In 60 anni abbiamo prodotto 8,3 mld di tonnellate di plastica. Ne ricicliamo solo il 15%.

Secondo uno studio pubblicato su Science Advances nel 2017, entro il 2050 negli oceani potrebbe esserci più plastica che pesci. È solo una delle conseguenze dell’abuso di questo materiale fatto negli ultimi decenni, strettamente legato al suo utilizzo incontrollato da parte della popolazione mondiale. Negli ultimi 60 anni sono state prodotte 8,3 miliardi di tonnellate di plastica e, con i ritmi attuali, nel 2050 le discariche del mondo ospiteranno 12 miliardi di tonnellate di questo materiale – più o meno il peso di 35mila Empire State Building. A oggi, circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno negli oceani, cifra che spiega perché la nuova fauna marittima potrebbe presto essere composta da bottigliette e imballaggi piuttosto che da creature viventi.

È uno scenario apocalittico, che non può lasciare indifferenti. Negli ultimi anni la sensibilizzazione della società civile sul tema è cresciuta in modo esponenziale, come dimostrano le piazze con centinaia di migliaia di manifestanti per i Fridays for Future, il boom dei partiti verdi alle ultime Europee, le scelte di consumo green sposate da un crescente numero di persone e l’adesione a principi ecologici da parte di aziende grandi e piccole. Il Pianeta è a rischio e serve un’inversione di rotta nelle abitudini quotidiane di ogni singola persona. È in questo contesto, per esempio, che si è diffusa la raccolta differenziata in Italia, passata dal 9% al 50% nei primi 22 anni dalla sua approvazione con la la legge 22 del 1997. Riutilizzare i rifiuti significa impiegare meno risorse per riprodurre da zero quei materiali, ma anche ridurre le emissioni inquinanti derivanti dal loro smaltimento. Purtroppo la teoria si scontra con un’applicazione pratica molto meno positiva: in Italia come in molti altri Paesi del mondo, sembra che non si stia riuscendo a superare certe percentuali di riciclo, a causa di cattive abitudini della popolazione, ma anche e soprattutto dell’incapacità a trattare l’enorme quantità di plastica che produciamo.

Le dimensioni del mercato globale della gestione dei rifiuti dovrebbero raggiungere i 484,9 miliardi di dollari entro il 2025 e già nel 2017 valevano 303,6 miliardi di dollari. Migliaia di aziende, che estraggono valore dai rifiuti, li processano e li trasformano, in una filiera dove si incontrano l’offerta di spazzatura e la domanda di prodotti riciclati derivati. Un ciclo che diventa fondamentale soprattutto per alcuni materiali molto inquinanti, plastica in testa, se si conta che per produrne un chilo servono in media due litri di petrolio. In Italia, nel 1998, si raccoglievano meno di 2 chili di materiali plastici per abitante, mentre oggi si arriva a 18. Solo tra il 2017 e il 2018 la raccolta della plastica è aumentata del 14%, tanto che oggi siamo primi in Europa per recupero dei rifiuti, con il 79% della raccolta complessiva. Le tonnellate di rifiuti di imballaggio in plastica provenienti dalla raccolta differenziata domestica riciclate nel 2017 ammontavano a 562mila.

Questo primato, senza una filiera che lo valorizzi, serve a poco. Come ha sottolineato il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclaggio e il recupero degli imballaggi in plastica, nel 2017 solo il 41% degli imballaggi raccolti è stato avviato al riciclo, mentre il resto è stato stipato nelle discariche o destinato ai termovalorizzatori. Inoltre, di questa quota, meno di due terzi sono stati realmente trasformati in nuovi oggetti. Il problema è in parte a livello dei cittadini, che spesso fanno errori nella differenziazione dei rifiuti che si rivelano poi dannosi nella fasi del riciclo. Ma le maggiori criticità si trovano a monte, nella mancanza di un numero adeguato di impianti per il trattamento dei rifiuti plastici, ma anche in una quantità di rifiuti di questo tipo eccessiva rispetto a quella che è la domanda di prodotti da essi derivanti.

Fino a pochi anni fa, questo problema era risolto dalla Cina. Solo nel 2016 questa nazione ha acquistato dall’estero 7,3 milioni di tonnellate di scarti di plastica, circa tre quarti del totale dei rifiuti di questo tipo esportati dai Paesi di tutto il mondo. Tra i più attivi esportatori di questo mercato erano proprio i Paesi europei: circa il 42% dei loro rifiuti andavano a Pechino. Poi, a inizio 2018, il governo cinese ha deciso di chiudere le sue frontiere a 24 tipologie di rifiuti, tra cui quelli plastici, a causa dell’eccessiva contaminazione dei materiali provenienti dall’estero, ma anche delle denunce di diverse Ong sullo sfruttamento dei lavoratori impiegati nel settore. Fino a quel momento l’Italia esportava circa uno scarto plastico su due in Cina, mentre dal 2018 il Paese asiatico accoglie solo il 2,8% dei rifiuti nostri plastici. L’esportazione di questi materiali si è diretta verso altre destinazioni: nel 2018 l’Italia ha esportato 197mila tonnellate di plastica, soprattutto verso Vietnam, Malesia, Thailandia e Est Europa. Un viaggio che costa in media 200 euro per tonnellata di rifiuti. Questo non ha permesso di compensare il blocco cinese, intasando discariche e depositi senza che il cerchio del riciclo potesse chiudersi. La quantità di rifiuti prodotta in Italia è superiore alle nostra capacità di processarla e se già prima si riciclava solo il 40% della plastica differenziata, oggi quel dato rischia di calare ancora. Se nel 2015 servivano 80 euro per smaltire una tonnellata di rifiuti, oggi si arriva a 240 euro. Il boom di roghi di rifiuti degli ultimi mesi è il risultato visibile della scelta di molti imprenditori che, per non pagare le quote maggiorate di smaltimento rifiuti post-chiusura delle frontiere cinesi, si rivolgono alla criminalità organizzata. Le mafie guadagnano dal traffico di rifiuti 3,2 miliardi di euro l’anno, secondo il rapporto 2018 Ecomafie di Legambiente.

I roghi non sono la sola strategia utilizzata. I rifiuti continuano a essere esportati, ma spesso in modi illeciti che non vanno ad alimentare la filiera del riciclo, ma piuttosto una spirale di inquinamento. I paesi del Sud-est asiatico hanno regolamentazioni ambientali meno rigorose dei Paesi occidentali e questo fa la fortuna di chi lucra sul business del traffico dei rifiuti. In molti casi i materiali vengono abbandonati nelle campagne o in siti illegali. Un report di Greenpeace del 2018 ha denunciato la presenza di tonnellate di rifiuti occidentali in discariche illegali della Malesia. Per fronteggiare l’emergenza, Paesi come la Thailandia hanno legiferato in materia, bloccando al pari della Cina le importazioni di spazzatura occidentale. A maggio, le Filippine hanno rimandato in Canada una serie di container di spazzatura classificata come riciclabile per il semplice fatto che non lo era affatto.

Le misure adottate da diversi Paesi asiatici per non diventare la discarica dell’Occidente stanno avendo gravi ripercussioni in Europa, Italia compresa. Nel nostro caso, c’è un doppio problema, legato alle proprietà del materiale, ma anche alla gestione inefficiente delle pratiche di riciclo. “Di solito si riesce a trasformare bene solo la plastica ad alta densità, come quella dei tappi delle bottiglie o delle bottiglie spesse, perché ha un miglior rendimento ed è economicamente più conveniente. Tutte le altre plastiche, come quelle mescolate nella raccolta differenziata, le buste o comunque quelle contenute in una raccolta differenziata fatta male, finiscono in blocchi di materiale”, spiega la Presidente di Legambiente Lombardia, Barbara Meggetto. Il problema è che in Italia si fa più attenzione alla quantità di raccolta differenziata, piuttosto che alla qualità. Inoltre, il processo di trattamento della plastica è molto complesso e prevede lunghe sessioni di lavaggio, pulitura, taglio e fusione che rendono l’iter costoso in termini economici, temporali e, paradossalmente, ambientali.

Questo non significa che la raccolta differenziata della plastica sia inutile e vada evitata. Si tratta, piuttosto, di rendere più efficiente il ciclo così da farla diventare una pratica conveniente. “Bisogna creare un mercato finito, una filiera. Se la plastica viene trasformata in granuli, ma poi nessuno la compra perché non rispetta la qualità e le caratteristiche ricercate, abbiamo fatto un’operazione importante, ma per chiudere l’anello dell’economia circolare manca un pezzo”, continua Meggetto. “È fondamentale lavorare su dove destinare le frazioni della raccolta differenziata, soprattutto quelle più soggette all’andamento del mercato. Se questi materiali non hanno mercato si creano oasi di stoccaggio, con i rifiuti che poi finiscono per essere smaltiti in modo illegale, anzi criminale”.

L’inefficienza non è un’esclusiva italiana: su 8,3 miliardi di tonnellate di plastica prodotte nel 2017 in tutto il mondo, solo il 15% è stato riciclato, il 25 incenerito e il resto stoccato in discariche. Secondo l’Ocse, la media europea si attesta sul 30% di rifiuti plastici riciclati. Il dato italiano del 40%, per quanto basso in termini assoluti, è dunque positivo, ma è anche la spia di un problema globale. I governi nazionali stanno provando a ovviare a questa criticità. Viste le difficoltà nel rendere efficiente il riciclo della plastica, stanno puntando sul ridurne il suo utilizzo. La plastic tax in discussione in Italia, che porterebbe a un aumento del prezzo delle bottiglie di acqua che oscilla tra il 5,6% e il 13,3%, va in questa direzione, anche perché siamo terzi nella classifica mondiale di chi consuma più acqua in bottiglia, con circa 208 litri a persona all’anno e 8 miliardi di bottiglie sprecate.

Modificare le abitudini dei cittadini è importante, ma non basta. La buona volontà della società civile non è sufficiente se non è integrata da uno sforzo più ampio a livello politico e aziendale per rendere la gestione dei rifiuti plastici più efficiente e completa, attraverso un’economia circolare in cui tutti gli ingranaggi funzionano e dove si favoriscono solo le plastiche trattabili nel processo di riciclo. Molte delle plastiche immesse nel ciclo non sono infatti trattabili dal sistema attuale. Da una parte è necessario scoraggiare la produzione e l’utilizzo di questi materiali, dall’altra vanno messi a punto sistemi che alleggeriscano il carico di lavoro del sistema di riciclo dei rifiuti. Un esempio viene dalla Lituania, dove dal 2016 nei supermercati le bibite in plastica vengono vendute con un sovraprezzo che corrisponde alla cauzione per il vuoto, così da incentivare i consumatori a restituirle per poi permetterne un riutilizzo di fatto immediato.

Serve la somma di tante piccole pratiche che siano però parte di uno sforzo transnazionale: le statistiche ci raccontano di uno scenario globale di gestione dei rifiuti plastici in cui non ci sono esempi virtuosi o meno. Siamo tutti in difetto e non abbiamo più scuse per rimandare la decisione di agire a partire da ora.

Questo articolo, sviluppato da THE VISION per il progetto HABITAT, è stato sponsorizzato da Volkswagen.

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