Con la pandemia la povertà in Italia è aumentata del 114%, mentre i miliardari fanno faville

A quattro mesi dall’inizio della scoperta del SARS-CoV-2, sono emerse tutte le ingiustizie e le problematiche socio-economiche della nostra epoca. Infatti, il divario tra ricchi e poveri si è ulteriormente allargato, e la situazione sembra destinata a peggiorare drasticamente: solo in Italia, secondo le stime della Caritas, la povertà è aumentata del 114%, ma anche nel resto del mondo il numero dei poveri sta crescendo a dismisura. Tuttavia, in questa situazione c’è anche chi riesce a prosperare e a incrementare i propri introiti: da Elon Musk e Mark Zuckerberg, che grazie alla pandemia hanno visto i loro guadagni aumentare rispettivamente di 36 e di 80 miliardi di dollari, fino ad arrivare a Jeff Bezos, il quale potrebbe arrivare a possedere un patrimonio di un trilione di dollari entro il 2026. Anche i ricchi italiani non sembrano passarsela tanto male, come dimostrato dal surreale video in cui Urbano Cairo invitava i suoi dipendenti a sfruttare l’occasione per aumentare il fatturato delle sue aziende. Tutto questo dimostra in maniera inequivocabile che l’attuale sistema neoliberista favorisce gli interessi di pochissimi a spese delle classi più povere, e che tali disuguaglianze non sono eccezioni, ma il fondamento della struttura sociale, economica e politica su cui si basa tutto il sistema.

A conferma di ciò, l’Oxfam ha evidenziato come nel 2019 la ricchezza detenuta da parte dell’1% della popolazione mondiale fosse più del doppio di quella detenuta da quasi sette miliardi di persone. Per questo motivo, l’unico modo per uscire da questa situazione in maniera efficace e definitiva consiste nello smantellare il neoliberismo stesso. Se, infatti, è vero che la pandemia ha portato il sistema neoliberista in una crisi profonda, è altrettanto vero che tale crisi potrebbe risolversi a favore del neoliberismo stesso. Perciò, ora più che mai è necessario uno sforzo collettivo rivoluzionario.

Anni di propaganda hanno convinto gran parte della popolazione occidentale che non esista una valida alternativa all’attuale stato di cose: di conseguenza, il capitalismo, nella sua più recente versione neoliberista, viene presentato come l’unica strada percorribile, mentre l’anticapitalismo si basa su presupposti faziosi e puramente teorici: in realtà, infatti, non sarebbe possibile rimpiazzare l’attuale sistema con uno “disegnato a tavolino”, come sostiene l’economista Michele Boldrin. Quest’impostazione ideologica affonda le sue radici direttamente nel neoliberismo di Margaret Thatcher e Ronald Reagan; non a caso, la famosa espressione “There is no alternative” (coniata nel 1851 dal filosofo britannico Herbert Spencer) era uno dei cavalli di battaglia del thatcherismo, insieme alla convinzione che “la società non esiste. Esistono solo gli individui”. In tal modo, è stata creata una solida base ideologica in grado di legittimare una forma sfrenata di individualismo che ci spinge a vedere gli altri solo come potenziali rivali, pronti ad accaparrarsi benessere e ricchezza a nostro svantaggio. Per questo, le disuguaglianze del sistema vengono viste non come ingiustizie da estirpare, ma come la legittima e naturale conseguenza della spietata competizione individuale.

In questo senso ha ragione l’economista francese Thomas Piketty quando afferma che la principale funzione dei ricchi è quella di produrre ideologia, ossia di creare dei modelli ideologici in grado di legittimare il sistema esistente. In questo modo si crea una narrazione fittizia secondo cui le disparità economiche e sociali sono qualcosa di naturale, così come naturale è il sistema capitalista, lo sfruttamento e i soprusi che lo caratterizzano. Tale ideologia e tale narrazione fanno in modo che tutte le storture del capitalismo neoliberista passino in secondo piano, venendo accettate dalla classe media come mali necessari o addirittura come modelli da imitare. Ossia, le dinamiche di prevaricazione socio-economica vengono concepite non come ingiustizie ma come dimostrazioni di maggiore forza e potere, assumendo quindi un valore positivo. Ciò che conta, in questa visione, non è cancellarle e preferire un sistema egualitario, ma tentare di sfruttare quelle stesse iniquità per conservare quel briciolo di benessere che ci rimane.

Questo paradosso però va rifiutato, in quanto non risponde alle reali esigenze delle classi medie e povere e finisce con il rafforzare solo ed esclusivamente quell’1% che ha in mano la quasi totalità della ricchezza mondiale. Non è possibile accettare di vivere (seppure malvolentieri) in un sistema fondato interamente sullo sfruttamento, sulla precarietà e sulla mancanza di diritti dei più deboli. Esiste un’intera generazione che vive quotidianamente di precarietà, contratti a termine e stage gratuiti o mal pagati, con conseguenze deleterie anche per la salute; per non parlare delle categorie di braccianti, colf, badanti, ma anche dei rider e dei lavoratori della grande distribuzione, costretti a lavorare senza alcuna tutela.

Per prima cosa, quindi, bisogna ribadire con decisione che un’alternativa al capitalismo esiste e che esso non costituisce una condizione di vita ineluttabile a cui rassegnarsi passivamente; contrariamente alla narrazione che i neoliberisti ripetono da quasi mezzo secolo, bisogna riaffermare che la vita umana è più importante del profitto, senza se e senza ma. La risposta alle diseguaglianze non può essere la filantropia, che è indubbiamente un’iniziativa lodevole, ma rimane uno strumento funzionale all’attuale stato di cose perché non ne minaccia la conservazione. La benevolenza dei ricchi è uno strumento troppo fragile e arbitrario; serve invece uno stato sociale forte e solidale, finanziato in buona parte dalla tassazione sui grandi patrimoni, similmente a quanto proposto da Podemos in Spagna per far fronte all’attuale emergenza sanitaria.

Ciò che serve è un cambiamento davvero radicale, in grado di sovvertire una volta per tutte logiche inique e vessatorie, in virtù delle quali l’economia funziona collettivizzando le perdite e privatizzando i profitti. Un primo passo per farlo consiste nell’attuare politiche di redistribuzione della ricchezza, ad esempio sul modello di quanto proposto dalla socialdemocratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez, il cui scopo primario è quello di finanziare un Green New Deal in grado di garantire lavoro a tutti e di contrastare il cambiamento climatico (la cui principale causa è proprio il capitalismo). Parallelamente a questo, come sostenuto anche dal sociologo Domenico De Masi, bisognerebbe operare una redistribuzione del lavoro, ossia una riduzione dell’orario lavorativo senza però ridurre il salario di chi lavora. Anziché concedere agevolati prestiti miliardari alla Fca, bisognerebbe fare in modo che multinazionali e grandi aziende la smettano di eludere il sistema tributario rifugiandosi nei paradisi fiscali (la Fca, come tante altre aziende italiane, ha infatti spostato la propria sede fiscale in Olanda) danneggiando l’intera collettività. Si stima, infatti, che nel 2019 le imposte non pagate dalle multinazionali in tutta Europa ammontassero a circa 190 miliardi di euro. Inutile dire che con una tale somma a disposizione si potrebbero rifinanziare lavoro, sanità, ricerca e istruzione per la generazione attuale e per quelle a venire.

Tuttavia, è necessario tener presente che tutto ciò non si può realizzare tramite una semplice riforma fiscale, ma richiede uno smantellamento radicale del sistema stesso, a beneficio di equità, diritti, ambiente e dove non c’è spazio per i soprusi derivanti dal profitto a ogni costo. Il punto, cioè, non è trovare un compromesso che mantenga intatta la matrice neoliberista includendovi maggiori garanzie per la giustizia sociale (sul modello della famosa “Terza via” di Tony Blair), perché la situazione odierna dimostra in maniera inequivocabile come un approccio del genere sia nient’altro che un’illusione, e che la forza bruta delle ingiustizie del capitalismo continua ad avere la meglio. Bisognerebbe contrapporre al neoliberismo un sistema di tipo ecosocialista, al passo con i tempi e con il progresso sociale, che sia finalmente a misura d’uomo (ossia ne garantisca i diritti fondamentali sopra ogni cosa) e che abbia a cuore salute, ambiente e qualità del lavoro e della vita più delle logiche di profitto.

Il fondamento del tessuto sociale, quindi, non deve essere la competitività ma la solidarietà. La sanità, il lavoro e l’istruzione devono essere i reali baluardi dello stato sociale, ossia liberi e accessibili a chiunque ne abbia bisogno senza restrizioni o discriminazioni, e non servizi offerti dietro pagamento solo a chi se li può permettere. Tali istanze, però, non potranno mai essere accolte dall’ideologia neoliberista senza essere stravolte e piegate nuovamente alle logiche capitaliste. Pertanto, questa pandemia ci pone di fronte a un bivio: o cambiare o perire. E stavolta davvero non c’è alternativa.

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