Se da medico non credi ai vaccini sei come un prete che non crede in Dio, hai sbagliato vocazione - THE VISION

Il V-day del 27 dicembre ha dato il via alla nuova fase della lotta contro il Covid-19 con la più grande campagna di vaccinazione mondiale mai programmata. Dopo l’inizio simbolico del 27, il piano del ministero della Salute prevede per il primo trimestre del 2021 la somministrazione di dieci milioni di dosi dei vaccini Pfizer/BioNTech (8,7 milioni) e Moderna (1,3 milioni) da destinare a cinque milioni di italiani, tenendo conto anche del richiamo. Il governo ha inoltre siglato un accordo con AstraZeneca per l’acquisto di 16,1 milioni di dosi che, in attesa dei risultati finali e dell’approvazione dell’Ema, dovrebbe portare a 8 milioni il numero di persone vaccinate entro il primo aprile. Il piano strategico presentato dal ministro Speranza garantisce priorità alle categorie più esposte, tra cui 1,4 milioni di operatori sanitari e sociosanitari e 570mila lavoratori e ospiti delle Rsa. Nonostante un anno di pandemia e due lockdown nazionali, alcune stime calcolano che il 20% degli operatori sanitari pensa di non ricorrere al vaccino.

Iniziare le vaccinazioni da medici, infermieri e personale sanitario è la soluzione che si aspettava da mesi per rendere più sicure le strutture ospedaliere, non  perdere personale sanitario per malattia o decessi in un momento di stress del sistema e, di conseguenza preservare la salute dei pazienti. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità sono quasi 90mila i casi positivi tra gli operatori sanitari da inizio pandemia, più di 16900 solo nel mese di dicembre. Tra questi si contano 274 decessi, considerando anche i medici già in pensione che hanno deciso di tornare in corsia. I medici contrari alla vaccinazione sembrano un paradosso, perché un conto è assistere ai dubbi del comune cittadino privo di competenze scientifiche per comprendere gli studi e i dati sul vaccino, un altro è l’opposizione di chi invece quelle competenze dovrebbe possederle. 

Queste resistenze rappresentano una minoranza, ma in un piano statistico così esteso sono comunque un numero che ha innescato un dibattito sulla possibilità di rendere il vaccino obbligatorio per alcune categorie. Agostino Miozzo, coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico, ha chiesto l’obbligatorietà per medici, infermieri e personale sanitario, perché “in un ospedale non devono esserci tentennamenti: se vuoi lavorare devi vaccinarti, dobbiamo proteggere i pazienti”. Miozzo ha ricordato anche che in altri ambiti sono sempre esistiti obblighi del genere, come le vaccinazioni necessarie per entrare nell’Arma dei Carabinieri. A maggior ragione dovrebbero esistere in una fase emergenziale, trattandosi di un virus che ha colpito fino a oggi più di due milioni di italiani (numero che non tiene conto di tanti casi non registrati o con una reazione immunitaria lieve). Per iscriversi a scuola i bambini devono sottoporsi a 10 vaccini obbligatori, perché si tratta di un luogo di aggregazione in cui l’indice di trasmissibilità di alcune malattie è più elevato. Un ospedale dovrebbe essere ancora più protetto, data la fragilità immunitaria e spesso anche psicologica di chi vi viene ricoverato. 

Molti di coloro che si oppongono al vaccino contro il COVID-19 sostengono che per creare un vaccino servono in genere periodi di tempo molto più lunghi dei pochi mesi che ha richiesto quello che sta iniziando a essere distribuito in questi giorni. Una obiezione che mette in dubbio che somministrarlo sia sicuro. I tempi più brevi sono una conseguenza dei nuovi mezzi a disposizione e di una comunità scientifica che ha fatto fronte comune concentrandosi su questo traguardo; mezzi non solo tecnologici ma anche monetari: nessuna “materia” in campo di ricerca scientifica ha mai potuto godere di finanziamenti così ingenti. Inoltre, a chi teme di diventare la cavia della sperimentazione va ricordato che ogni vaccino è già stato testato su migliaia di individui in fase di studio da parte delle aziende farmaceutiche. Se il vaccino ha raggiunto la fase della commercializzazione è per il via libera ricevuto dalle principali agenzie del farmaco mondiali a seguito dei test di sicurezza previsti dai protocolli, alleggeriti solo delle parti burocratiche più obsolete. Un medico che non si fida dei certificati dell’Ema o dell’Aifa sconfessa il metodo scientifico su cui si basa il suo lavoro, dato che sono stati pubblicati tutti i dati relativi agli studi sul vaccino e sono facilmente consultabili. Conseguenza ancora più grave, il suo agire influenza la popolazione, perché un medico che non si vaccina disorienta il cittadino e gli trasmette la stessa diffidenza.

Guido Rasi, ex direttore esecutivo dell’Agenzia europea del farmaco, ha spiegato che su oltre due milioni di somministrazioni del vaccino ci sono state soltanto otto reazioni avverse maggiori, che si sono comunque risolte positivamente in meno di 24 ore. Di fronte a rischi inesistenti, non è accettabile esporre a pericoli reali i propri pazienti; se un medico sceglie di non vaccinarsi, non può però pretendere di continuare a esercitare in strutture pubbliche. Su questo è stato chiaro Pierpaolo Sileri, viceministro della Salute: “Posso arrivare a capire la perplessità o anche riluttanza di un normale cittadino che non ha studiato medicina e che non si fida ancora del tutto, ma penso che chi, dopo anni di studio e di specializzazione in medicina e dopo aver visto tutto quello che è accaduto in questi mesi, abbia ancora dei dubbi, è meglio che cambi mestiere”.

L’Ordine dei medici ha preso una posizione netta, aprendo procedimenti disciplinari contro i professionisti no-vax e negazionisti. Ma nel 20% degli addetti sanitari che non vogliono vaccinarsi non rientrano soltanto degli estremisti: per questo l’obbligo vaccinale è necessario anche per avere un protocollo nazionale uniforme e rendere più sicuri i servizi di assistenza sanitaria. Questo non vale soltanto per gli ospedali, ma anche per tutte quelle strutture più a rischio che in questo 2020 sono state l’epicentro del contagio. L’esempio principale riguarda le Rsa, dove in molte strutture l’adesione alla vaccinazione da parte del personale è estremamente ridotta. L’Associazione nazionale strutture di terza età (Anaste) ha realizzato dei sondaggi a livello nazionale tra i lavoratori (non medici) nelle Rsa, e in alcune regioni come Lazio e Piemonte il 70% si è dichiarato contrario al vaccino. Sono gli stessi luoghi dove gli anziani non possono ricevere visite e non vedono i parenti da mesi, e ai quali ora questa condizione viene imposta non per necessità, ma per un’ideologia senza alcun fondamento scientifico.

Non si può parlare di libertà di scelta quando la decisione del singolo condiziona l’intera collettività. Sappiamo che per sconfiggere il virus è necessaria un’ampia copertura vaccinale (almeno il 70% della popolazione), e di certo non potrà essere raggiunta senza l’esempio iniziale delle categorie più esposte. Dopo il personale sanitario toccherà a quello scolastico, alle forze dell’ordine e agli over 80, per poi scendere anagraficamente mese dopo mese. Sarà però il primo trimestre a determinare il successo dell’intera campagna vaccinale, perché l’immunità negli ospedali e nelle residenze per anziani garantirebbe un significativo allentamento della pressione per l’intera società. La salute del cittadino viene prima di qualsiasi altro diritto, è l’estensione più alta della libertà e di conseguenza va tutelata. Per questo la scelta di non vaccinarsi sostenuta da un parte della popolazione è un lusso che in questo momento non possiamo permetterci.

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