Tutto attorno a noi si consuma, come avesse una data di scadenza. Ormai, anche le relazioni. - THE VISION
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La scrittrice Marguerite Yourcenar scrisse nella sua opera Memorie di Adriano, pubblicata nel 1951, che “i nostri rapporti con gli altri non hanno che una durata; quando si è ottenuta la soddisfazione, si è appresa la lezione, reso il servigio, compiuta l’opera, cessano”. Che sia un rapporto d’amicizia o una relazione amorosa, vedo intorno a me dei cartellini immaginari appesi alle persone, come se avessero delle date di scadenza. Sì, è possibile amarsi e stare insieme per sempre, coltivare amicizie durature, ma la frenesia dei nostri tempi e il bombardamento delle scelte tanto numerose quanto, spesso, futili, sembra stia accorciando sempre di più la durata a cui faceva riferimento Yourcenar. Questo comporta l’ansia anticipatoria, il pensiero della fine prima ancora che una storia sia iniziata, un po’ come se anche le relazioni seguissero la velocità della nostra epoca: un video diventa una storia, un reel, una clip, si accorcia sempre di più fino a ridursi a un segmento sempre meno rilevante, un boccone da consumare in fretta. L’essere umano diventa sempre più un consumatore e, per un’assonanza semantica, tutto attorno a lui si consuma. E non c’è consumo senza prodotto, ovvero qualcosa che non solo è destinato a una fine, ma viene programmato per raggiungerla anzitempo, così da poter passare a quello successivo. È l’obsolescenza programmata, quella che per anni abbiamo associato a un frigorifero o alle pile del telecomando, e che oggi dovremmo riconsiderare anche sotto la prospettiva delle relazioni.

L’obsolescenza programmata non è un fenomeno recente. Nel 1924, i principali produttori mondiali di lampadine si riunirono a Ginevra per siglare accordi comuni legati al commercio dei loro prodotti. Durante la riunione venne fuori un’idea: se le lampadine durassero di meno, i consumatori le cambierebbero più spesso, così da garantire alle aziende profitti più alti. Si accordarono dunque per portare la vita media delle lampadine, che all’epoca era di circa 2mila 500 ore, a una cifra che non potesse superare le mille ore.  Pochi anni dopo, i chimici dell’azienda DuPont crearono una nuova fibra sintetica, il nylon, così resistente da poter garantire un’ampia durata ad esempio alle calze da donna. Fu un danno per gli affari: le calze resistevano troppo a lungo, le donne non avevano più la necessità di comprarle di frequente. Così la DuPont fece una richiesta ai propri chimici: indebolire la fibra. Il mercato di diversi prodotti seguì questi esempi passando dall’usura naturale a quella programmata, con i produttori trasformati in demiurghi del consumo che potevano scegliere in anticipo la durata in un oggetto.

Con il progresso tecnologico, nel corso degli anni gli apparecchi elettronici sono stati creati in modo tale da non durare entro un certo limite, così da pianificare il deterioramento e costringere i consumatori ad acquistare il modello successivo o addirittura la stessa versione del prodotto con qualche aggiunta marginale. Allo stesso tempo i costi di riparazione sono aumentati a tal punto da rendere più conveniente sbarazzarsi del prodotto difettoso e spendere per comprarne uno nuovo. Negli anni diversi giganti dell’elettronica, come anche la Apple, hanno affrontato processi in seguito a class action avviate proprio per casi di obsolescenza programmata. Oltre al danno economico, questa procedura causa un eccesso di rifiuti di difficile smaltimento. Più accumuliamo, più inquiniamo il pianeta, soprattutto per quanto riguarda alcune componenti di prodotti elettronici. Durata limitata, riparazione complessa e disincentivata, la tentazione di passare al modello successivo: il consumismo e il capitalismo hanno proiettato questo fenomeno anche nei rapporti umani.

Non è del tutto corretto affermare che “un tempo” i nostri genitori e i nostri nonni restassero insieme perché erano più bravi di noi a riparare le crepe della relazione. Ci sono infatti molti casi di coppie che non si lasciavano per uno stigma sociale, per il patriarcato che portava la donna ad accettare dinamiche tossiche o anche semplicemente per paura della solitudine e per l’attaccamento alle abitudini. È però vero che oggi il tentativo di “riparazione” a volte non viene nemmeno contemplato. Abbiamo troppi stimoli intorno a noi, c’è una fomo relazionale che ci spinge a chiederci se non sia meglio provare altro, vivere nuove avventure. In qualche modo abbiamo già al nostro interno un’usura naturale per quanto riguarda la chimica dei rapporti. Ad esempio, dopo due anni i livelli di feniletilamina, un neurotrasmettitore del sistema nervoso, calano facendo diminuire la passione in una coppia. Poi entrano in gioco altri fattori emotivi che possono far durare la relazione: l’affetto, la fiducia, la confidenza e altri parametri che sostanzialmente utilizziamo per indicare il concetto più esteso di amore. Serve impegno e costanza. Nell’era delle situationship e del disimpegno, non tutti sono disposti ad accettare quello che viene percepito quasi come uno sforzo, un insieme di compromessi. Dunque il nylon si sfalda, la lampadina esplode, la passione cala e le storie si interrompono. La riparazione è un investimento – emotivo, in questo caso – troppo dispendioso, e l’esperienza di coppia rischia di giungere al termine.

Anche nelle amicizie la precarietà è tangibile. Spesso la data di scadenza è rappresentata dalla consapevolezza che gli interessi potrebbero non essere più comuni, che le distanze geografiche potrebbero compromettere il rapporto o che nuovi modelli – di individui – si potrebbero insinuarsi mettendo tutto in discussione. La ricerca di un partner o di un amico diventa dunque un percorso a ostacoli sin dal principio, chiedendosi se valga la pena sforzarsi per qualcosa che prima o poi si corromperà. E rispetto alle generazioni dei nostri genitori o dei nostri nonni siamo più collegati con il mondo intero, abbiamo mezzi che ci consentono di conoscere persone e intrecciare rapporti con meccaniche diverse, a partire da una velocità di conoscenza sempre più simile a quella dei prodotti usa e getta, mordi e fuggi, consuma e crepa. La vera trasformazione risiede nel fatto di essere non soltanto dei consumatori, ma di aver assimilato le caratteristiche del prodotto stesso. E se l’essere umano diventa prodotto è destinato non soltanto all’usura personale – banalmente, quella che porta in modo inevitabilmente alla morte – ma anche a quella programmata nei rapporti con gli altri.

Non riguarda soltanto le relazioni interpersonali, ma anche ad esempio le esperienze lavorative. L’accartocciamento del tempo coinvolge anche la durata di un lavoro. Un tempo, quando il posto fisso era lo scopo di un’esistenza, ci si fossilizzava sul concetto di ambiente destinato a essere il nostro per sempre. Oggi le nuove generazioni non accettano più certe gabbie – un po’ per motivi economici, un po’ per la tossicità di certi luoghi, ma anche perché ci stiamo rendendo conto di come il lavoro non debba più essere il fulcro della nostra vita. Così quando firmiamo un contratto, che sia a tempo determinato o, per i più fortunati, indeterminato, una parte di noi prospetta già una scadenza. Non si pianifica a lungo termine perché magari tra qualche anno vorremmo fare altro, reinventarci in ambiti diversi o allacciarci al sempre più frequente job hopping. Questo ha tratti positivi se deriva da una scelta personale; se invece un’azienda fallisce o è costretta a un taglio del personale, la scadenza parte da condizioni che non possiamo controllare, dunque è una durata che subiamo passivamente.

L’obsolescenza programmata è quindi uno dei primi passaggi che ha accomunato l’uomo alla macchina, prima ancora di qualunque intelligenza artificiale o di ciò che le nuove tecnologie ci offriranno in futuro. Un giorno un mio amico mi ha scritto dicendomi di aver conosciuto una ragazza e di aver iniziato una frequentazione. Mi ha detto di volermela presentare, e ha chiosato dicendomi: “Presto incontrerai la mia prossima ex fidanzata”. Era certamente una battuta, ma inconsciamente c’era un fondo di verità poiché quell’etichetta immaginaria iniziamo a vederla sempre di più. La data di scadenza spaventa, ma per alcuni può essere un riparo contro l’impegno e il timore della perpetuità. La dopamina ci spinge a cercare sempre un nuovo modello di qualsiasi cosa, siamo figli del nostro tempo anche in questo. Programmare una fine è forse più comodo di subirla senza poter opporre resistenza, ma questo genera un nichilismo del consumo che si riflette in ogni sfera della nostra vita. Finché si tratta di un apparecchio tecnologico possiamo cavarcela con qualche farraginosa class action. Se però è applicata a tutti i rapporti arriviamo alla solitudine del cittadino globale di baumaniana memoria, nonostante l’illusione dell’arrivo di un nuovo modello a rivitalizzarci. Almeno fino a quando non si guasterà e dovremo cercarne un altro.

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