Dobbiamo imparare a distinguere realtà e dati se vogliamo salvare la democrazia

Nelle previsioni meteo si trovano due dati distinti: la temperatura effettiva e quella percepita. Con 35 gradi centigradi chi si trova in centro a Milano sente più caldo rispetto a chi sta facendo una passeggiata in montagna, anche se gli strumenti registrano lo stesso valore. Ci sono dei fattori esterni che cambiano di qualche grado la percezione che il corpo ha del caldo e del freddo, come umidità, afa e vegetazione circostante. In economia si può fare un ragionamento molto simile, ed è proprio con questo paragone che inizia Economia percepita, il libro del 2018 scritto dai giornalisti Roberto Basso e Dino Pesole. Da una parte ci sono i dati e dall’altra l’opinione comune, che ragiona filtrandoli con le proprie conoscenze e, soprattutto, le singole esperienze personali.

Nel 2018 l’Ipsos ha svolto un sondaggio sulla percezione della realtà che un campione di italiani poteva avere rispetto a diversi argomenti, dalla criminalità al sesso, dall’ambiente alla salute. Tra questi c’era anche l’economia e il risultato è che in Italia siamo convinti che 38 persone in età da lavoro su 100 siano disoccupate o stiano cercando lavoro – in realtà sono 11 –, e che il Paese sia 69esimo nelle graduatoria delle economie mondiali, e non ottavo (33esimo se si guarda invece al rapporto Pil/potere d’acquisto).

Quindi devono esserci dei fattori esterni che hanno spinto il campione ad avere un’idea diversa rispetto a quella segnalata da dati finanziari e dalle analisi economiche. L’ultima crisi globale, iniziata nel 2007 con lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti, ha scavato sottotraccia, andando ad aggravare le difficoltà dello strato più fragile della popolazione e creando nuovi poveri, ma senza danneggiare in modo massiccio il ceto medio alto, almeno in Europa. Sotto quest’ottica, le battuta dell’allora premier Silvio Berlusconi, “nessuna crisi, i ristoranti sono pieni”, aveva un senso. La crisi finanziaria, prima di arrivare a essere percepita nel reale, è partita dal basso e in quel momento soffocava chi già al ristorante non ci sarebbe potuto andare, ma non era un ancora un problema per la quotidianità di chi un certo tenore di vita se lo poteva permettere comunque. Lo sviluppo di quella situazione era già molto chiaro per gli analisti finanziari, e lo spread fuori controllo ha portato nell’estate del 2011 al passaggio di consegne a Palazzo Chigi tra Silvio Berlusconi e Mario Monti.

Successivamente si è verificata un’effettiva crescita economica tra il picco della crisi nel biennio 2012-2013 e il 2017. I dati Istat registrano in quell’arco di tempo un aumento del Pil, il ritorno del reddito medio pro capite ai livelli del 2008, un calo dei disoccupati e degli inattivi disposti a lavorare. Questa crescita, dovuta in parte a scelte politiche e in parte a fattori che nulla hanno a che vedere con l’azione governativa (e molto con le normali evoluzioni del mercato finanziario), non ha avuto nessun effetto dal punto di vista elettorale. L’opinione pubblica, che nota solo i cambiamenti rapidi e non comprende i tempi dilatati dell’economia, ha premiato i partiti populisti di opposizione ai governi in carica di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. 

L’economia era in miglioramento, ma i cittadini hanno punito le forze politiche che ne erano responsabili. Può sembrare follia, ma non lo è. Basso e Pesole spiegano che la crescita legata a dati astratti, come l’aumento del Pil, la riduzione del deficit e delle spese pubbliche, è di difficile comprensione. Inoltre, la ripresa economica non ha migliorato le condizioni di una larga parte della popolazione, che ha continuato a vedere il miglioramento come numeri astratti. I cicli istituzionali sono molto più brevi dei cicli economici e quando si esce da una crisi chi l’ha gestita può provarlo solo con dati e statistiche, spesso non del tutto affidabili perché di facile manipolazione.

Questo non significa per forza che chi ricorre ai dati economici lo faccia mentendo. Il fatto è che non esiste una oggettività assoluta. I due giornalisti fanno un esempio molto chiaro: nel 2016 il reddito medio di Lajatico, paesino di poco più di mille anime in provincia di Pisa, era più di 45mila euro per abitante. Il motivo non è dovuto al fatto che gli abitanti del posto guadagnino un reddito doppio rispetto alla media nazionale, ma che tra i suoi residenti ci sia il tenore Andrea Bocelli, che ha sfalsato le rilevazioni. A seconda di come lo si analizza, il dato racconta solo una parte di verità, perché non può tenere sempre conto allo stesso modo di tutte le variabili in gioco.

C’è un secondo fattore che contribuisce alla creazione di una percezione distorta della realtà, spiegato nel libro dell’esperto di statistica Hans Rosling, Factfulness: tendiamo a prestare più attenzione alle notizie negative. Siamo più portati a concentrarci su ciò che percepiamo come minaccia piuttosto che su qualunque altra informazione. Il motivo è chiaro: per sopravvivere bisogna innanzitutto sapersi difendere. Ciò che viene visto come pericoloso scatena istinti profondi, viene memorizzato più velocemente e resta più impresso. Questo meccanismo è talmente forte che, di fronte a una fake news che ci ha colpito e ci ha fatto sentire minacciati, anche quando viene offerta la prova inconfutabile della sua falsità, la sensazione di pericolo non viene sedata e una parte della mente continua a crederci. Le buone notizie, i dati, i commenti di esperti che non colpiscono questa sfera emozionale hanno un impatto molto minore. Per questo studiosi e scienziati sempre più spesso vengono collocati dall’opinione pubblica sullo stesso piano di chi sa fare discorsi molto coinvolgenti dal punto di vista emotivo, ma privi di competenza reale sull’argomento trattato.

Il problema è che se l’opinione pubblica ragiona solo sull’oggi, non sa comprendere in modo autonomo i dati, non riesce a vedere i cambiamenti su larga scala e tende a conservare più le informazioni ansiogene che quelle positive, può avere solo una visione pessimistica del futuro. Una visione peggiorativa, che si basa sulla logica dell’emergenza e non su una pianificazione a lungo termine, può solo essere un problema per la democrazia. Di fronte a questo rischio gli autori di Economia percepita propongono alcune soluzioni pratiche, che possono aiutare ad aumentare la consapevolezza della popolazione. La prima è cominciare a coinvolgere la cittadinanza nelle decisioni, usando il modello europeo. Se il centro della politica definisce le regole comuni e gli obiettivi generali, a livello locale e rispettando quelle direttive, obiettivi specifici e modi per raggiungerli possono essere pensati collegialmente, ascoltando il punto di vista degli abitanti sui singoli aspetti. Essere coinvolti in questi processi però prevede un impegno e lo sviluppo di reali competenze in materia, non la tuttologia dilagante sdoganata sui social network. Alcune amministrazioni più attente stanno già lavorando in questa direzione, come Bologna, dove esiste un regolamento per una collaborazione tra amministrazione e cittadini sulla cura dei beni comuni urbani.

Un contributo importante per un diverso approccio alla realtà dovrebbe arrivare anche dal mondo dell’informazione. L’eccesso di notizie, spesso caratterizzate da toni allarmistici, sta portando i consumatori verso uno status di desensibilizzazione, se non di indifferenza. Serve una strada diversa, già imboccata dal giornalismo civico, più costruttivo e orientato a proporre soluzioni oltre che alla denuncia delle criticità. Questo non toglie l’aspetto investigativo della professione o l’importanza di raccontare la realtà anche più negativa, ma permette a chi si informa di sviluppare un approccio più proficuo per sé e la comunità dove vive.

I dati e le statistiche, in ambito economico, servono a fare una proiezione in prospettiva di una situazione che è in realtà un campione. Crescita e decrescita evolvono lentamente nel mondo economico reale e spesso l’opinione pubblica, concentrata su una visione di breve periodo e sul qui e ora, non ha percezione del cambiamento. La tendenza a prevenire le minacce e a basarsi solo sulla propria esperienza personale come dato assoluto rende la cittadinanza molto permeabile alle fake news e sempre più indifferente agli esperti. Formare e mantenere un’opinione pubblica attiva e consapevole deve diventare una priorità nell’agenda tanto dei governi quanto del sistema dei media. A rischio c’è il futuro non solo dell’economia, ma della nostra stessa democrazia.

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