1 studente italiano su 4 non capisce quello che legge. La colpa è del classismo.

Nelle più importanti università europee, in cui si forma la futura classe dirigente, l’aumento della competitività nella selezione e gli alti costi associati al conseguimento di studi universitari d’eccellenza – dalle tasse annuali al carovita in città come Zurigo, Milano, Londra o Parigi – hanno aggravato il pericolo già latente di un’esclusione sociale di massa. Il rischio è che le aule diventino salotti aristocratici in cui discutere dei problemi di una classe sociale che non prende più parte alla conversazione.

A soffrirne maggiormente sono gli studenti provenienti da condizioni economiche e sociali più svantaggiate, perché non possono permettersi un’educazione d’eccellenza o non risultano abbastanza competitivi in fase di selezione, dove la qualità dell’educazione fin dalla tenera età e il ventaglio di esperienze formative che collezionano i loro colleghi più abbienti la fanno da padroni. Sono in pochi a rompere gli ingranaggi di un sistema basato su una meritocrazia classista che non tiene di conto delle insidie provocate dalle diseguaglianze, siano esse economiche, sociali o territoriali.

Al di fuori delle aule universitarie, le conseguenze sono ancora più disastrose: la competitività e le diseguaglianze del sistema educativo si riflettono anche sul mercato del lavoro, dove gli studenti italiani, soprattutto se provenienti dalle fasce sociali più povere, sono spesso meno competitivi dei loro coetanei europei. Il sistema educativo italiano, un po’ arrugginito e a lungo sotto finanziato, ha molto da invidiare agli standard europei.

Che la percentuale di spesa pubblica dedicata all’educazione in rapporto al PIL nazionale sia solo del 3,8%, contro il 4,6% della media europea, significa che l’Italia investe pochissimo nel suo futuro, rimanendo ben al di sotto della media europea in termini di finanziamenti all’educazione. Come se non bastasse, la qualità dell’educazione e l’equità del suo accesso sono questioni ancor più neglette in Italia, troppo spesso approcciate con circospezione. Eppure, l’educazione è un ingranaggio cardine di qualsiasi Paese.

Anni di osteggiamento e di cattive riforme del sistema educativo hanno avuto effetti disastrosi anche sulla disoccupazione giovanile. Secondo l’ultimo report annuale europeo “Education and Training Monitor”, il tasso di occupazione dei giovani laureati italiani è tra i più bassi in Europa ed è peggiorato dal 2009, decrescendo da 60,6% a 56,5% nel 2018, a fronte di una media europea quasi all’82%, in ascesa dal 2013. In Europa, i giovani italiani faticano a creare il proprio spazio di realizzazione professionale all’interno di un mercato del lavoro le cui regole si costruiscono su pilastri elitari come internazionalità, digitalizzazione e poliglottismo; tutti aspetti in cui il sistema educativo italiano pecca di negligenza. Se l’Italia rimane in coda all’Europa lasciando indietro molti laureati, è perché investe poco e male nell’educazione. Eppure, la mancanza di competitività degli studenti italiani a livello internazionale è solo la punta dell’iceberg: alla base ci sono importanti disuguaglianze regionali e disparità sociali che colpiscono duramente soprattutto i meno abbienti.

Le diseguaglianze regionali in Italia hanno ripercussioni sulla qualità e sulle opportunità fornite dall’istruzione dell’obbligo. L’Italia soffre di una profonda frammentazione nell’accessibilità e qualità dei servizi d’istruzione: i divari tra regioni nella scuola dell’obbligo si riflettono sulla preparazione degli studenti, soprattutto quelli provenienti da famiglie a basso reddito. Quando le istituzioni scolastiche delle periferie marginalizzate non garantiscono la formazione di qualità necessaria affinché uno studente risulti competitivo, in Italia come in Europa, la povertà e i divari di classe si inseriscono nell’equazione per truccare le carte. Studenti provenienti da famiglie a medio e alto reddito hanno in media più possibilità di riuscita dei loro coetanei meno fortunati, soprattutto perché possiedono le capacità economiche per sopperire alle mancanze statali: nella gara a lunga tratta della competitività, avere i mezzi economici per finanziare studi d’eccellenza in istituti privati o costosi soggiorni linguistici all’estero può fare la differenza.

C’è un chiaro nesso tra le disparità economico sociali, l’accesso all’educazione e i risultati scolastici. L’analisi dei recenti dati raccolti in Europa tramite l’indagine OCSE triennale del PISA 2018 (Programme for International Student Assessment) con lo scopo di valutare le competenze dei quindicenni scolarizzati, ha aperto la discussione sulla correlazione tra la povertà e la performance scolastica, mostrando come studenti con genitori a basso reddito abbiano in media indicatori di performance più bassi dei loro coetanei più abbienti. Le radici del fenomeno si intrecciano tortuosamente, andando dall’esposizione dello studente a un ambiente più o meno acculturato, al fatto che i meno abbienti si concentrino in zone più periferiche in cui gli investimenti statali sono esigui ed è la qualità dell’educazione scolastica a risentirne. Che la performance scolastica durante la scuola dell’obbligo sia più bassa significa che l’accesso all’alta formazione, soprattutto se di qualità e concorrenziale, sarà sempre più faticoso. Molti degli studenti meno benestanti popolano gli istituti statali più marginalizzati d’Italia; è ancora molto piccola, invece, la percentuale di studenti più poveri negli istituti prestigiosi italiani, sempre secondo i dati PISA.

Le disparità regionali tra Nord e Sud d’Italia si ripercuotono, anche numericamente, su indicatori di performance quali i più alti tassi di dispersione o la peggiore prestazione scolastica tra gli studenti del Meridione. Tra i fattori scatenanti del divario si annoverano di certo le differenti origini socio-economiche degli studenti, con il Meridione in coda in termini di reddito medio, e l’iniquità dei ritorni del sistema educativo tra regioni.

Con le nuove discussioni riguardanti la possibilità che Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia ottengano l’autonomia differenziata, si discute della decentralizzazione di certe funzioni statali anche in materia di istruzione, conferendo alle regioni autonomia legislativa in aspetti cruciali quali l’organizzazione del sistema educativo e il finanziamento alle scuole. In tal modo aumenta però il rischio di inasprire le disparità tra Nord e Sud, poiché si frantuma il principio che garantisce un accesso equo alle opportunità educative, al di là dell’origine geografica dello studente. L’accusa è che l’accordo quadro condurrà a una disomogeneità di base tra programmi, risorse e finanziamenti in seno alle regioni, inficiando così de facto anche parità e spendibilità del valore del titolo di studio tra scuole di diverse regioni; per non parlare degli effettivi ritorni nella formazione offerta allo studente. Il risultato è che gli studenti di regioni ad autonomia differenziata, già in condizioni di privilegio rispetto agli studenti del Sud, beneficerebbero di maggiori fondi e, perciò, di migliori infrastrutture e insegnanti più qualificati.

Secondo l’OCSE, i figli nati in Italia da famiglie a basso reddito potrebbero dover impiegare fino a cinque generazioni prima di poter aspirare a un reddito medio; tra le cause ci sono i tentativi di riforme educative poco improntate all’equa distribuzione delle opportunità tra la popolazione. Tra le tante negligenze statali, infatti, si annovera la mala applicazione del diritto all’accesso equo ed egualitario all’educazione, al di là della portata dei propri mezzi. Il nesso tra educazione e ineguaglianze si trasforma in trappola quando un accesso non equo a una formazione di qualità porta a un accesso impari anche al mercato del lavoro. Questo perché la povertà e le disuguaglianze diminuiscono la performance scolastica limitando così la capacità di accedere a servizi educativi di qualità nell’istruzione universitaria, troppo spesso basati sui precetti meritocratici di competizione e selezione; tale privazione può pregiudicare le aspettative lavorative e salariali di individui provenienti da famiglie o zone particolarmente svantaggiate, aumentando il rischio di disoccupazione tra la popolazione più fragile. A sua volta, un accesso iniquo alle opportunità del mercato del lavoro inasprisce i divari economici e sociali, serrando la morsa sulla popolazione più fragile.

Ineguaglianze e immobilismo sono facce della stessa medaglia: le disparità limitano le opportunità fin dalla nascita, rendendo difficile la mobilità sociale. Senza riforme dell’istruzione incentrate sull’equità che combattano le diseguaglianze regionali ed economiche e prevengano gli effetti collaterali della meritocrazia classista, il divario tra classi è destinato ad ampliarsi, aggravando frustrazione e tensione sociale. La soluzione è da ricercarsi in una distribuzione più equa dei finanziamenti tra regioni e nell’adozione di politiche pubbliche che supportino studenti provenienti da situazioni svantaggiate attraverso sovvenzioni specifiche in base ai bisogni. Se l’educazione ricopre un ruolo cardine nel regolare la mobilità sociale, una politica europea dell’istruzione basata sull’equità che superi la meritocrazia classista potrebbe aiutare a ridurre le diseguaglianze economiche e regionali, in Italia come in Europa.

Tra le sfide più longeve dei valori e dei diritti nate in seno all’Unione europea, si annovera da decenni la questione irrisolta delle disparità; siano esse tra Paesi europei, regioni o città, le disuguaglianze geografiche ed economiche minano gli equilibri socio-economici del continente frantumando la coesione sociale e, con essa, i delicati assetti politici internazionali. Mancare di riconoscere e di arginare le radici politiche che nutrono le disparità e impediscono la mobilità sociale porta con sé il rischio di cibare quell’ondata minacciosa di euro-scetticismo che cresce così bene all’ombra dei fallimenti europei.

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