di ogni colore non fa che confonderci dando luogo a una comunicazione zeppa di messaggi incoerenti tra loro? Dai nostri governanti riceviamo una pletora di dettagli, postille, clausole, numeri, tutto pur di non dire chiaramente una cosa: non sappiamo cosa fare, come aiutare tutti. Emerge invece una parola che spaventa, che fino a un anno fa quasi nessuno conosceva: lockdown.

Lockdown dunque? Non proprio e non ovunque. In un Paese storicamente diviso e in cui i problemi difficilmente si affrontano insieme, oggi il senso di unità e appartenenza è messo in discussione su base cromatica. Mentre scrivo, la Lombardia è stata dichiarata, con Piemonte, Valle D’Aosta e Calabria, zona rossa: sono vietati gli spostamenti non necessari, bar e ristoranti sono chiusi, così come molte attività commerciali non essenziali. La regione in cui vivo, invece, è zona gialla: teoricamente dovrei esserne sollevata, ma nella pratica, uscendo di casa, la gente in strada mi sembra troppa e troppo impegnata nell’esorcizzare il timore del virus comportandosi come se non esistesse. Io, doppia mascherina, occhiali, giubbotto, cuffiette per rispondere a telefono senza toccare lo schermo o la faccia, mi muovo veloce, scarto a destra, dribblo a sinistra e procedo circospetta come una che teme chissà che. “Chissà che” è un eufemismo, lo so benissimo di cosa ho paura: ben prima che il Coronavirus facesse la sua comparsa, ho visto un reparto di malattie polmonari da vicino: sono stata una delle tante persone che, per un certo periodo di tempo, si è trovata ad assistere, impotente, al dolore di un altro, e mi basta. Ergo, a inizio 2020, è bastato dirmi che c’era un virus capace di spedire chi lo contrae proprio lì, per tenermi chiusa in casa. Ci sono rimasta 60 giorni, senza mai uscire neppure per comprare cibo. Quelli che mancano al conto, sono stati utilizzati proprio per quello. Ne avevo la possibilità, certo. In un certo senso, sentivo anche il dovere di comportarmi in questa maniera proprio perché c’era chi era costretto a uscire per necessità familiari e professionali.

L’ultima volta che ero uscita prima delle chiusure, ero stata in libreria e ho una chiara memoria di come, per quanto il Coronavirus fosse nei discorsi di tutti, la preoccupazione apparisse lontana, circoscritta a determinate zone del Paese e del mondo; anche la prima volta in cui ho rimesso piede fuori casa dopo la fine del lockdown la ricordo bene: mi sono diretta verso un punto del mio quartiere da cui si vede il mare come se avessi un appuntamento anche se, in realtà, non dovevo incontrare nessuno, nessun altro che la massa d’acqua del golfo di Napoli che, per più di due mesi, mi era stata preclusa alla vista. In mezzo ci sono tantissime giornate uguali a quelle di tanti altri, anche di chi mi legge adesso e a cui vorrei chiedere: quella sorta di grigio blocco di tempo scandito dalle conferenze stampa di Conte e della Protezione Civile, dell’auto che diffonde in strada il messaggio di restare in casa, dal suono delle ambulanze e dalle canzoni sui balconi, tu te lo ricordi? Credevi anche tu che c’era la possibilità di uscirne migliori? Poi cosa è successo?

Le sirene si sono fatte meno frequenti, le canzoni sono tornate a essere diffuse dai locali riaperti e pieni fino a notte fonda, l’unico furgoncino di passaggio era quello dell’arrotino e Conte, pur continuando con le dirette, usava parole come ripresa, ritorno, normalità. E adesso? Adesso è diverso. Non credo al senso di comunità che si fa forte e forte resta, non mi convince la timida ripresa che si fa successo sfavillante, non mi interessa tantissimo partecipare alla diretta streaming di qualsiasi cosa purché mi tenga impegnata, non mi va neppure di informare la mia bolla social di quello che penso ogni santissimo giorno e provo persino un po’ di fastidio per le battute sarcastiche, anche quando sono la prima a farle. Bontà, miglioramento personale, ironia, speranza, si sono rivelati per quello che sono: momenti, emozioni passeggere come tutte le altre, tentativi di nascondere la propria vulnerabilità e confusione, vetrina di se stessi per sentirsi meno soli, meno sperduti, approvati e convalidati dal like o dal commento di un altro. Certo, c’è un margine ampissimo, una forbice che corre tra le generazioni e le distanzia emotivamente nelle loro esigenze sociali, ma ci siamo in qualche maniera assuefatti ai buoni sentimenti e alle norme esattamente come alle notizie più tremende: come è successo? Perché?

In uno studio del 2014, Le-Anh Dinh-Williams del Montreal Mental Health University Institute analizzava l’impatto che le immagini “orrorifiche” sui pacchetti di sigarette avevano sui fumatori. I risultati, pubblicati anche sulla rivista Progress in Neuro-Psychopharmacology and Biological Psychiatry, dimostrarono che i messaggi dissuasivi erano capaci di produrre l’effetto desiderato solo in rare occasioni o quando era presente il fattore sorpresa. Dopo le persone si abituavano e continuavano a fumare, nonostante le fotografie presenti sul pacchetto. Possiamo fare riferimento anche alla teoria che Tali Sharot, professoressa di neuroscienze cognitive del dipartimento di Psicologia Sperimentale dell’University College di Londra, ha esposto in un TED dal titolo Come motivare te stesso a cambiare comportamento. Sharot ha spiegato che, anche se crediamo che la paura induca a modificare gli atteggiamenti, gli studi effettuati su persone dai 10 agli 80 anni dimostrano che se qualcosa ci terrorizza o stressa, reagiamo esattamente come gli altri animali: o scappiamo, evitando e rimuovendo il sentimento di paura, o attacchiamo chi lo rappresenta, negando che ci sia un problema “possibile” nel futuro, quando riteniamo ci siano criticità più stringenti nell’immediato. È la reazione “attacco o fuga”  descritta per la prima volta da Walter Bradford Cannon circa cento anni fa.

Durante il primo lockdown, la speranza, il “riusciremo”, “ce la faremo” e così via, è stato il nostro modo di scappare, una forma di evasione che però ci ha permesso di uscire, di tanto in tanto, dalla gabbia di paura e ansia. Ma non ha risolto niente sul lungo periodo, anzi. Il messaggio che è passato è stato che “quando sarà finito il lockdown, sarà festa, saremo liberi”. Oggi che ci accorgiamo che non è così, ci sentiamo presi in giro, turbati, arrabbiati. Ma neppure la rabbia o il sarcasmo, aiutano: sono solo un altro residuo del nostro cervello primitivo, che si attiva automaticamente in situazioni di stress senza che noi ne siamo consapevoli. Dobbiamo diventare consapevoli che le frasi motivazionali possono esser molto carine e impattanti sullo stato d’animo del momento, ma non eliminano i problemi; abbiamo anche la necessità di capire che dar sfogo all’ira o alla polemica ci permette di sfogarci, ma peggiora la situazione. Tutto questo non è semplice e nemmeno scontato. È però il primo passo per cercare di comprendere e in qualche modo superare il disagio sociale che ci investe tutti.

Abbiamo oscillato come pendoli tra terrore e speranza, inquietudine per la situazione mondiale e una parvenza di normalità domestica; ora siamo incagliati nel mezzo. Gli esperti la chiamano “ansia da limbo”, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha scelto il termine “Pandemic fatiguein un documento commissionato dagli Stati membri dell’Unione europea “per combattere la crescente indolenza del pubblico rispetto alla pandemia”. Le parole d’ordine per uscirne sono comprensione, aiuto, coordinamento, ma non sono rivolte a noi quanto ai nostri governi a cui spetta il compito di mantenere salda la capacità di discernimento, pianificazione e, soprattutto, trasparenza. Questa pandemia non ci ha reso migliori, è evidente. Ma se vogliamo uscirne il più in fretta e nel migliore dei modi possibili dobbiamo riscoprire il valore della sincerità sia sui nostri stati d’animo che sulle reali condizioni in cui ci troviamo a vivere. Questo non in un futuro non meglio specificato, ma qui e ora.

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