Il 73% delle donne ha subito minacce online. Ma nessuno le prende sul serio.

Bianca Devins, una ragazza di 17 anni, è stata uccisa il 15 luglio a Utica, nello stato di New York, da un ragazzo di 21, Brandon Andrew Clark. Bianca frequentava 4chan, il famoso sito di imageboard, dove l’assassino ha postato alcune fotografie del suo cadavere. Clark le ha postate anche su Instagram (dove, nonostante siano state rimosse, continuano a circolare riprese da profili che promettono di mostrare le immagini in cambio di like e follow) e su Discord, una piattaforma per videogiocatori, con la caption: “Sorry fuckers, you’re gonna have to find someone else to orbit”. L’orbiting è quell’atteggiamento di chi non ti parla o non ti ha mai visto dal vivo, ma monitora tutto quello che fai sui social. Secondo le ricostruzioni, Clark aveva conosciuto Devins su internet, e aveva sviluppato per lei un’attenzione morbosa.

4chan e altri luoghi della cosiddetta “maschiosfera” sono frequentati soprattutto da un’utenza maschile (Reddit ad esempio ha soltanto il 29% di donne). L’assenza o quasi di moderazione è diventata un terreno fertile per isolare e alimentare discorsi di misoginia e intolleranza che sono noti con il termine di “Red Pill” che, come spiega Debbie Ging, docente di Media Studies alla Dublin City University, è una “filosofia che si propone di risvegliare gli uomini dalla misandria e dal lavaggio del cervello del femminismo”. Questo non significa che le donne siano totalmente escluse da queste comunità: alcune vi partecipano per curiosità, perché sono vicine alle idee politiche dell’alt right oppure per sentirsi “diverse” e particolari. Il problema, però, è che gli utenti della maschiosfera non gradiscono la loro presenza: le donne vengono accusate di essere dei fake oppure, più frequentemente, di essere in cerca di attenzioni. Il messaggio lasciato da Clark dopo l’omicidio di una “Cool Girl” di 4chan è abbastanza chiaro: dovete trovarne un’altra che vuole mettersi in mostra.

L’omicidio di Bianca è solo l’ultimo di una lunga serie di femminicidi che hanno tutti lo stesso movente: l’odio per le donne, in particolare quelle popolari, o “Stacy”, come le chiamano gli incel, abbreviazione di “involuntary celibate”, comunità online di uomini uniti dalla loro incapacità di convincere le donne a fare sesso con loro. Da molto tempo, questi ambienti sono tenuti d’occhio dall’FBI e da organizzazioni non governative che si occupano di crimini d’odio, proprio perché sempre più spesso le minacce e hate speech che circolano su siti come Reddit, 4chan e 8chan si trasformano in atti di violenza concreti. A volte gli obiettivi non sono specifici: vengono colpite donne a caso in quanto rappresentanti del genere a cui gli incel attribuiscono le loro sfortune. Altre volte, come nel caso di Bianca, si scelgono vittime precise e designate, con nome e cognome.

L’odio per le ragazze “popolari” spesso si estende a tutte le donne che hanno visibilità, di qualsiasi tipo, e ovviamente questo non riguarda soltanto le zone marginali della rete, ma anche i social network e le app di messaggistica più popolari. Nel mirino finiscono un po’ tutte: influencer, celebrità, ma anche giornaliste, o semplici utenti che non fanno nulla di male se non esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento. Il fenomeno è così vasto e radicato che da tempo viene studiato anche a livello istituzionale. L’International Center for Research on Women (Icrw) lo definisce “violenza di genere facilitata dalla tecnologia”, ovvero “l’azione di una o più persone che nuocciono ad altre sulla base della loro identità sessuale o di genere o rafforzando norme di genere dannose. Questa azione è perpetrata tramite internet e/o tecnologie mobili, e include stalking, bullismo, molestie sessuali, discorsi d’odio e sfruttamento”. L’Icrw stima che ad aver subìto un qualche tipo di violenza di genere facilitata dalla tecnologia sia il 73% delle donne a livello globale e, nella sola Europa, l’11% delle ragazze con meno di 15 anni: parliamo di 9 milioni di bambine. Secondo l’ultima rilevazione di Vox Diritti, su 150mila tweet negativi analizzati riguardanti qualsiasi argomento nel nostro Paese, quasi 40mila sono contro le donne. Significa che il 72% delle volte in cui si parla di donne su Twitter, lo si fa in termini negativi.

La commissione Femm e il dipartimento per gli affari costituzionali dell’Unione Europea hanno condotto lo studio Cyber violence and hate speech online against women per tentare di descrivere e misurare questo fenomeno. Il documento sottolinea anche che questi attacchi vengono minimizzati, se non addirittura normalizzati: “La cultura dello stupro è prevalente su internet”, si legge nel report. “Incorpora aspetti di particolare misoginia e comporta espressioni violente contro le donne attraverso le minacce di stupro e di morte (o di violenza fisica) dirette alle donne online. Tali espressioni di sessualità aggressiva maschile vengono eroticizzate nella sfera di internet e nella stampa”. Gli autori dello studio in particolare criticano i modi in cui i media parlano di queste forme di violenza e i consigli che generalmente vengono dati alle donne per prevenirlo, ovvero “don’t feed the trolls”, non rispondere alle provocazioni, non diffondere informazioni private online ed evitare di scattare foto sexy o provocanti. Come spesso accade, anziché concentrarsi sulle responsabilità degli aggressori, si preferisce focalizzarsi sul comportamento delle vittime.

In realtà, come purtroppo dimostra il materiale diffuso nei gruppi e nelle chat segrete di Telegram, non serve mandare nudes per diventare il bersaglio di questo tipo di violenza: assieme a revenge porn e immagini hackerate di ragazze (spesso minorenni), ci sono anche immagini di vita quotidiana prese dai profili Facebook o Instagram, innocenti primi piani, foto con amiche e sorelle. Spesso queste immagini sono accompagnate da informazioni personali, come indirizzi di casa, mail o numeri di telefono.

Ciò che contraddistingue questo tipo di attacchi dalla violenza che “normalmente” emerge dalle discussioni sul web è che, nella maggior parte dei casi, non si tratta dell’esito di uno scontro verbale, ma di un accanimento che può nascere per vendetta personale, perché la persona in questione è vista come un nemico o anche per caso. Si tratta inoltre di gesti coordinati e organizzati proprio in quelle zone marginali di internet, o all’interno di gruppi e chat segrete. Karla Mantilla, editor della rivista accademica Feminist Studies, li chiama “gender trolling”, attacchi indirizzati a donne che esprimono le loro opinioni online, caratterizzati da insulti sessualmente espliciti e basati sul genere, come minacce di stupro e di morte credibili, che proprio per la loro natura organizzata hanno una frequenza molto intensa e duratura. Il caso più famoso è quello del Gamergate nel 2014, in cui la campagna d’odio era stata condotta contro gamers e giornaliste che si occupavano di videogiochi, dopo che l’ex fidanzato della sviluppatrice Zoe Quinn aveva pubblicato online la lista degli uomini con cui era stata a letto.

E proprio le giornaliste sono tra i bersagli più colpiti: delle circa mille professioniste della stampa che hanno risposto al sondaggio dell’International Women’s Media Foundation, due terzi hanno ricevuto minacce verbali, che nel 25% dei casi provenivano da internet. Recente è il caso della “Ligue du lol”, un gruppo Facebook segreto francese in cui alcuni giornalisti prendevano di mira le colleghe, con battute sullo stupro e fotomontaggi, anche se più frequentemente gli attacchi arrivano dai lettori. Laurie Penny, giornalista femminista britannica molto famosa, ha più volte raccontato le intimidazioni ricevute, che hanno coinvolto anche la sua famiglia, incluse credibili minacce di farle saltare in aria la casa. Nel 2013, un uomo è stato arrestato per aver minacciato di morte una giornalista che stava portando avanti una campagna per includere un ritratto di Jane Austen sulle banconote inglesi.

A essere prese di mira sono soprattutto le donne che si occupano di genere e femminismo. L’autrice Roxane Gay, ad esempio, ha recentemente pubblicato un lungo articolo in cui rivendica il diritto di rispondere male a chi la insulta o la minaccia, anche se sa che è perfettamente inutile nell’immediatezza del problema. “Don’t feed the trolls” è un’idea molto sensata e spesso preferibile: discutere con chi non ha altri scopi se non quelli di insultarti non porta da nessuna parte. Però, d’altro canto, non rispondere a questi attacchi aumenta la percezione che per una donna sia meglio non esporsi.

Questo, di fatto, accade già di frequente: secondo l’European Institute for Gender Equality, il 51% delle donne che hanno subìto questo tipo di violenza online preferisce non esprimere le proprie opinioni in rete, in particolare quelle politiche. “È così che stanno le cose e se non sai cavartela, tesoro, cancella il tuo account”, scrive ironicamente Penny in un personal essay del 2018, Who do you think you are?. L’autrice fa notare come si sia diffusa l’impressione che internet sia un posto pericoloso per le donne, e che quindi si incolpi genericamente “il web” se vengono minacciate o umiliate. Questo non fa altro che assolvere chi perpetra questi discorsi d’odio – gli uomini – e alimentare l’idea che le donne debbano sentirsi costantemente in pericolo.

La tentazione di blindare tutti i profili, di smettere di postare online è molto forte. “Ti stanchi. Ti fai delle domande. I troll e le persone che vogliono farti a pezzi ti rendono difficile lavorare, nello stesso modo in cui le sabbie mobili dei tuoi incubi ti rendono difficile scappare”, scrive Penny. “Ti fanno temere un passo falso, costantemente. Ti fanno temere di assumere dei rischi. Quella paura è la morte della creatività, la morte della politica decente, la morte dell’arte”. Non serve essere giornaliste, influencer o esprimere opinioni controverse per venire prese di mira da qualche gruppo Facebook o finire in qualche chat Telegram. Come sempre quando si parla di violenza di genere è inutile, se non sbagliato, tentare di capire cosa abbia fatto di sbagliato chi la subisce. Proprio perché parliamo di un abuso che viene motivato con il fatto che la vittima è donna, è la sua stessa partecipazione alla vita pubblica che dà fastidio. L’esistenza di Bianca dava fastidio a chi l’aveva incrociata su 4chan, lo spazio sacro degli uomini che odiano le donne, e così qualcuno ha deciso di eliminarla, perché lei ha ritenuto di non farsi da parte come vorrebbe chi tenta di silenziare le donne con il discorso d’odio.

“Internet non odia le donne”, conclude Penny. “È la gente a odiare le donne, e internet le permette di farlo più velocemente, più duramente e con impunità”. Finché internet, che troppo spesso ci dimentichiamo essere vita reale, non irrompe drammaticamente sulle prime pagine dei giornali.

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