75 anni dopo Auschwitz i Rom sono ancora il capro espiatorio preferito dalla politica

Sebbene sia presente ovunque, secondo l’ultimo sondaggio del Pew Research Center, l’Italia è il Paese in cui il sentimento antizigano è più diffuso, con ben l’83% delle persone che dichiara di avere una cattiva opinione di rom e sinti. Nonostante rappresentino una percentuale irrisoria della popolazione, nel discorso pubblico del nostro Paese, dal bar al Ministero, le persone appartenenti a questa etnia sono descritte come un “problema di pubblica sicurezza”, un’entità unica e omogenea di “lavavetri e borseggiatori” che abitano in roulotte ai margini della società, vivono di espedienti e infastidiscono i cosiddetti “cittadini per bene”. È sempre stato così.

Ai tempi del fascismo, una circolare dell’8 agosto 1926 spiegava l’intenzione del Ministero dell’Interno: “Epurare il territorio nazionale dalla presenza di zingari, di cui è superfluo ricordare la pericolosità nei riguardi della sicurezza e dell’igiene pubblica”. Per questo molti furono deportati in Germania o Austria, dove trovarono la morte nei campi di sterminio nazisti. Ottant’anni dopo, Silvio Berlusconi annunciava l’“emergenza nomadi”, con toni praticamente identici. Bisognava infatti gestire “una situazione di grave allarme sociale, con possibili ripercussioni in termini di ordine pubblico e di sicurezza per la popolazione locale.” L’ultimo governo, quello gialloverde, è andato persino oltre, con l’ex titolare del Viminale Matteo Salvini che voleva fare un censimento su base etnica – cosa che fortunatamente è incostituzionale –, e che ha insultato e augurato la “ruspa” a una “zingaraccia”, rea di averlo contestato.

Secondo l’ex commissario per i diritti umani Thomas Hammarberg, “La retorica di oggi contro i rom è molto simile a quella usata dai nazisti e dai fascisti prima delle uccisioni di massa […] si afferma che i rom rappresentano una minaccia per la sicurezza e la sanità pubblica, non si fa distinzione fra alcuni criminali e la stragrande maggioranza della popolazione rom.”

La presenza dei Rom in Europa è sempre stata trattata dalla politica con toni emergenziali, ma rappresenta tutto fuorché un’emergenza. Arrivati qui nel 1100 d.C. dal subcontinente indiano e originariamente nomadi, sono stati trattati da eterni stranieri, visibilmente “distinti” in termini di usi e costumi rispetto alle popolazioni che man mano li hanno ospitati. Oggi si stima che nel mondo esistano tra i 12 e i 15 milioni di rom, di cui la maggior parte, circa 12 milioni, vive sul continente europeo. Di questi, circa il 61% vive tra Romania, Bulgaria, Slovacchia, Serbia e Macedonia, quella che Leonardo Piasere in Rom d’Europa definisce “la prima Europa zingara”. A trovarsi invece entro i confini dell’Unione sono circa 6 milioni di persone di lingua romaní. L’approccio nei loro confronti è sempre stato di scontro, tanto che, nei secoli, sono stati oggetto di discriminazioni, violenze, deportazioni, assimilazione forzata e genocidio. Nonostante questo, la stragrande maggioranza di loro si è integrata perfettamente, ha la cittadinanza del Paese in cui è vive – o è nato – e non rappresenta alcun “problema”. Piuttosto, “ha un problema”, perché è costantemente sotto attacco. L’Associazione 21 luglio ha contato 125 discorsi di odio nei confronti della comunità rom e sinti solo nel 2018, solo in Italia.

Qui vivono tra le 120 e le 180mila persone di etnia rom e sinti e di queste 70mila hanno la cittadinanza italiana. Il nostro Paese infatti è considerato “la terza Europa zingara”, il che significa che il rapporto tra popolazione “autoctona” e rom raggiunge al massimo lo 0,2%. Secondo una relazione dell’associazione 21 Luglio, delle poche decine di migliaia persone rom che vivono sul suolo italiano, coloro che si trovano in condizione di emergenza abitativa – ovvero vivono in insediamenti formali e informali, in micro insediamenti e in centri di raccolta rom – sono circa 25mila. Se poniamo come totale 150mila persone, ovvero una cifra a metà tra il massimo e il minimo delle stime, si tratta del 17%. La restante parte, ovvero la stragrande maggioranza, non esiste nel discorso pubblico. C’è un’intera classe media di etnia rom e sinti che viene costantemente ignorata e umiliata, etichettata come criminale solo a causa della propria appartenenza etnica. Questo avviene purtroppo con gli stranieri in generale, ma i pregiudizi nei confronti dei rom sono i più duri a morire, più radicati rispetto a quelli verso qualsiasi altra minoranza.

Ancora oggi, infatti, ci portiamo dietro delle convinzioni molto antiche, generatesi a causa del pensiero religioso, che vedeva il nomadismo come una maledizione lanciata da Dio su un popolo, e la superstizione, che considerava forgiatori di metalli e negromanti – attività che spesso occupavano le vite di rom e sinti europei – come una sorta di stregoni. Da qui l’idea che i rom rubino, preferiscano vivere in baracche, rapiscano i bambini e non vogliano integrarsi.

Forse la più odiosa delle leggende è proprio quella sul furto di minori, che ha generato situazioni a dir poco spiacevoli. C’è ad esempio la storia di Maria, una bambina romanì di origini bulgare che nel 2013 era su tutti i giornali perché, per l’opinione pubblica, era stata rapita e ritrovata casualmente in un campo rom in Grecia. Si rivelò poi essere figlia di una coppia di residenti dello stesso campo. Solo un anno dopo, un episodio simile coinvolse una bambina di sette anni e un bambino di due, i quali furono allontanati dai genitori perché avevano i capelli troppo biondi e gli occhi troppo azzurri per essere loro. Le autorità irlandesi pensarono quindi che i ragazzini fossero stati rubati, ma gli esami del DNA confermarono che entrambi erano figli delle famiglie a cui erano stati sottratti. Una sorta di paranoia collettiva che porta spesso a credere quanto non trova alcun riscontro nei dati.

Secondo una ricerca dell’università di Verona del 2008, infatti, dal 1985 al 2007 in Italia non è stato registrato nessun caso di condanna per sequestro o sottrazione di persona che riguardasse il rapimento di bambini da parte di rom. Lo stesso risultato è stato confermato dalla ricercatrice Sabrina Tosi Cambini nel libro La zingara rapitrice, in cui  ha analizzato gli archivi dell’Ansa dal 1986 al 2007, selezionando tutte le notizie in cui si denunciavano presunti rapimenti e scomparse di bambini per mano di persone di etnia rom. Al termine dello studio ha riscontrato che, dei trenta casi raccolti, nessuno si è dimostrato vero dopo le indagini della polizia e della magistratura.

Un’altra idea molto diffusa è che le persone di etnia rom – “per cultura” – vogliano vivere in baracche ai margini delle città e rubare per sopravvivere. In verità, il nomadismo è ormai una realtà del tutto residuale, si parla circa del 3%, dunque più che una volontà, quella del non avere una casa è piuttosto una condizione, in cui molti rom si ritrovano a causa della segregazione sociale di cui la loro etnia è vittima. Che cosa è successo quando una famiglia rom di origini bosniache ha tentato di entrare nella propria casa popolare nella periferia romana, regolarmente assegnata loro, ce lo ricordiamo tutti.

Infine, per quanto riguarda i furti, non esistono statistiche che possano provare che i rom hanno una maggiore inclinazione a questo tipo di reati rispetto ad altre etnie. Anche perché i dati sulle carceri possono essere profondamente viziati dalla profilazione razziale spesso compiuta dalle autorità. Ciò che si può dire, invece, è che è pacifico che in condizioni di marginalità e degrado il tasso di criminalità aumenti. Bisogna tenere in considerazione che essere rom significa anche fare più fatica a trovare un lavoro: il 20% dei cittadini europei ha dichiarato di sentirsi a disagio all’idea di lavorare con una persona di etnia rom. In Italia questa percentuale supera il 40% e anche per questo abbiamo una percentuale di rom occupati molto inferiore alla media europea. A prescindere da questo, si deve anche rilevare che i dati sui reati di cui sono costantemente accusati i rom (rapine in villa, furti, scippi) sono in calo ormai da moltissimi anni, e quindi non costituiscono alcuna emergenza.

Dire tutto questo non significa giustificare chi ruba, o voler ignorare che esistano casi simili. Significa puntare il dito contro il reale colpevole di questa situazione, ovvero chi ha permesso che si generassero ghetti e scontri sociali, anche attraverso un linguaggio emergenziale usato a fini strumentali: la politica. 

Occuparsi della “questione rom” è complesso, nessuno lo mette in dubbio. Il punto è che la politica non ci ha mai davvero provato perché farlo sarebbe controproducente. Secondo un rapporto del Consiglio europeo per i diritti umani, i rom hanno rappresentato nei secoli “i capri espiatori da utilizzare quando le cose si mettevano male e le persone del posto non volevano prendersene la responsabilità”. Ancora oggi, per Amnesty International, i rom rientrano tra le categorie più utilizzate per scatenare l’odio online dei propri seguaci da parte dei politici. Perché affrontare la “questione” e privarsi di un’arma che genera consenso e può essere usata in qualsiasi momento per “dimostrare la propria forza”?

La reazione securitaria è la più semplice da vendere agli elettori, per questo è stata fino ad oggi la più utilizzata, ma è poco lungimirante e non risolve i problemi di nessuno, né dei rom, né degli altri cittadini. Solo nel 2018 le autorità hanno smantellato 200 campi rom senza però prevedere un luogo per l’accoglienza di queste persone. Probabilmente nel breve periodo hanno mostrato ai cittadini la presenza dello Stato italiano, ma nel lungo sono spariti. L’esito più prevedibile, dunque, è che queste comunità si insedieranno altrove, creeranno un altro ghetto, il degrado aumenterà e con esso il sentimento antizigano. Questo perché la percezione del loro impatto sulla comunità sarà molto maggiore rispetto alla realtà – perché non è gestita, non è affrontata.

In Italia ci può essere lo 0,2% di popolazione rom e buona parte di loro può essere indistinguibile da chi è italiano da 10 generazioni, ma le persone penseranno che si tratta di numeri molto più alti se non si fa corretta informazione o se la politica non offre alcuna soluzione strutturale. Nel nostro Paese, dal 2012, esiste un Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Caminanti, che però non ha prodotto significativo impatto a causa di ritardi legati a una mancanza di volontà politica.

“I rom hanno fatto di tutto per farsi odiare”. Questa è una delle frasi che sono costate a Federico Zamboni, giornalista per Roma.it, una condanna a censura per violazione dell’articolo 2 del Testo unico dei doveri del giornalista e a Francesco Vergovich, direttore del quotidiano, la sanzione dell’avvertimento per omesso controllo sul testo pubblicato. “È così pacifico che i rom abbiano i nostri stessi diritti quando è chiaro che non vogliono i nostri stessi doveri?” ha aggiunto. Questa domanda, purtroppo, sono in molti a porsela. Se ragioniamo così, se non superiamo questo atteggiamento, sempre pronto a puntare il dito, a condannare e a “buttare la chiave”, faremo solo il gioco di chi ci vuole spaventati dal diverso, chiusi e pronti ad accusarci l’un l’altro, senza vedere che il vero colpevole è proprio lui.

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