In Italia 18mila ragazze rischiano mutilazioni genitali. Non possiamo più ignorare il problema.

Ogni anno, solo in Africa, tre milioni di ragazze e bambine sono a rischio di essere vittima di mutilazioni genitali femminili. Un dato allarmante, secondo il report Il diritto di essere bambine” dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che stima siano 200 milioni le donne nel mondo ad aver subito mutilazioni genitali femminili (abbreviate con l’acronimo Mgf). Con l’aumentare dei flussi migratori, le Mgf ci riguardano sempre più da vicino: stando ai dati più aggiornati, nel 2017 vivevano in Italia tra le 61mila e le 80mila donne vittime di Mgf, che per gli articoli 2 e 3 della nostra Costituzione, sono da considerarsi forme di persecuzione per appartenenza a un particolare gruppo sociale. Nel 2006 è stata approvata la legge che punisce ogni forma di mutilazione genitale, anche extra territoriale (poiché spesso le bambine cadono vittima delle Mgf durante le vacanze nel Paese di origine dei genitori), con la reclusione dai 3 ai 12 anni. Una norma resa urgente dal fatto che in Italia sarebbero 20mila le bambine e le ragazze a rischio nei prossimi anni. Nel 2011 il nostro Paese ha ratificato la Convenzione di Istanbul, che riconosce come violenza di genere e violazione dei diritti umani ogni forma di violenza contro le donne, comprese le mutilazioni genitali, imponendo ai Paesi firmatari di perseguire e prevenire tali crimini. 

Un rasoio utilizzato per praticare le mutilazioni genitali

Secondo la definizione dell’Oms, le Mfg sono “procedure che implicano l’asportazione parziale o totale dei genitali esterni per ragioni non mediche”, senza apportare nessun beneficio alla persona, e vanno dall’asportazione parziale o totale della clitoride (tipologia I e II) fino alla più invasiva infibulazione vera e propria (tipologia III), che prevede l’asportazione e la ricucitura dei genitali esterni in modo da lasciare solo una piccola apertura, che può essere eventualmente riaperta chirurgicamente per facilitare il parto. Lesioni, come tagli, incisioni, cauterizzazione e abrasione con sostanze acide rientrano nella quarta e ultima tipologia riconosciuta dall’Oms. Nella maggior parte dei casi, questi interventi vengono eseguiti con strumenti di fortuna come coltelli, rasoi o vetri rotti non sterilizzati e non è raro che nelle settimane successive le ragazze (di solito l’operazione è fatta entro il 15esimo anno di età) soffrano di emorragie e infezioni che possono portare alla morte per setticemia. Nel lungo periodo i rischi vanno dai problemi mestruali all’infertilità, alle disfunzioni sessuali come dolore o insensibilità durante il rapporto, oltre a sofferenza cronica, cisti, crescita eccessiva di tessuto cicatriziale, infezioni agli organi riproduttivi e complicanze durante il parto. Per le donne che hanno subìto mutilazioni genitali è anche più elevato il rischio di morte per parto, così come aumenta anche il rischio di morte del neonato. Dopo aver partorito, molte donne chiedono di essere operate nuovamente per compiacere i mariti, andando incontro a ulteriori complicanze. Oltre a quelle fisiche, le mutilazioni genitali hanno anche una lunga serie di ripercussioni psicologiche, tra cui il disturbo post-traumatico da stress, e quelle indirette come l’abbandono scolastico e i matrimoni precoci.

Le origini di questa pratica, oggi diffusa nell’Africa subsahariana e in alcune comunità dell’Asia, America latina e Medio Oriente, sono difficilmente rintracciabili. Anche se la fede religiosa può influenzare il tipo di mutilazione subita (tra le donne cristiane prevalgono le Mgf di tipo I, mentre tra le musulmane di tipo III), a incidere maggiormente è l’appartenenza etnica: le donne vittima di Mgf sono soprattutto nubiane, arabe ed embu, mentre non si pratica tra le appartenenti alle etnie ouloff e frafra. Decisivo è poi il livello di istruzione della ragazza e dei suoi genitori, che quasi sempre ignorano gli effetti devastanti di questi interventi chirurgici di fortuna: le Mgf sono più diffusenelle famiglie povere e in cui il livello di scolarizzazione dei genitori è basso o nullo. 

La convinzione che ha permesso alle Mgf di essere praticate per secoli è quella che migliori la fertilità. Un altro elemento è sicuramente l’ideale patriarcale di femminilità caratterizzato da purezza, modestia e verginità. Di fatto, le mutilazioni sono uno strumento coercitivo di controllo della sessualità della donna, trattata alla stregua di un bene materiale dell’uomo, per mantenerne la verginità ed evitare la promiscuità. Eliminando o danneggiando gli organi deputati al godimento e provocando dolore durante i rapporti, le mutilazioni privano le donne del piacere sessuale e riducono il sesso a un dovere per compiacere il marito. Le comunità dove le Mgf sono praticate e festeggiate come un rito di passaggio verso l’età adulta e il matrimonio sono dominate da tradizioni patriarcali, in cui le donne sono spesso vittima di altre forme di abuso, inclusi i matrimoni precoci. Solitamente sono le donne stesse a tramandare queste usanze, soprattutto per garantire un futuro alle proprie figlie. Le madri e le nonne impongono l’operazione alla bambina, che se non si adeguasse alla tradizione rischierebbe di essere emarginata e non trovare marito.

Fino al 1993 la comunità internazionale ha tentato di contenere i danni delle mutilazioni genitali spingendo le comunità a far svolgere l’intervento a medici professionisti e in ambiente ospedaliero, ma dopo la Conferenza mondiale sui diritti umani di Vienna di quell’anno le Mgf hanno iniziato a essere considerate un problema da eliminare, riconosciuto come una violazione del Diritti Umani, tra cui quello di vedere rispettata l’integrità del proprio corpo. Tra il 2012 e il 2013 anche la Comunità Europea e l’Onu si sono pronunciate in materia, spingendo i Paesi membri a un’azione netta di prevenzione e contrasto. Il reportCommission communication on the elimination of the Fgm(Delibera della Commissione europea sull’eliminazione delle Mgf) parla di un fenomeno in calo nei 28 Paesi che formano l’Unione. Si scrive inoltre che, dei 29 Stati dove è ancora una pratica diffusa, 25 hanno approvato leggi che la vietano: in Tanzania la legge è in vigore dal 1998, in Kenya dal 2011; in Liberia, per iniziativa dell’ex capo di Stato Ellen Jonhnson Sirleaf, a gennaio 2018, le Mgf sono state vietate se non eseguite su adulte consenzienti; già poco conosciuto all’interno del Paese e quindi difficilmente applicato, attualmente il bando non risulta prorogato.

Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia dal 2006 al 2018

Vietare è importante, ma non basta: il rischio che le Mgf vengano comunque praticate clandestinamente rende fondamentale il ruolo dell’informazione. La sfida nella lotta alle mutilazioni genitali femminili è rendere le donne consapevoli di sé, del proprio corpo, del proprio ruolo, della propria sessualità e delle conseguenze fisiche e psicologiche che questo genere di pratiche hanno per loro stesse e per i loro figli. Un compito reso ancora più difficile in condizioni di povertà e conflitto, come dimostra l’aumento negli ultimi anni del numero delle spose bambine, soprattutto in Paesi come Siria e Yemen. Le campagne rivolte alle donne devono muoversi in parallelo a quelle per informare gli uomini. Spesso sono proprio loro i primi a muoversi contro le mutilazioni genitali femminili, una volta informati sulle gravi ripercussioni che hanno sulla salute delle donne. La salute riproduttiva è segnalata dall’Oms come un fattore che aiuterà ad abbandonare la pratica, ma viene data una grande importanza anche al rapporto di coppia consapevole e paritario, dove l’appagamento sessuale della donna è visto come un valore e non un peccato.

Anche il boom demografico di diversi Paesi africani viene visto dagli esperti come una minaccia in grado di portare il numero di bambine a rischio mutilazioni da qui al 2030 a 86 milioni. Oltre alle iniziative statali l’emergenza dei prossimi anni rende ancora più importanti quelle che vengono dal basso, con opere di sensibilizzazione capillare all’interno delle comunità direttamente interessate. Ne sono esempi la app I-Cut, che in Kenya fornisce assistenza medica e legale alle vittime, e il progetto Crowd2map che mappa i luoghi sicuri della Tanzania in cui le ragazze a rischio possono trovare rifugio. Gli interventi che puntano su informazione e prevenzione si sono rivelati particolarmente efficaci nelle aree in cui sono presenti le Ong e la Croce Rossa, che si impegnano da anni nella diffusione di rituali alternativi per celebrare il passaggio dall’infanzia all’età adulta, ad esempio con una lieve puntura sui genitali.  

Donne di una tribù Maasai partecipano a un forum riguardante la sessualità e le mutilazioni genitali femminili organizzato dall’Ong AMREF, Shompole, Kenya

Anche in Europa, la lotta alle mutilazioni genitali femminili non può essere affidata solo al sistema legislativo. Il delicato tema dell’identità culturale che le migrazioni portano con sé pone nuove questioni etiche, sociali, antropologiche. Per le comunità migranti, infatti, le Mgf possono rappresentare un elemento di affermazione della propria identità e uno strumento per tenere vivo il legame con le proprie origini. Per questo servono interventi congiunti di antropologi e mediatori culturali, che affianchino medici e ostetrici. La Svezia, destinazione di un massiccio flusso migratorio già dagli anni Ottanta, ha messo fuori legge queste pratiche nel 1982, ma non ha saputo sviluppare un approccio socio-culturale al problema nel corso degli ultimi 40 anni. Anche il resto d’Europa sconta l’inesperienza e la mancanza di conoscenza specialistica del personale medico in materia, a cui cercano di porre rimedio iniziative di formazione come la piattaforma United to End Fgm (Uefgm).  

Una bambina di 14 anni all’interno della Tasaru Safehouse, luogo in cui le giovani ragazze Maasai possono trovare protezione dalle mutilazioni e dai matrimoni precoci

In questi anni si stanno superando le lacune nelle competenze mediche specializzate, come dimostrano gli interventi di ricostruzione della clitoride e di de-infibulazione praticati in tutta Europa, ma rimangono degli interrogativi morali a cui è difficile rispondere. È facile dare giudizi affrettati di fronte a una pratica lesiva dei diritti umani e dell’integrità del corpo e tanto lontana dalla cultura occidentale, ma radicata in altre. L’elemento tradizionale e le pressioni sociali legate a queste pratiche rendono necessario contestualizzarle con la giusta cautela, come hanno fatto diversi studi antropologici, che ne hanno evidenziato i tratti in comune con altre forme di chirurgia estetica genitale, praticate oggi anche in occidente sulla spinta di canoni estetici e sessuali dominanti. Labioplastica e riduzione della clitoride sono tra gli interventi chirurgici che, se in alcuni casi mirano a risolvere disagi causati da deformità o cambiamenti dovuti al parto, in altri sono dovuti al desiderio di omologare la propria immagine ai modelli proposti, specialmente dalla pornografia, mancando la consapevolezza della grande varietà anatomica esistente. La ricostruzione dell’imene, invece, è diffusa principalmente – ma non solo – presso le culture per cui la verginità è un valore importante, soprattutto per le giovani spose. 

Per questo accanto al lavoro medico è fondamentale l’intervento di mediatori culturali, psicologi e peer educators. L’incontro di competenze diverse sul tema e l’insistere sulle campagne informative e i riti di passaggio alternativi sono tutti punti fondamentali di una strategia da mettere in campo con sempre più urgenza, perché il problema è ancora molto lontano da una soluzione.

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