Le reazioni all’Amaca di Serra come metafora del Paese - The Vision

Se in questi ultimi giorni non siete rimasti chiusi dentro una cella frigorifera, o in un’imbarcazione al centro del grande vortice di plastica del Pacifico settentrionale, o in un campo base alle pendici di un massiccio tibetano, probabilmente sapete già che Michele Serra ha scritto un’Amaca molto dibattuta. Non è solo che molti sui social ne stanno discutendo: sembra proprio che non riescano a smettere. Se all’inizio aveva tutta l’aria di una discussione politica, a questo punto sembra più un esperimento sulla percezione collettiva. Qualcosa di simile al grande dibattito sul Vestito Nero-Azzurro o Bianco-Oro che catturò l’attenzione di tutti gli internauti nel lontano 2015, forse qualcuno ancora si ricorda. In una fotografia veniva ritratto un vestito che per molti era nero e azzurro, e per molti altri era bianco e oro, e non ci si è mai messi d’accordo su chi dovesse avere ragione. Il solco tracciato da Serra con l’Amaca di venerdì scorso sembra altrettanto profondo. Riferendosi all’ultima ondata di notizie riguardanti incidenti scolastici, Serra scrive che “il livello di educazione […] è direttamente proporzionale al ceto di provenienza”. Di fronte a un’affermazione così perentoria, l’arena dei lettori si spacca in due: da una parte c’è chi trova l’Amaca assolutamente condivisibile; dall’altra chi la considera di un classismo insopportabile. Entrambe le parti stanno leggendo lo stesso trafiletto e appaiono trasversali; da entrambe le parti troviamo lettori progressisti e conservatori, laureati e non, esegeti acuti e gente che ha letto soltanto le prime tre righe. I pochi che tentano di trovare una soluzione di compromesso (Serra avrebbe ragione, ma l’avrebbe messa giù un po’ troppo brusca) si trovano nella posizione più scomoda: come fai a sostenere pubblicamente che Serra si spiega male in 1500 caratteri? Lo fa da trent’anni.

Michele Serra

A questo punto, più di prendere partito per l’uno o l’altro schieramento, si tratterebbe di capire cosa li ha divisi in modo tanto netto. Per molti pro-Serra si tratta di una banale questione di comprensione del testo: da una parte c’è chi ha capito che Serra non sta affermando una verità apodittica, ma denunciando uno “scandalo” (è lui il primo a usare questa parola) che le forze progressiste hanno l’obiettivo di contrastare. Dall’altra parte ci sono gli analfabeti funzionali che non se ne sono accorti, oh, e dire che è così semplice. Lo ha persino scritto: “scandalo”. Lettori troppo distratti che arrivano da link che li orientano male e cliccano via dopo tre righe credendo di aver capito chissà cosa. E però non tutti gli anti-Serra sono così. C’è anche chi non ha affatto frainteso la sua posizione, ma trova discutibile il suo assioma: non risulterebbe affatto, come sostiene Serra, che la situazione è più grave negli istituti professionali e tecnici rispetto ai licei. In una ricerca ISTAT sul bullismo condotta nel 2014 il 19,4% degli studenti liceali appariva vittima di azioni di bullismo diretto; seguivano gli studenti degli istituti professionali (18,1%) e quelli degli istituti tecnici (16%). Il che non vuol comunque dire che volino più sedie nei licei che nei professionali. Il fatto è che in questi giorni si sta parlando di casi che tre volte su quattro non hanno a che vedere col bullismo. Uno studente che fa una scenata a un insegnante non è bullismo – a volte è pura insolenza o melodrammatica ad usum Youtube. Un genitore che aggredisce un docente non è bullismo. Si tratta di più banale prepotenza, oltre che maleducazione, e non siamo nemmeno sicuri che sia in aumento.

Molti anti-Serra contrappongono all’Amaca le proprie esperienze personali: è quasi un riflesso involontario. C’è il figlio del muratore che ha fatto il classico, chi ricorda con nostalgia un ITI o un IPSIA dove gli insegnanti venivano trattati con rispetto, eccetera. Nessuno di questi resoconti ha un valore statistico in sé; messi tutti insieme però dimostrano una forte resistenza di massa all’assioma di Serra: quell’Italia in cui la maleducazione è direttamente inversa al ceto non esiste più, ammesso che sia mai esistita. È una semplificazione che forse può funzionare in alcune città grandi e medie in cui il giornalista ha abitato, ma che va in pezzi appena si mette un po’ il naso in provincia – e l’Italia, rispetto ad altri Paesi dove l’urbanizzazione è più intensa, ha questa particolarità che a molti osservatori sfugge: è una grande provincia. È un luogo dove a volte non studia chi se lo può permettere, ma chi non ha alternative, mentre i figli dei padroni si contentano spesso di scaldare la sedia cinque anni in un diplomificio privato dove gli insegnanti se la vedono brutta tanto quanto in un professionale. È un’Italia dove è normalissimo incontrare analfabeti in yacht e dantisti in pedalò. È un mondo senz’altro ingiusto e sbagliato, ma ecco, stavolta non è ingiusto e sbagliato come lo descrive Serra, tutto qui. È vero che gli insegnanti dei professionali se la passano peggio che quelli dei licei? Non ci sono concreti dati statistici, ma sembra abbastanza intuitivo. È vero che quei professionali sono frequentati soprattutto dal volgo, mentre al liceo vanno i ricchi? Non proprio, non sempre, e per molti lettori non è questo il punto. Il genitore arrogante che minaccia il prof non è necessariamente un poveraccio insicuro. A volte è un facoltoso – ugualmente insicuro.

Serra alla fine cerca di ricondurre un argomento (il bullismo scolastico) al grande Tema di ogni pensatore e militante di formazione anche solo vagamente marxista: la lotta di classe. Tutto il resto è sovrastruttura. Dite che le scuole stanno diventando una jungla? Sarà per via della lotta di classe. Date ai poveri la stessa scuola dei ricchi, e la jungla si dipanerà, centomila fiori fioriranno. I poveri non sono d’accordo? È falsa coscienza, propalata dai populisti, inconsapevoli servi del potere. Qualcuno può trovare questo approccio ideologico, ma molti che criticano Serra non ritengono così superata la lotta di classe. Semplicemente non riescono più a riconoscere in lui un intellettuale organico; nemmeno un fiancheggiatore. Pare piuttosto un gentiluomo di campagna con un’idea della società un po’ astratta. Sarebbe tutto molto più chiaro se solo i poveri ammettessero di essere poveri… E invece capiscono male e s’incazzano. È vero, s’incazzano, ma non hanno capito poi così male.

È senz’altro anche un problema di contesto: Serra si trova nella difficile posizione di simbolo di un ceto medio riflessivo che pur borbottando ha appoggiato il Pd al governo, da Monti a Renzi a Gentiloni, per sette anni: sette anni di ragionevolezza, di accigliato paternalismo, ai termini dei quali hai voglia a dichiarare lo scandalo dell’ingiustizia sociale; sette anni in cui tra Repubblica e il popolo si è aperta una voragine. Serra probabilmente è il primo che preferirebbe ridimensionare la sua figura, e un grosso passo indietro a ben vedere lo ha già fatto: la sua Amaca è passata dalla cima della prima pagina a quella dei commenti (incontrotendenza con gli altri quotidiani nazionali, dove le rubriche da 1500 battute stile-Amaca in prima pagina sembrano divenute necessarie). Senz’altro non merita tanta aggressività, senz’altro non si può liquidare come quei benpensanti che a ogni manifestazione di piazza riciclano Pasolini dando per scontato che i poliziotti continuino a essere i poveracci e i manifestanti in prima linea i borghesi. A volte è ancora così, a volte no, la lotta continua ma siamo in una fase di mischia, è difficile riconoscersi; uno studente arrogante potrebbe essere una vittima della società ma anche uno stronzetto che non capisce perché a sedici anni deve perdere ancora tempo in classe quando suo padre ha già pronto per lui il capannone per la startup innovativa (coi fondi europei). C’è gente che urla per riconoscersi, slogan anche vecchi o esagerati, ma più che il senso si tratta appunto di riconoscersi; un gran baccano. È difficile a questo punto non immaginarsi Serra, in vestaglia, che si affaccia un po’ perplesso: tutto questo caos indispone.

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