Il 22 settembre, le piazze italiane hanno parlato chiaro. In almeno 75 città, decine di migliaia di persone hanno interrotto la normalità di un lunedì qualunque per dire una cosa che la politica si ostina a ignorare: non si può restare in silenzio davanti a un massacro. Non più. Da Milano a Napoli, passando per Bologna, Roma, Genova, Torino, Ancona, Livorno, Firenze, migliaia di corpi hanno riempito le strade, bloccato autostrade e tangenziali, invaso stazioni e università, occupato porti e binari ferroviari. 100mila persone sono scese in piazza solo a Roma, 50 mila a Bologna, ma secondo la questura i numeri andrebbero ridotti a un terzo. Studenti, lavoratori, migranti, insegnanti, sindacati di base. Nessuna grande sigla confederale a coordinare, ma un impulso collettivo nato dal basso: la consapevolezza che la Palestina è oggi il confine più visibile tra civiltà e barbarie, tra indifferenza e umanità. E che la responsabilità non ricade solo su Israele, ma anche su chi lo arma, lo copre, lo sostiene: come fa, in modo sempre più spudorato, il governo italiano.

Il motivo della protesta è semplice: fermare l’assedio a Gaza, denunciare i crimini di guerra di Netanyahu, pretendere uno stop immediato alle forniture militari verso Israele. Ma c’è di più. C’è la volontà esplicita di interrompere anche il racconto tossico che circonda questo conflitto: quello che dipinge ogni difesa della causa palestinese come estremismo, ogni voce che tenta di denunciare le atrocità commesse come eversiva, ogni protesta come minaccia. Così, mentre la Global Sumud Flotilla si prepara a forzare il blocco per portare aiuti umanitari a Gaza, il governo italiano risponde con la repressione, con la criminalizzazione preventiva di chi manifesta, con le minacce di Palazzo Chigi che teme più una bandiera palestinese che un bombardamento su un ospedale. Ma le piazze hanno mostrato altro: una coscienza collettiva viva, informata, radicalmente pacifica, che non ha paura di esporsi. E che non ha più intenzione di tacere. Storicamente l’Italia è uno dei paesi in cui l’opinione pubblica è fra le più vicine alla causa palestinese, ma da sempre i governi hanno protetto e fatto il gioco di Israele. Questa frattura fra istituzioni e mondo civile sta arrivando alla sua più profonda crisi a causa dei crimini di guerra che si stanno compiendo nella Striscia, grazie soprattutto all’aiuto occidentale.
Le manifestazioni sono state quasi ovunque pacifiche. Cortei, presidi, occupazioni simboliche. L’unico episodio di scontro si è registrato a Milano, alla Stazione Centrale, dove alcuni manifestanti hanno cercato di forzare l’ingresso. La tensione è esplosa tra vetri rotti e fumogeni, ma altrove la manifestazione si è mantenuta ferma nel suo messaggio: la complicità del governo con Israele non rappresenta il popolo italiano. Nonostante il clamore mediatico sui tafferugli, non si sono registrati danni gravi. Eppure, a partire proprio da quel frammento isolato di tensione, si è scatenata la reazione del potere. Nel resto del Paese, invece, è stato un grande esercizio di democrazia dal basso. Bloccati i porti di Genova, Ancona, Livorno. Occupate tangenziali a Bologna e autostrade in mezza Italia. Università ferme, linee ferroviarie interrotte, metropolitane chiuse. Non una sommossa: uno sciopero consapevole, determinato, strategico. Uno sciopero per chi dall’altra parte del Mediterraneo per due anni si è sentito abbandonato dalla comunità internazionale. Per chi a Gaza non ha più accesso all’acqua, ai farmaci, al cibo. E per chi in Italia rifiuta di essere complice.

Le reazioni del governo sono state immediate e vigliacche. Giorgia Meloni ha definito “indegne” le immagini dei cortei. Salvini ha minacciato cauzioni e restrizioni per chi manifesta. Tajani, Crosetto, Piantedosi: tutti in fila, come automi di un potere pavido, per spostare l’attenzione sulla condanna delle vetrine rotte a Milano, ignorando le decine di migliaia di voci che chiedevano giustizia. Hanno scelto di demonizzare una minoranza per silenziare la maggioranza pacifica e volenterosa che ieri ha mostrato il lato più bello e solidale del nostro Paese. Ma non è un’eccezione: è banale esercizio retorico di questa destra. Terrorizzare la popolazione rimasta a casa, attraverso un uso sapiente dei media, per allontanarla da chi ha avuto il coraggio e la coscienza di scendere in piazza e di alzare la testa. Un governo che applaude Netanyahu e arma Israele non può tollerare che il suo popolo abbia una coscienza. È lo stesso Salvini che, con disprezzo, in un’intervista alla tv israeliana ha detto che chi manifesta “non sa di cosa parla”.

Ma le piazze hanno risposto di saperlo eccome. Sappiamo chi bombarda ospedali. Sappiamo chi blocca gli aiuti umanitari. Sappiamo chi – in Italia – legittima questo orrore, mentre reprime chi prova a opporsi. Chi ha assaltato Milano Centrale ha offerto al governo l’alibi perfetto per trasformare una protesta storica in un diversivo securitario. È bastata una manciata di tafferugli, gonfiati dai media come fossero terrorismo urbano, per far dimenticare un’intera giornata di mobilitazione pacifica in 75 città italiane. È bastato uno scontro per giustificare un’ondata repressiva, per mettere all’angolo chi chiede la fine dell’assedio di Gaza. Un copione già visto: criminalizzare il dissenso per legittimare la complicità.
Mentre la Francia, la Norvegia, il Canada, la Spagna e il Regno Unito riconoscono lo Stato palestinese come atto politico necessario alla pace, l’Italia si è nascosta per lungo tempo dietro la formula ipocrita della “costruzione”. Formula che viene decantata per assopire l’opinione pubblica e distrarla da quelle armi che lo stesso governo vende a chi quella Palestina la sta distruggendo ogni giorno, mattone dopo mattone, vita dopo vita. Meloni non ha preso parte alla Conferenza Onu sul riconoscimento della Palestina. È arrivata a New York a vertice concluso, lasciando che a rappresentare l’Italia fosse Antonio Tajani, fedele esecutore di una linea tanto ambigua quanto pavida. Mentre la Francia annunciava l’apertura della sua ambasciata in Palestina e il segretario generale delle Nazioni Unite dichiarava che la sovranità palestinese “non è una concessione, ma un diritto”, l’Italia ha dato prova di tutta la sua ipocrisia, prima ribadendo attraverso le parole del ministro degli esteri che “prima bisogna costruire lo Stato” – un modo elegante per non far nulla –, poi, sotto pressione – isolata sempre più sul piano internazionale e incalzata dall’opinione pubblica interna – Giorgia Meloni ha provato a mettere una toppa. A margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato di essere favorevole al riconoscimento della Palestina, ma solo a due condizioni: che Hamas rilasci tutti gli ostaggi e che venga escluso da ogni forma di governo nella Striscia. Una posizione presentata come “mossa a sorpresa”, ma che suona piuttosto come un modo per prendere tempo e calmare la società, e che appare come una resa alla linea di Netanyahu e Trump, a cui la premier ha detto di aver “condiviso molti passaggi dell’intervento”. Nessuna visione autonoma, nessun passo di dignità: solo la conferma che il governo italiano è disposto a sacrificare la giustizia sull’altare della convenienza diplomatica.

Mentre altri Paesi – Regno Unito, Canada, Australia, Portogallo, Norvegia – prendono posizione per rispondere alla propria opinione pubblica, l’Italia decide di ignorarla. Continua a sostenere formalmente “la soluzione dei due Stati”, purché la nascita del secondo sia sempre rimandata. È un equilibrio comodo: allinearsi con Israele senza dichiararlo troppo apertamente, restando agganciati agli Stati Uniti, evitando strappi. L’Italia resta così uno degli ultimi Paesi europei a non aver riconosciuto la Palestina, insieme alla Germania. Ancora una volta dalla parte sbagliata della storia. Il governo parla di costruzione diplomatica, mentendo spudoratamente e ignorando una lettera di 40 ex ambasciatori che al governo chiedevano proprio il contrario, ovvero uscire dall’ignavia e prendere una posizione netta. E il fatto che a Palazzo Chigi considerasse il riconoscimento dello Stato palestinese “controproducente” dice molto più delle intenzioni che si nascondono dietro alle strategie diplomatiche. Non si tratta di prudenza, ma di opportunismo politico ed economico per i nostri contratti con Israele. Una scelta che oggi rende l’Italia complice di crimini indicibili.

Chi oggi manifesta per la Palestina non scende in piazza solo contro l’occupazione, i bombardamenti, la distruzione sistematica di un popolo. Scende in piazza contro il silenzio. Contro la complicità. Contro l’ipocrisia di uno Stato che si indigna per qualche vetro rotto ma tace davanti agli ospedali rasi al suolo, ai bambini sepolti sotto le macerie, alle carestie indotte. Questo governo ha paura delle piazze perché sa che la verità, fuori dal palazzo, non si può più controllare. La repressione, la criminalizzazione, le accuse di “teppismo” non sono altro che la reazione disperata di un potere che non tollera il dissenso. Ma non basteranno le minacce, né le menzogne. Perché chi oggi occupa strade, università, stazioni e porti lo fa con una consapevolezza più grande di qualunque manganello: la consapevolezza che la storia non si scrive col favore dei forti, ma con la voce di chi rifiuta l’ingiustizia. E allora se essere dalla parte della Palestina significa essere dalla parte della giustizia, della vita, del diritto a esistere – allora sì, siamo colpevoli. E in piazza ci torneremo, ancora, a gridarlo. In tutte le piazze. Finché sarà necessario.