In un passaggio molto noto del suo libro L’epidemia dell’immaginario, il filosofo sloveno Slavoj Žižek si sofferma sul rapporto tra sanitari e ideologia. Come l’antropologo Lévi-Strauss collegava le diverse tecniche di preparazione del cibo diffuse in una società alle sue strutture inconsce, così secondo Žižek si può capire molto di un popolo osservando il modo in cui gestisce gli escrementi. I water francesi, diffusi anche nel nostro Paese, hanno il buco dietro per nascondere subito la cacca alla nostra vista, quelli tedeschi lo hanno davanti per consentirci di ispezionarla per vedere tracce di eventuali malattie, mentre quelli americani la fanno galleggiare nell’acqua. Ciò secondo Žižek si traduce nelle tre diverse attitudini che questi popoli hanno nei confronti dell’eccesso traumatico che gli escrementi rappresentano per gli esseri umani: “Un’ambigua fascinazione contemplativa, il frenetico tentativo di liberarsi dell’eccesso sgradevole il prima possibile, un approccio pragmatico che tratta l’eccesso come un oggetto ordinario di cui disfarsi nella maniera corretta”. Dal modo in cui trattiamo la cacca, insomma, si capisce quali sono le nostre credenze e i nostri valori, specie nei confronti di qualcosa che ci disgusta ma allo stesso tempo ci qualifica come esseri umani.

Nonostante i nostri tentativi di sbarazzarcene, la merda però ci perseguita. Anzi, secondo il giornalista ed esperto di media digitali canadese Cory Doctorow, oggi ne siamo circondati: siamo entrati in una fase storica che ha chiamato “enshittocene”, il merdocene. Anni fa Doctorow ha coniato il termine enshittification, merdizzazione, per parlare del progressivo e inesorabile peggioramento delle piattaforme digitali, che oggi sembra arrivato a un punto di non ritorno. Come scrive nel libro Enshittification: Why Everything Suddenly Got Worse and What to Do About It, questo processo avviene in quattro fasi. Inizialmente, le piattaforme sono buone nei confronti dei loro utenti. Funzionano bene, risolvono problemi concreti, li fanno contenti. Poi, i proprietari delle piattaforme cominciano a sfruttare i loro utenti a beneficio dei loro clienti business, cioè altre aziende che fanno affari con loro. Poi, anche i clienti business vengono sfruttati per far arricchire il più possibile gli investitori, fregandosene della qualità dei servizi. Infine, le piattaforme diventano “un’enorme pila di merda”. Facebook, per esempio, è passato da social media che privilegiava le interazioni umane a enorme raccoglitore di pubblicità invadenti che hanno reso la piattaforma inutilizzabile.
Di conseguenza, la qualità del tempo che passiamo su Internet è molto peggiorata. Se prima accendere col dito del piede il tasto “On” di un enorme computer desktop, aspettare dieci minuti per aprire Internet Explorer e farsi un giro sui nostri siti o forum preferiti era un’esperienza eccitante e appagante, oggi proviamo sollievo quando riusciamo finalmente a staccarci dagli schermi e a “toccare l’erba”. Il flusso costante delle informazioni ci trasmette ansia e ci fa sentire accerchiati. I social alimentano meccanismi di polarizzazione e competizione. In un sondaggio del 1999 del Pew Research Center, uno dei più prestigiosi istituti di ricerca statunitensi, la maggioranza delle persone aveva un’opinione positiva di Internet e solo il 28% si sentiva sopraffatto dalle informazioni. Oggi, il 66% degli americani si sente travolto dalla quantità di notizie che riceve quotidianamente e le attitudini della gente nei confronti del web hanno preso una piega più negativa.

Internet rappresenta però solo una parte del processo di merdizzazione, perché in generale tutte le cose che ci circondano sono di scarsa qualità: beni di consumo, servizi, prodotti artistici, esperienze. A volte il peggioramento è intenzionale, come nel caso dell’obsolescenza programmata, cioè un design del prodotto che lo rende volutamente vulnerabile all’usura e difficile da riparare. Se ne parlò molto anche nel nostro Paese, quando nel 2018 l’Antitrust comminò una multa da 15 milioni di euro a Samsung e Apple per aver obbligato i consumatori a scaricare aggiornamenti non supportati dai propri smartphone, rendendoli inutilizzabili. Nel 2024 l’Unione Europea ha modificato la direttiva sulle pratiche commerciali sleali e la direttiva sui diritti dei consumatori, che oltre a scoraggiare le pratiche di greenwashing ha sancito anche il “diritto alla riparazione”, obbligando le aziende a essere più trasparenti sul ciclo di vita dei propri prodotti.
Tuttavia, nella maggior parte dei casi il problema è più complesso, ed è un vero e proprio circolo vizioso. Le aziende semplificano – cioè peggiorano – il design dei prodotti per abbattere i costi, utilizzano materie prime sempre più economiche e producono le loro merci in Paesi dove la manodopera costa meno e gli standard di qualità sono meno stringenti. Oltre alla tragedia ambientale e umana che questo frenetico ciclo di produzione porta con sé, i consumatori, che hanno un potere d’acquisto sempre più basso, non solo non sono disposti a pagare cifre maggiori per prodotti di qualità migliore, ma fanno proprio fatica a trovarli. Questo meccanismo alimenta l’idea che sia più vantaggioso sostituire un prodotto usurato anziché provare a ripararlo, anche perché in molti casi non è possibile farlo. Il caso più emblematico è quello della moda: una scarpa di plastica da venti euro acquistata in una catena della fast fashion difficilmente potrà essere riparata da un calzolaio, il cui compenso per il lavoro sarebbe comunque maggiore rispetto all’acquisto di un nuovo paio di scarpe. Anche se siamo consapevoli che sul lungo periodo sarebbe più conveniente comprare delle calzature di qualità migliore, è molto probabile che ci rivolgeremo di nuovo alla fast fashion, vuoi perché in quel momento non abbiamo i soldi per fare un investimento, vuoi perché siamo spinti dalla moda o dalla pressione sociale.

Ciò che accomuna la merdizzazione di Internet e dell’industria manifatturiera è proprio questo: perché, all’ennesimo paio di scarpe Shein che si sciolgono sull’asfalto continuiamo a comprare da quel sito? Perché continuiamo a usare le piattaforme digitali che riconosciamo di odiare? Perché ci siamo abituati a riempire la nostra vita di merda, pur essendone consapevoli? Tornando all’analisi psicoanalitica di Žižek, si tratta del trionfo del water all’americana, tramite il quale siamo costretti a vedere gli escrementi senza però poterne ricavare niente di utile, cioè dell’ideologia dell’“ambigua fascinazione contemplativa” nei confronti della nostra stessa distruzione. Mentre per Cory Doctorow il problema è molto più concreto: anche se ci sono alternative migliori e più sostenibili, è molto difficile adottarle, perché siamo restii a cambiare le nostre abitudini e perché siamo sempre più dipendenti dai monopoli che ormai dominano le nostre vite. Quando Elon Musk acquistò Twitter nel 2022, tutti erano convinti che Bluesky, con il suo modello “etico”, sarebbe stato il social network del futuro, ma la migrazione in massa degli utenti non c’è stata. X in effetti ha perso milioni di utenti, ma molti di quelli che si erano iscritti a Bluesky in polemica con Musk non sono rimasti sul nuovo social.

L’ideologia capitalista si basa sull’assunto che in un mercato libero la competizione sia la precondizione del progresso e che in un libero mercato vinca chi ha l’idea giusta e il prodotto migliore. Osservando la progressiva merdizzazione, la tentazione di credere che in passato non solo le merci e i servizi, ma anche il sistema capitalista fossero migliori è molto forte. Ma se prima le cose non facevano così schifo, non è perché in passato gli imprenditori fossero persone più oneste, animate dal desiderio genuino di rendere il mondo più bello e giusto, ma perché c’erano dei freni alla loro avidità. Il Jeff Bezos del 2025 che licenzia 30mila dipendenti mentre spende 5,5 miliardi di dollari per andare nello spazio per quattro minuti è lo stesso Jeff Bezos del 1994 che fondò Amazon nel garage di casa sua. Quello che è cambiato è che in passato la competizione non era dominata da un paio di monopoli guidati da oligarchi psicopatici, lo stato interveniva imponendo regole e tasse e i diritti dei lavoratori erano tutelati.

L’enshittification non è una questione individuale, ma sistemica. Il capitalismo sarà sempre mosso dal profitto, e anche se ogni tanto spuntano fuori imprenditori illuminati o che credono ancora che sia giusto fornire alle persone prodotti o servizi durevoli, piacevoli e di buona qualità, questo fatto non cambierà mai. Ciò non significa che noi utenti e consumatori dobbiamo rassegnarci al modello degli escrementi che galleggiano. Non solo abbiamo ancora il potere di scegliere qualcosa di diverso, compiendo qualche sforzo ulteriore e pensando meglio a cosa compriamo o consumiamo, ma possiamo anche attivarci perché quelle garanzie collettive che per tanto tempo ci hanno permesso di avere cose migliori non vengano del tutto eliminate, nel lasso di tempo di una tirata di sciacquone.