I media devono smetterla di dipingere come vittime gli uomini che uccidono i propri figli

Un uomo di 47 anni, Claudio Baima Poma, il 21 settembre scorso nel torinese ha sparato al figlio undicenne e poi si è suicidato. Prima dell’omicidio, Baima Poma aveva pubblicato un lungo post su Facebook in cui lamentava di essere caduto in depressione e invitava la madre del bambino, da cui si era separato, a “godersi la [sua] vita da solitaria”, alludendo al gesto che stava per compiere. La vicenda è stata raccontata da molti giornali in modo pietistico, riportando per intero il contenuto del post di Facebook, assumendo il punto di vista dell’omicida e pubblicando foto del padre e del figlio insieme, prese direttamente dai social network. Solo pochi mesi fa un altro caso simile era stato trattato nello stesso modo: lo scorso luglio a Lecco un uomo di 45 anni ha ucciso i due figli gemelli di 12 anni per poi togliersi la vita. Il quotidiano Il Mattino aveva rilanciato la notizia su Facebook con il commento “Il dramma dei papà separati”, poi rimosso dopo le molte polemiche.

C’è un evidente problema nella narrazione di questi episodi di violenza di genere. Bisogna chiamarli con il loro nome perché, da quanto emerso in entrambi i casi e sulla base delle parole degli assassini, l’omicidio dei figli è avvenuto come forma di vendetta nei confronti dell’ex moglie. Anche nel caso di Lecco, l’uomo infatti aveva scritto un sms alla madre dei bambini, incolpandola della sua e della loro morte per essersi allontanata da lui.

Secondo uno studio comparativo condotto in 18 Paesi, la quasi totalità di questi crimini è perpetrato da uomini in relazioni eterosessuali. Le ricerche psicologiche suggeriscono che tra i moventi principali di un uomo che uccide i propri i figli vi sia la perdita di controllo sulle dinamiche familiari, in particolare la perdita del ruolo di “capofamiglia”, sia da un punto di vista economico che relazionale. Spesso violenze di questo tipo sembrano quindi essere l’esito dell’incapacità di accettare un cambiamento dei ruoli di genere tradizionali all’interno della famiglia.

Come spiega la sociologa Denise Buiten su The Conversation, “la perdita di controllo sui domini ‘mascolini’ è al cuore degli omicidi in famiglia, anche quando non c’è una storia di violenza domestica conclamata alle spalle. Gli studi evidenziano come le vite di alcuni autori [di omicidi], le cui azioni possono sembrare inspiegabili, si stessero disfando negli ambiti più strettamente legati alla loro identità di genere”. Questo non significa giustificare o assolvere chi commette questo tipo di crimini, ma interrogarsi sul perché accadano e su quali responsabilità, non solo private ma anche sociali, siano intervenute. Neanche a dirlo, la narrazione mediatica si concentra prevalentemente sulla dimensione tragica e scioccante della vicenda, creando così una sorta di deresponsabilizzazione in cui l’omicidio diventa quasi un incidente nella storia personale del padre lasciato, depresso, che ha perso il lavoro o che è stato tradito. Ogni volta che assistiamo a un caso di cronaca del genere ad abbondare sui giornali è il punto di vista di chi commette la violenza. Nel caso di Torino, questo meccanismo è ancora più eclatante a causa della pubblicazione priva di qualsiasi filtro o di contestualizzazione del post Facebook di Baima Poma, totalmente autoreferenziale, con il racconto in prima persona del suo disagio psichico.

Un disagio che spesso viene usato dai giornali come giustificativo del reato e ricavato dalle parole dei vicini di casa o addirittura dal profilo Facebook: ha perso il lavoro e la moglie l’ha lasciato, è triste, quindi è depresso e ammazza la famiglia. Ma a uccidere non è la perdita del lavoro, né la separazione difficile. Sono le persone a uccidere, e il fatto che poi loro stesse si tolgano la vita non corregge o attenua la gravità delle loro azioni. Chiamare in causa la depressione con la solita superficialità è improprio e anche ingiusto nei confronti di chi ne soffre, proprio perché la depressione è una cosa ben precisa che non può essere diagnosticata da un giornalista.

Anche in questi casi il linguaggio utilizzato dai giornali è simile a quello usato per parlare di femminicidio: si parla quasi sempre di “folle gesto”. È stato spesso evidenziato come chiamare in causa la follia per parlare di violenza di genere sia molto problematico, perché dietro questi termini si nasconde una retorica assolutoria, che svincola la persona che ha commesso il reato dalle sue responsabilità. Ed è ancora più problematico quando c’è una chiara premeditazione. Ogni omicidio può sembrarci un evento “folle”, che sfugge alla nostra comprensione (specialmente se parliamo di un genitore che ha ucciso i propri figli), ma altra cosa è la patologizzazione. Se ogni omicidio fosse un atto di follia, allora non esisterebbero le specifiche tutele giuridiche per chi è incapace di intendere e di volere.

Come spiega la psicoanalista Costanza Jesurum, queste reazioni di fronte agli episodi più eclatanti di violenza di genere sono normali: l’indignazione, la condanna o anche il credere che al posto delle persone coinvolte ci si sarebbe comportati meglio (ad esempio, chiedendosi perché una donna che sta con un uomo che la picchia non si allontani da lui) o la ricerca di una spiegazione razionale sono forme di autotutela della nostra specie. Ma è un problema se è il giornalismo ad assecondare e ad amplificare queste reazioni, senza cercare di capire o spiegare perché una persona arriva a uccidere i propri figli per ferire l’ex moglie o compagna. E non importa se si tratta di un “insospettabile” – come Il Corriere della Sera ha definito Mario Bressi, l’uomo che ha ucciso i gemelli a Lecco: la violenza di genere è un fenomeno strutturale, radicato nella normatività di una famiglia che deve funzionare per forza e in cui ciascuno deve ricoprire i ruoli che gli sono stati tradizionalmente assegnati. Il padre deve fare il padre e la madre deve fare la madre, e se lei si allontana, se vuole vivere “da solitaria”, è compito del padre punirla, vendicarsi. È evidente che questo è il pattern della violenza di genere e non della depressione.

Il caso di una donna che uccide il proprio figlio – e se si tratta di un neonato c’è un apposito articolo del codice penale italiano, il 578, che vale solo per la madre – è diverso. Gli studi sull’infanticidio (quando la vittima ha meno di un anno) e sul figlicidio materno hanno evidenziato come le donne che commettono questi reati siano in prevalenza giovani, povere, vittime di violenza domestica o lasciate sole a crescere il bambino. Sotto il profilo psichiatrico, soffrono di depressione, psicosi e ideazione suicidaria. Il figlicidio materno è quindi correlato a tutta una serie di fattori sociali ed economici che concorrono ad aggravare la salute mentale della donna, che in 1-2 casi su mille soffre di psicosi post-partum, una condizione che nel 72% dei casi si evolve in disturbo schizoaffettivo, cioè nella manifestazione dei sintomi della schizofrenia. Evidenziare questo problema particolare non è una forma di deresponsabilizzazione verso le donne (anche se spesso le madri che hanno ucciso il proprio figlio non vengono imputate proprio perché incapaci di intendere e di volere, sulla base di perizie psichiatriche), anche perché non si tratta di stabilire quale sesso sia migliore dell’altro. Al contrario significa chiedersi come sia possibile arrivare a un gesto del genere, perché si crea questa situazione di crescente violenza, dove abbiamo fallito come comunità, perché non siamo stati in grado di proteggere quelle madri e quei figli.

Questi casi, per quanto sconvolgenti, non possono essere trattati soltanto come una tragedia privata, un caso di cronaca nera tra tante, perché dimostrano l’urgenza di intavolare un discorso pubblico sulle relazioni tra i generi, su ciò che attribuiamo alla mascolinità e alla femminilità, sul modo in cui gestiamo gli equilibri all’interno della famiglia, il carico mentale, la divisione dei ruoli, sulla capacità di accettare un rifiuto. Ma tutto questo non sarà possibile finché continueremo a fermarci al grado zero dell’analisi, quello che non riesce nemmeno a distinguere tra vittime e colpevoli.

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