Sui migranti l'Europa non ci ha abbandonato. Siamo noi che non siamo riusciti a farci aiutare. - The Vision

Puntuale come ogni anno è tornata la polemica sull’invasione dei migranti, come i servizi sul caldo più caldo di sempre, i consigli sul bere molta acqua e la fatidica domanda: “cosa fai a ferragosto?”. La ciclicità, l’eterno ritorno di alcuni schemi narrativi ci aiuta ad avere delle sicurezze in un mondo ormai sempre più imperscrutabile, un modo per puntellare lo scorrere del tempo con picchetti che ci consentono di avvertire meno il tempo che passa, congelandoci in un eterno presente. In più, ci permettono di non dover ogni volta scervellarci per trovare nuovi spunti di riflessione. Dei jolly che possiamo giocarci ogni volta che non sappiamo cosa dire. “Questo caldo è insopportabile”, e così i primi dieci minuti di cordiale conversazione con il vicino di ombrellone sono messi in banca. Ma le giornate estive sono lunghe, gli spunti di conversazione latitano, è finito anche il campionato di calcio. Così, basta aprire un giornale e il gioco è fatto. Quotidianamente troveremo la dichiarazione di un politico (di qualsiasi partito o schieramento) che conterrà di regola almeno tre ingredienti fissi. Primo: “Sui migranti saremo inflessibili” – cosa questo voglia dire non è mai stato chiarissimo, ma l’importante è dare un senso di fermezza. Secondo: “non possiamo accogliere tutti” – che in periodo di Covid diventa “non possiamo vanificare gli sforzi fatti per contenere il contagio” – il fatto che siano i migranti a portare il virus è una bufala smentita più e più volte, ma la smentita ha sempre meno effetto della bufala. Terzo: “L’Europa non ci può lasciare soli”. Ecco fatto, adesso ci siamo guadagnati l’interesse del nostro vicino di ombrellone.

Quello dell’Europa matrigna e cattiva che come in Cenerentola ci lascia soli a lavare le scale è uno dei topoi preferiti da alcuni politici e commentatori italiani. Anche per questo motivo il 30 luglio la Commissione europea, attraverso il portavoce dell’esecutivo comunitario per le questioni di migrazione e sicurezza Adalbert Jahnz, ha ribadito che “La Commissione europea fornisce assistenza”, sottolineando che attualmente circa 300 funzionari dell’Ue sono in Italia per dare aiuto nella operazioni di registrazione delle persone sbarcate, e che ci sono risorse europee messe a disposizione proprio per coprire le spese relative alla pandemia di Coronavirus. Ma, in virtù dei trattati e dei regolamenti, la Commissione ha dovuto chiarire – una volta di più – che è compito dello Stato membro occuparsi di tali difficoltà. Riguardo ai ricollocamenti dei migranti salvati in mare il portavoce ha spiegato che  “Attualmente stiamo coordinando una serie di operazioni. I contatti con gli Stati membri sono in corso”, ma “non c’è un numero sostanziale di Paesi che partecipano. Vista l’urgenza di continuare a trovare soluzioni nel periodo estivo, incoraggiamo fortemente tutti gli Stati a partecipare”.

Questo incoraggiamento è l’emblema della ragione per cui lo slogan “è colpa dell’Europa” non ha alcun senso. “L’Europa”, o meglio l’Unione europea, è infatti una comunità composta da Stati che si confrontano e si danno delle regole che per forza di cose sono un punto di incontro tra i loro diversi, e spesso come è naturale anche contrastanti, interessi. È evidente quindi che le politiche europee sono frutto delle decisioni prese dai singoli Paesi, del loro impegno nel far valere la propria posizione e nel far sì che i propri interessi trovino spazio. Anche perché, in virtù di questo meccanismo, se non si trova una sintesi non si possono modificare le regole prese in precedenza. E questo è esattamente il caso delle politiche comunitarie in merito alla gestione dei migranti. La riforma del Regolamento di Dublino, che regola la gestione delle domande di asilo, è ferma infatti da due anni, bloccata di fatto dagli Stati membri che non hanno trovato una posizione comune, lasciando quindi che sia il Paese in cui il migrante arriva a dover farsi carico della richiesta di protezione umanitaria e quindi dell’accoglienza. Ogni volta che si parla di “emergenza migranti” si presenta chiaramente la necessità di riformare Dublino, una posizione sostenuta con forza dal Parlamento europeo, che, come si spiegherà più avanti, già nel novembre 2017 ha approvato una revisione del regolamento – con il voto contrario del M5S e l’astensione della Lega – che chiede una condivisione solidale della politica di asilo tra tutti gli Stati membri. Perché non c’è dubbio che quel regolamento ponga un peso sproporzionato sui Paesi alle frontiere esterne della Ue, soprattutto su quelli mediterranei.

Siglata nel 1990 dai dodici Stati che allora facevano parte dell’Unione – Italia, Francia, Germania, Portogallo, Spagna, Regno Unito, Lussemburgo, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Grecia, Irlanda cui si aggiunsero in un secondo momento Austria, Svezia e Finlandia – la convenzione di Dublino è entrata in vigore nel 1997 e introduceva il criterio del primo Paese d’ingresso. Nel 2003 venne sostituita dal regolamento di Dublino (firmato nel 1999) che ribadiva il principio del primo Paese d’arrivo e che si applicava a tutti gli Stati dell’Unione – a esclusione della Danimarca – e a quattro Paesi non comunitari: Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda. Oggi è in vigore il cosiddetto Dublino III, entrato in vigore il 1 gennaio 2014. Il nuovo regolamento ha confermato i princìpi base, apportando alcune modifiche come l’ampliamento dei termini per il ricongiungimento familiare e maggiori tutele per i minori.

Questo sistema ha ricevuto da sempre molte critiche, per esempio dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati: sul piano umanitario le principali critiche riguardano i tempi troppo lunghi per l’esame delle richieste di asilo, e le difficoltà riguardanti i ricongiungimenti familiari; sul piano politico, invece, gli attacchi più accesi – e mediaticamente più sfruttati –  si basano sul maggior peso per i Paesi meridionali dell’Unione, primo approdo per la maggior parte dei migranti.

Come si diceva, i regolamenti e i trattati – nati e applicati per volere degli Stati membri e non imposti da una capricciosa forza superiore, è bene non dimenticarlo – possono essere modificati. Se si vuole. La crisi dei rifugiati del 2015 ha focalizzato il dibattito politico sugli squilibri tra i Paesi europei legati al criterio del primo Paese d’arrivo nell’accoglienza dei profughi. La Commissione europea, allora presieduta da Jean-Claude Juncker, ha presentato nel 2016 una proposta di riforma con un meccanismo correttivo di ridistribuzione dei richiedenti asilo dagli Stati soverchiati di richieste, anche se il documento non modificava i criteri di base del regolamento di Dublino, quelli su cui si concentravano invece le polemiche.

A questo punto della storia è necessaria una parentesi sui meccanismi della procedura legislativa ordinaria in sede comunitaria. Questa infatti prevede che una proposta della Commissione venga vagliata in parallelo e separatamente sia dal Parlamento che dal Consiglio europeo, i quali possono modificarla tramite emendamenti. Così, nel novembre 2017, il Parlamento europeo, dopo aver vagliato la proposta di riforma della Commissione ha votato un testo con cambiamenti decisamente più significativi: veniva previsto un superamento dei criteri di Dublino sostituendo il principio del primo Paese d’arrivo con un sistema obbligatorio, permanente e automatico di quote cui avrebbero dovuto partecipare tutti gli stati dell’Unione per il ricollocamento dei richiedenti asilo. Inoltre il testo mirava all’introduzione di criteri che tenessero conto dei legami familiari del richiedente asilo con lo Stato in cui vuole presentare domanda. Queste modifiche avrebbero così spostato l’onere di valutare le domande dagli Stati di frontiera a tutti i membri dell’Ue. Un meccanismo indubbiamente più equo.

Poiché, come si diceva all’inizio, l’iter politico dell’Ue prevede la ricerca di una sintesi tra diversi interessi, una volta arrivati ad avere una proposta di riforma votata dal Parlamento cominciano i negoziati tra le tre istituzioni (Commissione, Consiglio e Parlamento) per giungere a un compromesso tra le diverse posizioni. Ma la riforma di Dublino non ci è mai arrivata a questo punto. Il problema era il carattere obbligatorio delle quote. Così, nella speranza di rendere più facile l’adozione di un nuovo regolamento, ad aprile 2018 la presidenza bulgara del Consiglio dell’Unione ha proposto un compromesso che rendeva volontario il sistema di distribuzione dei profughi: i Paesi che non avrebbero voluto accogliere i richiedenti asilo avrebbero potuto versare allo Stato d’accoglienza una somma pari a circa 30mila euro per ogni persona rifiutata. Ma il 5 giugno 2018 il piano è stato bocciato nella riunione dei ministri dell’Interno dell’Unione. A opporsi al compromesso sono stati i Paesi del gruppo di Visegrád e quelli baltici, oltre a Francia, Germania e Paesi Bassi. E l’Italia, dove proprio in quei giorni impazzava la leggenda “dell’invasione dei migranti e dell’Europa che ci lascia soli”? Anche il nostro governo si oppose, soprattutto l’allora ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini.

Alla fine, nel Consiglio europeo del 28 e 29 giugno dello stesso anno è stato raggiunto un accordo che prevede il ricollocamento dei migranti tra i Paesi europei esclusivamente su base volontaria, senza prevedere penalizzazioni nel caso in cui uno Stato non si dica disponibile a partecipare alla redistribuzione dei richiedenti asilo.
Quell’accordo politico però non si è mai tradotto in una reale riforma di tutto il regolamento di Dublino, mancando una condivisa volontà fra i Paesi di modificare il sistema vigente in ottica di una solidarietà, anche solamente economica, nella gestione dei flussi.

Così, a dicembre 2018 la Commissione europea ha ammesso di aver abbandonato l’idea di cambiare le regole europee sul diritto d’asilo. Da quel giorno nulla è cambiato.

La “Neverending Story” della riforma di Dublino incarna alla perfezione il vero problema dell’Europa di oggi: il prevalere degli interessi nazionali su quelli comunitari. È evidente infatti che se i governi si abbarbicano su posizioni ostili ai flussi migratori preferendo alimentare un conflitto – più mediatico che altro – con le istituzioni europee sarà sempre impossibile giungere a una soluzione. A questo punto dovremmo chiederci: Cui prodest? Di certo non allo stato di salute dell’Unione, come neanche ai singoli Paesi, costretti di volta in volta a trovare soluzioni estemporanee per affrontare un fenomeno come quello migratorio che non si potrà mai risolvere attraverso slogan elettorali, o peggio ancora con accordi come quello con la Libia.

Di certo, però, questa situazione fornisce dell’ottimo materiale per i discorsi sotto l’ombrellone. Come recita la canzone “Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare”.

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