Silvia Romano ci è costata sicuramente meno dell’ignoranza degli xenofobi

La liberazione e il ritorno in Italia di Silvia Romano hanno portato a galla l’acrimonia di una fetta del Paese, prevalentemente quella di destra con tendenze xenofobe, sessiste e complottiste. Invece di riabbracciare una nostra concittadina dopo un rapimento durato 18 mesi, c’è chi ha puntato il dito contro le sue scelte religiose, l’abito indossato o persino il sorriso mostrato ai fotografi. C’è però un altro tema che è rimbalzato sui social fino a diventare il cavallo di battaglia degli odiatori, condensato in un’unica affermazione: “Hanno pagato il suo riscatto con i nostri soldi”.

Inizialmente si è parlato di una somma intorno ai 4 milioni di euro stanziata per la liberazione, mentre in seguito le voci si sono spostate su un’altra cifra: 1,5 milioni. Il governo italiano non ha rilasciato informazioni a riguardo e, come avvenuto in passato per episodi analoghi, probabilmente mai lo farà. I dettagli noti sono i seguenti: la cooperante italiana è stata rapita in Kenya ed è finita nelle mani di un’organizzazione terroristica chiamata al Shabaab, gruppo jihadista attivo in Somalia dal 2006. Silvia è stata liberata nelle vicinanze di Mogadiscio, capitale somala, grazie a un’operazione dei nostri servizi segreti con a capo l’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna) insieme all’intelligence del Kenya e della Turchia. Tutto il resto, dalle cifre del riscatto ai dettagli della sua prigionia, rientra nella speculazione mediatica. Quello che possiamo analizzare è il modo in cui vengono gestiti i sequestri da parte dell’Italia e degli altri Paesi, per comprendere che il caso di Silvia Romano non rappresenta un unicum.

A livello nazionale, l’Italia ha vissuto la sua stagione di sequestri negli anni Settanta e Ottanta. I rapimenti si differenziavano in base allo scopo: politico, mafioso o estorsivo. Erano gli anni dell’Anonima sarda, del banditismo, di Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi rapiti e liberati dopo il pagamento del riscatto di 550 milioni di lire, di Cosa Nostra e la ‘ndrangheta allineate nella strategia dei sequestri, del caso Paul Getty e dell’orecchio tagliato prima del rilascio, avvenuto dopo il pagamento di 3 milioni di dollari. Se il caso Moro è stato il paradigma del movente politico e ha segnato in negativo la storia del Paese, per due decenni si sono susseguiti sequestri che hanno portato lo Stato a tutelarsi con la legge numero 82 del 1991, che introdusse il blocco dei beni dei parenti dell’ostaggio e delle sue persone affini. La legge nacque per impedire i pagamenti dei riscatti e disincentivare i sequestri. Funzionò, perché da quel momento – escludendo azioni isolate e colpi di coda dell’Anonima sarda, come per i casi Melis e Soffiantini – il sequestro smise di essere un modus operandi della criminalità organizzata, diventando un metodo troppo rischioso per estorcere denaro.

Risolto il problema tra i suoi confini, l’Italia si è trovata ad affrontare nel nuovo millennio diversi episodi di rapimenti internazionali. In questo caso, a differenza dei sequestri sul suolo nazionale, le famiglie sono state escluse dalle trattative, e lo Stato si è caricato totalmente dell’onere decisionale e finanziario. Generalmente, nell’opinione pubblica di uno Stato democratico che dà ai diritti umani l’importanza che meritano un governo giusto è quello che protegge i suoi cittadini e tenta in qualsiasi modo di salvarli. Qui è nato un interrogativo spinoso sulla linea da adottare sui sequestri, ovvero scegliere se pagare il riscatto salvando una vita ma esponendosi a gesti d’emulazione, con i terroristi consci della strategia di una nazione e pronti ad approfittarne, oppure se affidarsi alla linea dura, non pagando il riscatto e mettendo a rischio la vita di un connazionale rapito, ma facendo capire ai criminali internazionali che rapire un italiano non è un buon affare. Quest’ultima strategia, si è rivelata vincente sul territorio nazionale, ma in ambito mondiale entrano in gioco dinamiche diverse sulle trattative, sul coinvolgimento dei servizi segreti di altre nazioni e soprattutto sull’immagine del Paese che viene trasmessa all’estero.

L’Italia, nei casi di rapimenti internazionali, ha sempre deciso di pagare il riscatto. Non è la sola: la stessa strategia è stata adottata anche da altre nazioni europee come Francia, Germania e Spagna, che hanno sborsato cifre molto elevate. Per il New York Times, durante il periodo dei sequestri di al Qaeda tra il 2008 e il 2013, la Francia è stata la nazione che ha pagato di più per i riscatti, ben 58 milioni di dollari. Le cifre italiane però non sono mai state dichiarate dai governi dell’ultimo ventennio, e si tratta di esecutivi di ogni colore: tutti hanno liberato ostaggi affidandosi alla negoziazione. Si passa dal centrodestra di Berlusconi (con la Lega e in seguito Meloni all’interno della squadra) che è sceso a trattative tra gli altri per Giuliana Sgrena, Simona Pari e Simona Torretta, Clementina Cantoni e altri ostaggi, al governo Monti con Rossella Urru, fino al governo Letta con Domenico Quirico e il governo Renzi con Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. Dopo ogni riscatto è partito il valzer delle cifre, con i giornali a sciorinare numeri ipotizzati e mai confermati dalle autorità.


Questo approccio ha evitato spargimenti di sangue e crisi diplomatiche, e inoltre ha garantito uno scudo ai leader politici: in caso di rifiuto del pagamento e blitz armato il rischio è sempre l’uccisione dell’ostaggio. In questo modo però è anche vero che i terroristi hanno continuato a vedere i turisti, i cooperanti e i funzionari italiani come una sorta di walking money, bersagli facili per estorcere soldi da usare per rifornirsi di armi e tenere sotto scacco intere comunità, specialmente in Africa. C’è da dire che sono pochi gli Stati a non negoziare con i terroristi. Israele ad esempio non paga il riscatto ma scambia gli ostaggi con prigionieri politici (emblematico il caso del militare Gilad Shalit, liberato in cambio della scarcerazione di 1027 palestinesi). La Russia è famosa per i suoi blitz, ma sul tema degli ostaggi ha macchie enormi persino tra i suoi confini, come dimostra il caso del teatro Dubrovka a Mosca nel 2002. Negli Stati Uniti la politica federale vieta qualsiasi concessione ai sequestratori, ma nel 2015 Barack Obama ha garantito alle famiglie degli ostaggi americani in mano ai terroristi di non venire più perseguite penalmente in caso di tentativo di pagamento del riscatto per liberare i propri cari. Questa decisione è avvenuta in seguito al no-concessions che ha portato a svariate decapitazioni di civili americani a opera dell’Isis, con il governo irremovibile nella scelta di non pagare alcun riscatto. Su questo tema gli Stati Uniti hanno un punto in comune con l’Italia, e per l’esattezza una vita sulla coscienza: quella di Nicola Calipari.

La giornalista Giuliana Sgrena, rapita da un’organizzazione jihadista in Iraq nel 2005, venne liberata dopo un mese grazie all’intervento dei servizi segreti italiani. Si parlò all’epoca del pagamento di un riscatto di 5 milioni di euro, cifra mai confermata né dal governo Berlusconi né da quelli successivi. Durante il tragitto che doveva condurre la giornalista all’aeroporto di Baghdad, l’automobile venne invasa da una raffica di colpi che la ferì e uccise il funzionario Nicola Calipari, raggiunto da un proiettile mentre tentava di proteggerla con il suo corpo. I colpi furono sparati dai soldati statunitensi, che si difesero in seguito dichiarando di aver agito in tal modo poiché l’automobile non si era fermata a un posto di blocco. La versione italiana negò l’esistenza di un posto di blocco. Onde evitare crisi tra Italia e Stati Uniti, negli anni successivi la vicenda fu poi – come a volte succede quando ci sono di mezzo rapporti di forza e alleanze – insabbiata.

Nicola Calipari

L’Italia non ha dunque mutato il suo atteggiamento durante il caso Romano, non ci sono stati favoritismi o differenti metodi d’azione. La destra, come al solito caciarona e urlatrice, si è appigliata a qualsiasi dettaglio per creare una polemica sul nulla. A eccezione di Guido Crosetto, che non facendo speculazioni su un evento così drammatico ha manifestato la naturale soddisfazione e felicità per la liberazione di una persona sequestrata. Salvini ha criticato il ritorno di Silvia, dicendo che sarebbe stato necessario qualcosa di più sobrio. Detto da chi ha affrontato l’arresto e il ritorno di Cesare Battisti come una baracconata d’avanspettacolo, appare grottesco. Soprattutto perché la Lega e Giorgia Meloni, che si lamenta delle trattative con i terroristi, erano al governo con Berlusconi quando ci sono stati casi analoghi. L’Italia ha sempre agito così, anche quando non c’erano di mezzo dei sequestri ma bisognava riportare in patria dei connazionali. Il caso recente di cui si è parlato di più è quello dei marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. All’epoca Salvini e Meloni spingevano per il loro ritorno, oggi storcono il naso per il rientro di Silvia Romano. Probabilmente perché Silvia è una donna, è “amica delle ong” e si è convertita all’Islam, dunque è inevitabilmente una nemica della destra.

Anche la tiritera sui soldi pubblici utilizzati per liberarla è ipocrita. Se anche fosse reale la cifra di 4 milioni di euro, sarebbero 6 centesimi per ogni italiano. È giusto pagare le tasse per far sì che lo Stato possa offrire dei servizi fondamentali ai cittadini, e tra questi rientra il salvataggio di una vita, a prescindere da ogni scelta politica o punto di vista sui sequestri. C’è chi gioisce di fronte a questa liberazione e si astiene dalle polemiche sterili; e poi c’è chi baratta la propria dignità per meno di dieci cent.

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