Il governo agisca per garantire il diritto allo studio in sicurezza e smetta di fare propaganda - THE VISION

Con la fine delle vacanze invernali e l’aumento esponenziale dei contagi nelle ultime settimane, da più parti sono sorti dubbi riguardo al ritorno in presenza degli studenti a scuola. Con più di un milione e mezzo di nuovi casi rilevati dall’inizio del nuovo anno e l’alta contagiosità della variante Omicron, il rischio è che gli istituti scolastici non riescano materialmente a reggere: dalla mancanza di personale all’impossibilità del tracciamento, fino a un sempre più difficile rilevamento dei positivi. Mentre dal mondo scolastico e politico si sono alzate molte voci critiche, il Governo ha confermato la propria determinazione a mantenere la scuola in presenza. Il punto, però, non sta tanto nel dibattito sì DAD / no DAD, quanto piuttosto nelle condizioni in cui la scuola continua a versare dopo due anni di pandemia.

Nella conferenza stampa del 10 gennaio, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha spiegato la decisione ribadendo che “il Governo ha la priorità che la scuola stia aperta in presenza”. Il premier ha parlato del ruolo della DAD nell’allargamento delle diseguaglianze, un fattore già sottolineato da Amnesty International alla fine della prima ondata. È chiaro, infatti, che chi può permettersi un ambiente tranquillo in cui seguire le lezioni e possiede la strumentazione tecnologica adatta si trova in una situazione privilegiata rispetto a chi, a causa delle ristrettezze della famiglia, non può godere degli stessi benefici. La disparità nell’accesso allo studio si traduce poi in diseguaglianza nel mondo lavorativo, andando a creare circoli viziosi di diseguaglianza da cui diventa estremamente difficile uscire. Il Presidente Draghi ha poi ricordato che la DAD rimane come strumento nel caso le classi vadano in quarantena per contagi o casi positivi, così come previsto dal D.L. n.1/2022. Il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi ha aggiunto che, allo stato attuale delle cose, dal suo punto di vista non ci sono le condizioni per un uso generalizzato della didattica a distanza. I docenti assenti perché positivi o in quarantena sono rispettivamente il 3,6% e il 2,4%, ovvero il 6% del totale. Numeri simili sul fronte degli alunni, con il 2,2% di positivi e il 2,3% in isolamento per contatti diretti o altri motivi, portando il numero di studenti impossibilitati a essere a scuola in presenza al 4,5%.

Mario Draghi
Patrizio Bianchi

La volontà del governo di mantenere la scuola in presenza è senza dubbio condivisibile. Il problema è che per realizzarla non bastano le buone intenzioni e gli annunci, ma serve piuttosto creare le condizioni adatte perché quella volontà possa trasformarsi in realtà. E, per gran parte del mondo della scuola, attualmente queste condizioni non ci sono. L’ANDIS (Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici) ha inviato al governo una nota in cui spiega che “ad oggi non ci sono tutte le condizioni per rendere operative in tutto il territorio nazionale le misure previste dal D.L n.1/2022”. Il comunicato fa notare che molte Regioni non sono più in grado di garantire il testing e il tracciamento dei contagi, così come non è stato fornito un numero sufficiente di mascherine FFp2 a personale scolastico, docenti e alunni. Non sono poi state implementate nuove iniziative per incentivare la vaccinazione nella fascia tra i 5 e gli 11 anni (il cui vaccino è stato approvato dall’EMA il 24 novembre 2021) con la conseguente facilità di contagio nelle scuole elementari. Al 7 gennaio, infatti, il vaccino tra i bambini era stato somministrato a meno del 13% del totale degli idonei. Secondo l’ANDIS la scuola non riesce a garantire la verifica della positività, la riorganizzazione del tempo scuola, la gestione del servizio mensa, la sostituzione del personale assente a vario titolo e neanche l’attivazione della DAD nel caso (alquanto probabile) in cui se ne presentasse la necessità.

Non sono mancate le voci contrarie anche nel mondo politico, soprattutto da parte dei presidenti di regione. La decisione governativa ha visto l’opposizione dei presidenti di regione Roberto Occhiuto (Calabria) e Michele Emiliano (Puglia), che hanno invitato il governo a posticipare la riapertura delle scuole. Vincenzo De Luca, presidente della Campania, è invece intervenuto direttamente con un’ordinanza, introducendo la DAD per tutti gli alunni fino al 29 gennaio. Una decisione che è stata impugnata dal Governo con un ricorso all’Avvocatura di Stato, costringendo la Campania a fare marcia indietro. In una diretta Facebook del 7 gennaio De Luca ha affermato che “non ci sono le condizioni minime di sicurezza e la possibilità di offrire collaborazione adeguata alle autorità scolastiche da parte delle autorità sanitarie, che sono alle prese con decine di migliaia di contagi. Le Asl dovrebbero fare in media 3mila tamponi al giorno per accompagnare le autorità scolastiche nel controllo del contagio nelle scuole. Non è possibile, per il livello di personale che abbiamo, perché dovremmo perdere una settimana di tempo per dare i risultati. Come si fa a immaginare di andare avanti così?”.

Vincenzo De Luca

La politica del “restiamo aperti”, condivisibile negli intenti, deve essere supportata da un quadro gestionale idoneo a livello di trasporti pubblici, dispositivi di sicurezza forniti a docenti e insegnanti e un’adeguata infrastruttura tecnologica. Se mancano le condizioni per operare in sicurezza, il ritorno a scuola in presenza rischia di diventare un annuncio a vuoto, che danneggia la scuola invece di sostenerla. Con oltre 200mila casi al giorno c’è la possibilità reale di paralizzare il Paese e mettere in seria difficoltà le famiglie, con i genitori che dovranno non solo evitare a loro volta di essere contagiati, ma anche riuscire a conciliare l’attività lavorativa con la cura e l’attenzione alla formazione di figli. Hans Kluge (direttore regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) ha infatti dichiarato in conferenza stampa che, di questo passo, più del 50% della popolazione europea sarà contagiata da Omicron nel giro di 6-8 settimane.

La discussione pubblica di questi giorni è però viziata. Non serve dibattere sull’utilità o meno della DAD. La didattica a distanza è infatti difficilmente compatibile con le modalità di insegnamento che rimangono preponderanti nella scuola italiana: lezioni frontali, verifiche e interrogazioni su contenuti da memorizzare, tutti strumenti che si rivelano difficilmente esportabili nel mondo digitale. In una lettera inviata al sito “Orizzonte scuola”, una professoressa riporta la propria esperienza personale:L’attuale organizzazione di vita dei ragazzi in DAD è la seguente: soli davanti a uno schermo per almeno 5 ore al giorno, in balia di lezioni noiose, di insegnanti che partono per la tangente della loro lectio magistralis e perdono il contatto con gli studenti che nel frattempo fanno quello che vogliono perché, diciamoci la verità, a 15 anni non si è proprio maturi per capire che quello che stai ascoltando ti sarà utile nella vita”. Ai problemi di natura tecnica e organizzativa si aggiunge la questione più grave, ovvero l’impatto in termini di salute psicologica e rendimento scolastico. In un’audizione alla Commissione Igiene e Sanità del Senato, il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi (Cnop) David Lazzari ha sottolineato come l’uso eccessivo della DAD abbia portato a un elevato di stress e disturbi del sonno, aumentando poi rabbia e aggressività nei maschi e ansia, depressione e ritiro da scuola nelle femmine. In generale, secondo Lazzari l’eccessivo utilizzo della DAD può “limitare l’apprendimento, ostacolare la regolazione emotiva, cognitiva e comportamentale, con una ridotta capacità di concentrazione, una minore curiosità e autocontrollo, con sintomi di ansia e depressione”.

È quindi chiaro a tutti che la didattica in presenza è preferibile, e che la DAD rimane uno strumento utile e prezioso in certe situazioni. Ciò su cui dovrebbe concentrarsi l’attenzione della politica e dei media sono le condizioni inaccettabili in cui la scuola continua a versare dopo due anni di pandemia. Si tratta in parte di problemi strutturali di lungo periodo. Per esempio, l’Italia è l’ultimo Paese europeo per percentuale di spesa pubblica destinata alla scuola, l’8% rispetto ad una media europea del 10. Non solo le risorse a disposizione sono poche, ma sono anche distribuite male. Il sistema di finanziamento privilegia scuola e università già avvantaggiate, incrementando ulteriormente le disuguaglianze. Il Presidente Draghi ha ragione quando dice che la DAD ha allargato le diseguaglianze negli ultimi due anni. Ma se il problema è stato riconosciuto, allora è legittimo chiedersi perché non si sia intervenuto per andare a colmare questo divario, rimasto intatto nel sistema di finanziamento.

Esistono poi problemi più immediati che dimostrano la scarsa lungimiranza e la mancanza di visione della politica sul mondo dell’istruzione. Investimenti sbagliati come quello ormai tristemente celebre dei banchi a rotelle e il poco preavviso con cui le misure in questi anni sono state adottate sono solo alcuni esempi, a cui si affiancano questioni come le classi sovraffollate, i sistemi di aerazione inadeguati e gli scarsi investimenti sul trasporto pubblico, tutti fattori che portano all’aumento dei contagi. 

Eppure, negli ultimi mesi il governo è parzialmente intervenuto. Per esempio, nell’ultima legge di bilancio sono stati stanziati 900 milioni destinati al personale aggiuntivo assunto a settembre (sia docenti che personale Ata), al fondo insegnanti, al dimensionamento scolastico e al supporto psicologico. Ma le risorse stanziate difficilmente saranno sufficienti. Lo dicono i presidi, i docenti e gli studenti e lo confermano anche i dati. Per esempio, le risorse destinate al mondo dell’istruzione nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non basteranno a portare l’Italia al livello degli altri Paesi europei. Senza un piano serio e a lungo termine per la scuola, sarà impossibile riuscire a recuperare il ritardo accumulato in questi anni. Dovrebbe essere questa la priorità del Governo: andare oltre annunci “sì DAD”, “no DAD” e creare le condizioni per cui il diritto all’istruzione non sia solo una promessa, ma la realtà inderogabile su cui si fonda il tessuto sociale della nostra democrazia.

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