In Italia i padri non muoiono mai, a svantaggio delle nuove generazioni

L’assenza di un forte sentimento di fratellanza nazionale ci ha da sempre impedito grandi esperienze rivoluzionarie. L’Italia è nata e cresciuta in modo molto diverso rispetto ai suoi vicini europei, vittima di continui conflitti interni che in qualche modo le hanno impedito di crescere, rompendo i legami col passato. Umberto Saba in Scorciatoie e racconti scriveva: “Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio”. L’Italia infatti invece che sull’uccisione del padre, si fonda su quella dei propri fratelli. Nel 2011 in un’intervista Eco ribadiva lo stesso concetto affermando che “mentre in altri Paesi c’è stata l’esperienza dell’uccisione del padre, come l’esecuzione di Carlo I in Inghilterra o di Luigi XVI in Francia, in Italia c’è stata la grande e continua esperienza dell’uccisione del fratello”.

Se la rivoluzione è per definizione il rovesciamento del sistema precedente, costruito quindi dalle generazioni dei nonni e dei padri, lo scontro interno tra i figli, insoddisfatti del futuro messogli a disposizione, potrebbe ostacolarla. Da questo punto di vista è innegabile che la storia d’Italia sia stata caratterizzata dalla mancanza di movimenti nazionali o generazionali, al loro posto ci sono state continue contraddizioni interne, scissioni, ostilità fraterne e lacerazioni.

Pietro da Cortona, Il pastore Faustolo tiene in braccio Romolo e Remo, 1643 circa

Il fratricidio, seguendo le analisi di Saba ed Eco, si rivela come una tendenza tutta italiana, una sorta di filo conduttore che unisce la nostra storia più recente alla nostra origine. Secondo il mito il primo sistema politico a riunire tutta la penisola, cioè l’impero romano, inizia infatti dal sangue di Remo versato agli dei dal gemello Romolo. La voce popolare quindi, poi trascritta in letteratura, immaginava l’inizio della grande Roma proprio come un fratricidio, che sembrerebbe aver riverberato a lungo nella coscienza italiana fino a oggi. La leggenda è stata capace di influenzare l’intera storia successiva. I personaggi principali delle vicende politiche italiane hanno seguito quell’esempio originario e replicato il fratricidio in ogni lotta per il potere. I contrasti interni sono stati infatti il motore dello sviluppo della penisola sia sotto il profilo sociale sia sotto quello politico, influenzando di conseguenza, come ogni grande tema che opera sul reale, anche la produzione artistica. Se l’Italia non è mai stata un paese rivoluzionario, al contrario delle vicine nazioni europee, è proprio per la mancanza di un forte sentimento di fratellanza nazionale e generazionale. Durante tutto il Medioevo, ad esempio, gli Stati della penisola vivevano l’oppressione politica, economica e religiosa ora del Papa e ora dell’Imperatore. Eppure nessuno di questi ebbe la forza di reclamare più autonomia, al contrario si diffuse lo scontro tra chi considerava meglio un padrone e chi l’altro. A vivere la lotta tra guelfi e ghibellini fu in particolar modo Firenze, città natale di Dante. Qui le lotte interne non si conclusero neanche con la sconfitta definitiva dei ghibellini, esiliati dalla città. Dopo la vittoria, infatti, i guelfi preferirono di nuovo lo scontro interno al raggiungimento di un’unità e si divisero in bianchi e neri. Sarà proprio quest’ennesimo scontro fratricida a dare vita alla Divina Commedia e proprio la tendenza fratricida italiana sarà protagonista dei tre sesti canti scritti da Dante.

Farinata degli Uberti nella battaglia di Montaperti

Superato lo scontro tra guelfi e ghibellini, i fratricidi in Italia non terminarono. Ma si riproposero nella trama della nascita del Regno d’Italia. Nella storia immediatamente precedente al 1861 la monarchia sabauda, a capo del Nord Italia, e quella borbonica, che regnava da secoli sul Regno delle Due Sicilie, rifiutarono l’ipotesi di unirsi in una confederazione che difendesse la penisola dai dominatori esterni. Cavour, primo ministro torinese, decise quindi di annettere Napoli tramite l’impresa garibaldina. Quello stesso Sud che aveva fatto gola a tutte le più grandi potenze mondiali per le sue materie prime e per le sue coste sul Mediterraneo, divenne sempre più povero grazie alle politiche di casa Savoia.

Facendo ancora un salto sulla linea temporale della storia italiana si arriva al fascismo, anche lui originato da una lacerazione interna al socialismo, e di nuovo i fratricidi si ripresentano: da Badoglio e Graziani, i generali che si contesero la conquista dell’Etiopia, per arrivare al tramonto del regime quando lo stesso Gran Consiglio votò la caduta del Duce. Neanche il fascismo riuscì quindi a costruire quel forte sentimento di fratellanza nazionale che tanto venerava. Durante la dittatura e a seguire il popolo italiano rimase sempre diviso al suo interno e il quadro politico che continua a manifestarsi da questa tendenza è sempre più instabile.

Se si guarda alla sinistra italiana, ad esempio, dalla sua nascita nel 1892 si contano ben 11 scissioni. La prima scissione risale al 1921 quando dal Partito Socialista Italiano nasce il Partito Comunista Italiano. La lotta fratricida tra socialisti e comunisti, che in quell’epoca riguardava tutta l’Europa, permise il consolidarsi del fascismo in Italia e del nazismo in Germania. Mentre però nel secondo dopoguerra la situazione politica del resto del continente si stabilizzava su un bipolarismo piuttosto chiaro, in Italia continuavano le scissioni rosse. Dai socialisti si staccò poi Psdi nel 1947 e il Psiup nel 1964. E nello stesso periodo anche il PCI iniziò a perdere pezzi, generando il Pdup. Il punto di non ritorno venne raggiunto subito dopo la morte di Berlinguer negli anni Ottanta, e da qui in poi il legame di fratellanza dei compagni si indebolì sempre di più. Nel 1991 il PCI morì definitivamente e dai suoi resti si formarono altri due “fratelli coltelli”: il Partito Democratico della Sinistra da un lato e Rifondazione Comunista dall’altro. Quest’ultima poi si spaccò ancora nel ‘95, quando quattordici deputati la abbandonarono per dare vita ai i Comunisti Unitari. Nel ‘98 poi il Pds con D’Alema diventò Ds e la falce e il martello sparirono dal suo simbolo. Nel 2005 nacque la Rosa nel pugno, da un tentativo di unione tra radicali e socialisti, ma morì appena due anni dopo. A questo punto arrivò il Partito Democratico, che doveva tenere insieme diverse tendenze di sinistra ma che in soli 12 anni di storia politica ha generato dal suo interno ben cinque altri partiti. L’ultima di queste scissioni risale a pochi giorni fa con l’abbandono di Renzi e la nascita di Italia Viva.

“È solo col parricidio, con l’uccisione del vecchio, che si inizia una rivoluzione. Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli”,  scriveva Saba. Umberto Eco, a proposito dell’importanza del parricidio, ricordava come in Inghilterra e Francia fosse stata fondamentale l’esecuzione pubblica dei sovrani. Mentre quindi altrove si combatteva contro un regime ormai vecchio, desueto, esercitandosi a proporre novità e a mettere in discussione il proprio passato, gli italiani bisticciavano fra loro, senza il coraggio di compiere davvero una scelta di rottura, ma coltivando continuamente la strategia dell’inciucio.

Nel frattempo, non solo veniva a mancare, con lo scorrere del tempo, la fratellanza nazionale ma anche quella generazionale. Gli italiani sono sempre stati ossessionati da un nemico che si trovava al loro fianco, mai sopra di loro. I padri in Italia non muoiono mai, sono padri padroni che annichiliscono la volontà e l’iniziativa dei figli, impedendogli di sviluppare un’identità, e trasformandoli così in loro copie conformi, sopravvivendo loro, senza dargli mai gli strumenti per portare avanti la loro storia.

La tendenza fratricida continua a produrre così scenari sempre più simili al passato, ad immobilizzare il popolo italiano nella venerazione dei propri usi e costumi. Ma solo il parricidio può innescare il cambiamento.

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