Non siamo pronti alla seconda ondata, vanno potenziati i reparti Covid. Senza Mes sarà un disastro. - The Vision

La storia dovrebbe insegnare a non commettere gli stessi errori del passato. Abbiamo sentito ripetere questa frase come un mantra, a partire dalle scuole elementari. La gestione della pandemia, però, ci dimostra che spesso la storia non insegna proprio nulla.

A giugno il vice direttore delle iniziative strategiche dell’Organizzazione mondiale della sanità, Ranieri Guerra, aveva avvisato la popolazione rispetto a un possibile ritorno del Covid in autunno. Il virus si stava comportando come l’influenza spagnola che sembrò sparire con l’estate per poi tornare ancora più feroce nella stagione autunnale del 1918. Nonostante l’avvertimento, abbiamo continuato a vivere nella convinzione di esserci lasciati tutto alle spalle. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ci siamo fatti trovare impreparati anche davanti alla seconda ondata della pandemia. Eravamo troppo occupati a darci pacche sulle spalle per un articolo benevolo del Financial Times o per un riconoscimento dell’Oms, per farci trovare pronti davanti a uno scenario ampiamente previsto e prevedibile. 

Ospedale da campo ai tempi dell’influenza spagnola, Kansas, 1918

Dai dati quotidiani relativi al numero dei contagi e all’aumento dei pazienti ricoverati in terapia intensiva risulta ormai molto chiaro che ci aspetta una lunga convivenza con il virus. Ma se avessimo predisposto le misure necessarie ad affrontare il Covid durante l’estate l’inverno sarebbe stato probabilmente un po’ meno difficile. Purtroppo, invece, siamo già costretti a confrontarci con numeri impietosi. Con il cosiddetto decreto rilancio il governo aveva stanziato 600 milioni di euro destinati ad aumentare i posti letto nei reparti di terapia intensiva, che avevano la necessità di acquistare ulteriori ventilatori e di formare personale medico specializzato, come rianimatori e anestesisti. Secondo i piani dell’esecutivo saremmo dovuti arrivare a ottobre con 11mila posti letto nei reparti di terapia intensiva. Purtroppo, a oggi, se ne contano 6.458, un numero molto lontano dalle previsioni di qualche mese fa. Se da un lato si registrano i soliti problemi dovuti alla burocrazia inefficiente, che da tempo affliggono il nostro Paese, con un continuo rimpallo di responsabilità tra governo e regioni, d’altra parte è evidente che le risorse stanziate dal governo non sono risultate sufficienti per affrontare con rapidità il potenziamento delle aziende ospedaliere.  

La situazione non è diversa se volgiamo lo sguardo verso la prevenzione e il sistema di tracciamento. L’app Immuni è stata scaricata soltanto dal 20% degli smartphone presenti in Italia e ha contribuito a scovare meno di mille persone positive. Molte Asl non sono in grado di utilizzare i codici generati dall’applicazione per avvisare chi è stato a contatto con un soggetto positivo e procedere con il tampone di controllo. La battaglia per evitare la didattica a distanza a ogni costo ha portato soltanto a incomprensioni e file interminabili per i genitori che devono effettuare un tampone ai drive-in. La gestione della didattica in presenza ha determinato che nel periodo che va dal 4 al 10 ottobre i contagi avvenuti a scuola hanno pesato per il 15,7% del totale. È evidente che il sistema di tracciamento e le misure di prevenzione che sono state adottate non si sono rivelate adeguate rispetto alla difficile situazione che siamo costretti ad affrontare. 

Per migliorare il sistema di tracciamento e rafforzare la nostra sanità basterebbe utilizzare uno degli strumenti che l’Unione europea ha messo a disposizione degli Stati membri. Si tratta del famigerato Mes, venuto agli onori della cronaca come “Fondo salva Stati”. Si tratta di risorse che andavano sfruttate subito, durante il mese di giugno, quando il Covid aveva concesso una tregua e sarebbe stato possibile intervenire prontamente per arginare al meglio la seconda ondata. Se piangere sul latte versato è inutile, perseverare per motivi ideologici nel non usare il Meccanismo europeo di stabilità è dannoso oltre che diabolico. La nuova linea di credito messa in campo per contrastare il Covid, denominata Pandemic Crisis Support, offre infatti agli Stati membri la possibilità di richiedere un prestito per un importo che può raggiungere il 2% del Prodotto interno lordo del singolo Paese, senza dover sottostare alle stringenti condizionalità previste per le altre linee di credito del Mes. Per l’Italia si tratterebbe di oltre 35 miliardi di euro che potrebbero essere spesi immediatamente, finanziando spese sanitarie direttamente o indirettamente connesse alla pandemia. Le risorse potrebbero essere spese per velocizzare l’aumento dei posti letto in terapia intensiva e per assumere medici e personale sanitario garantendo loro una retribuzione e una formazione adeguata alle mansioni che sono chiamati a svolgere. Per quanto riguarda il tracciamento, inoltre, il prestito potrebbe essere utilizzato per implementare misure di prevenzione efficaci nei luoghi di lavoro e nelle scuole e per rafforzare la funzione della medicina territoriale, garantendo ai medici di base e alle Asl un ruolo di primo piano nel tracciamento dei pazienti positivi. 

Le critiche che continuano a pervenire dalla destra sovranista e da parte del Movimento 5 stelle sono frutto di posizioni ideologiche del passato, che dovrebbero essere ampiamente superate dalla delicatezza della situazione in cui siamo costretti a vivere. Secondo alcuni, la richiesta di intervento al fondo salva Stati comporterebbe un “effetto stigma” per l’Italia, che non avrebbe più la credibilità necessaria per raccogliere risorse mediante l’emissione di titoli di Stato. Ma si tratta di una conclusione che non ha alcun riscontro e che anzi può essere facilmente capovolta. Infatti, la decisione di non prendere le risorse messe a disposizione dal Mes, con un sistema sanitario in forte difficoltà, potrebbe dare l’impressione di un Paese che non si sente sicuro di ripagare i propri debiti generando – in questo caso a ragione – l’effetto stigma che tanto preoccupa i sovranisti nostrani. L’altra argomentazione che viene usata in modo strumentale si basa sulla circostanza per cui nessuno Stato membro dell’Unione europea ha richiesto finora questa nuova linea di credito messa a disposizione dal Fondo salva Stati. In questo caso basterebbe riconoscere come nessun altro Paese europeo si sia trovato ad affrontare il dramma degli ospedali lombardi nei mesi di marzo e aprile. La possibilità di utilizzare risorse per evitare il ripetersi di ciò che abbiamo vissuto deve essere presa necessariamente in considerazione. Stati come la Spagna, peraltro, saranno presto costretti ad affrontare discussioni analoghe a causa dell’intensità che sta assumendo la seconda ondata della pandemia. 

La propaganda sovranista che vedeva un’Italia forte e indipendente, pronta ad affrontare da sola le sfide globali del futuro, è stata spazzata via dalla prima ondata della pandemia. Ne rimane ancora qualche residuo come appunto la resistenza assurda all’utilizzo delle risorse della nuova linea di credito del Mes. In una politica che ormai fa attenzione soltanto alla comunicazione, sarebbe bastato chiamare il Fondo salva Stati in un altro modo per rendere meno aspro il dibattito interno. Chi ci governa deve avere il coraggio di prendersi le proprie responsabilità senza affidare ai sondaggi ogni singola decisione. L’utilizzo del Mes è necessario per mettere in sicurezza la sanità nazionale. Non sfruttare questa opportunità rischia di diventare una macchia di portata storica per il nostro Paese.

Le risorse del Fondo salva Stati andavano richieste a giugno non soltanto per la convenienza economica offerta dai tassi di interesse irrisori previsti per la restituzione del prestito: l’intervento della linea di credito Pandemic Crisis Support era fondamentale anche per costringere il governo a produrre un cronoprogramma dettagliato relativo agli investimenti destinati a potenziare il nostro sistema sanitario. A causa di posizioni politiche figlie di un altro tempo, però, non abbiamo sfruttato la possibilità di mettere in sicurezza il nostro Paese quando era il momento giusto. Possiamo ancora metterci una pezza, riconoscendo che le risorse messe a disposizione dal Fondo salva Stati sono imprescindibili. Per farlo, la nostra classe politica deve smettere di guardare ossessivamente ai sondaggi e provare ad avere uno sguardo che vada più in là del prossimo Dpcm. È un cambiamento radicale per i nostri rappresentanti, ma non c’è altra scelta. La storia di pochi mesi fa è troppo recente per essere ignorata. Il tempo è scaduto, dobbiamo aggiustare in fretta quello che non ha funzionato o ci troveremo davanti al disastro.

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